LA SCUOLA NEL QUARTIERE DI COREA A SASSARI

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di Maurizio Casu

Il ricordo della scuola nel quartiere di Corea a Sassari nella testimonianza di Gianfranca Runchina.

A Corea fecero uno sciopero quando venne trasferita in un’altra scuola. «Ci fu un disguido burocratico”. Sorride. Gli occhi brillano mentre racconta. «Erano i tempi d’oro in cui avevamo il riscaldamento! Una stufa alimentata da vecchie bare che venivano smaltite dal Comune come legna da ardere.» Gianfranca Runchina, maestra del rione scomparso chiamato Corea è seduta di fronte a me.

Nel 1973, dopo due anni da docente soprannumerario in alcune scuole di Sassari, venne assegnata alla scuola di Serra Secca. «Era in città e c’era il riscaldamento, perché no?». Il primo giorno. Gianfranca aveva i blue jeans a zampa d’elefante e le meches, faceva parte del movimento di educazione cooperativa che si rifaceva agli insegnamenti di Celestin Freinet. «Ero decisamente figlia del ‘68». Ride. Una madre, non appena vista la nuova maestra, chiese che la figlia venisse trasferita in un’altra classe. La prima richiesta arrivò insieme al suono della campanella. «Noi siamo fidanzati quindi dobbiamo sederci vicini». Più che una richiesta, un imperativo. «Erano così teneri, non potevo separarli!».

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Alcuni alunni durante una giornata all’aperto
La vita nella scuola di Corea

Maestro Achenza suonava una vera e propria campana per scandire le ore di lezione e la ricreazione. «Ricordo maestro Achenza, arrivava con la sua Fiat 850 verdina e guai a tardare un minuto quando suonava la campanella! Era molto severo ma con il tempo si ammorbidì un poco e riuscimmo a coinvolgerlo nella pausa caffè! Una gran bella persona».

Le classi erano una decina, non molto numerose, si arrivava ad un massimo di 15 alunni per classe. La sede della scuola era il capannone principale, l’unico che ancora è rimasto in piedi dopo la demolizione del rione. Una scalinata portava ad una grande veranda dove era ubicato l’ingresso, ma anche l’abitazione dei custodi e un altro spazio dal quale si ricavarono una cappella e una sala parrocchiale.

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Alunni davanti all’entrata della scuola

«Don Peppino l’ho portato io a Serra Secca”. Racconta. “Avevo un alunno che non faceva parte del quartiere, i genitori erano medici. Avevano vissuto in Africa e volevano che il figlio frequentasse le elementari a Corea. Il bambino era ateo, ma curioso. La suora che in quel periodo insegnava religione, una “cornetta” (le Figlie della Carità di San Vincenzo, dette cornette per via del cappello che portavano, oggi sostituito dal velo) si rifiutava di fargli lezione. Allora chiamai Don Peppino, che rispose al mio appello con entusiasmo. Riuscì ad inserirsi nella comunità in modo molto fluido, organizzando il catechismo, la messa, ma anche insegnando scienze ed organizzando attività ludiche».

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Alunni a Carnevale

Una figura fondamentale a scuola era Signora Francesca, bidella (oggi la chiameremmo collaboratrice scolastica) e custode insieme al marito, Signor Delogu. «Era il tramite fra noi insegnanti e il quartiere, bisognava ascoltare i suoi preziosi suggerimenti. Conosceva tutti e sapeva indirizzare gli aiuti che davamo verso le famiglie veramente bisognose in maniera anonima, ma a scuola era un generale! Rispettata e temuta dai bambini».

La mediazione della collaboratrice era fondamentale per capire il contesto e la veridicità di alcune richieste particolari. «Nei circa dieci anni di insegnamento abbiamo vissuto due ondate di traslochi. Gli abitanti di Corea andavano via man mano che venivano consegnate le case popolari nei nuovi quartieri di Latte Dolce e Santa Maria di Pisa». Insieme ad alcune colleghe, Gianfranca aiutava le famiglie a compilare le
domande di richiesta per l’assegnazione di un alloggio popolare.

Le persone e i bambini

«Qualche volta, se chiamata, entravo nelle loro case, se mi offrivano il caffè lo prendevo, altrimenti non chiedevo nulla. Mi stupiva la creatività di alcuni che con poco riuscivano ad organizzare gli spazi e arredare le loro case. Ricordo una famiglia che aveva diviso un camerone con pannelli di cartone e ogni membro aveva la sua stanza. Il patronato scolastico, fino al 1977 (data in cui venne soppresso)4 forniva penne, quaderni e scarpe agli studenti più bisognosi. In un contesto come quello di Serra Secca come potevo scegliere i più bisognosi? Mettevo la cancelleria a disposizione della classe. Discorso a parte quello delle scarpe, se trovavi la tua misura bene, altrimenti pazienza. Le mandavano letteralmente a caso».

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Alunni in classe durante la lezione

Ascolto i racconti di maestra Gianfranca, osservo il suo viso ed in particolare i suoi occhi profondi e penso alla fortuna che hanno avuto i suoi alunni. «Recuperai una predella dallo stanzone, lo stesso in cui il Comune scaricava rottami vari (comprese le bare che usavano per la stufa) e insieme ai bambini creammo un grande tavolo al centro della classe. In un angolo improvvisammo una piccola libreria. Facevamo il giornalino, i manifesti e su una parete proiettavo i loro disegni.»

La scuola di Corea chiuse quando vennero consegnate le ultime case popolari nel quartiere di Santa Maria di Pisa. «Quei bambini erano speciali sai? Intelligenti e pratici, sapevano ridere di se stessi ma al contempo comportarsi da piccoli adulti. Capacità che è difficile trovare a quella età! Ancora oggi mi riconoscono e mi fermano per strada per presentarmi mogli, mariti e figli vari

Lo “sciopero” per la Maestra

Non male come risultato per quella ragazza con i pantaloni a zampa d’elefante. «Ho trascorso dei momenti bellissimi, ricordo il Natale in cui mi avevano trasferita alla Pedraia (una frazione del comune di Sassari situata nel territorio della Nurra), era l’anno in cui fecero lo sciopero perché volevano la maestra Gianfranca! Mi presentai a Serra Secca con i regali per i miei alunni e con loro ascoltai la messa. Venni richiamata dai superiori, la mia presenza in quel momento provocava agitazione, ma io ci andai lo stesso; questo non scriverlo, mi raccomando…» Ride.

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Uno sguardo al microscopio

Solo esperienze positive? «Dovrei raccontarti della signora che si presentò in classe con il manico della scopa perché avevo sgridato il figlio, oppure di quella che “se non gli compri le scarpe non lo mando a scuola”. Avevano un grande senso di famiglia e protezione, talvolta eccessivo, ma non le chiamerei esperienze negative. Ho ricevuto anche dei regali favolosi ed inaspettati, una famiglia preparò una composizione floreale creata con un oblò di lavatrice e delle piante, una cosa che rividi anni dopo su un giornale di moda e design. Creatività e buon gusto con poco. Un alunno mi commosse con un accendino d’argento, sono anni che non fumo più, ma lo custodisco fra gli oggetti più preziosi. Pensa che aveva conservato i soldi per una bicicletta ma li volle usare per me.»

Rimango un pomeriggio intero ad ascoltare i racconti, fra un caffè e un dolcetto. Mentre parla cerco di indovinare la sua età, socchiudo gli occhi un attimo e la vedo in classe, con i suoi alunni a dipingere, leggere e proiettare disegni sul muro. Una ragazza piena di energia ed entusiasmo. «Devi raccontare questa storia». Sussurra.

Ringraziamo la Maestra Gianfranca Runchina per la concessione delle fotografie.

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