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Abbiamo avuto il piacere di incontrare Gianni Tetti nel suo studio al centro di Sassari. L’autore ci ha ospitato durante una pausa dal lavoro di scrittura. Alla parete una lavagna zeppa di appunti per futuri progetti, fogli sparsi vicini al pc su una grande scrivania al centro della stanza, librerie piene di volumi e quaderni. L’ambiente è accogliente e informale. La conversazione si snoda amichevole al riparo dal caldo di una mattina di inizio estate.

Gianni Tetti, l’intervista

  • Proviamo a partire dal principio. Da bambino pensavi che il tuo mondo sarebbe stato la scrittura?

Gianni Tetti: Sognavo di fare lo scrittore fin da piccolo. Hai presente il classico tema delle elementari “Descrivi cosa vuoi fare da grande”? Io scrissi che mi sarebbe piaciuto diventare uno scrittore. Chiesi alla mia maestra cosa potesse fare uno scrittore a parte scrivere. Lei mi rispose che avrei potuto partecipare a molti premi. “Quali premi?” chiesi io. “Ad esempio il Premio Strega” mi disse. Il mio sogno era sempre stato questo.

  • E per lo Strega sei stato in effetti selezionato molti anni dopo, nel 2017. Ma ne parleremo tra poco. Rimaniamo ancora per un po’ all’infanzia. Tuo nonno, Virgilio Tetti, è stato un grande intellettuale e studioso. Possiamo dire che sei cresciuto in un ambiente che ha di certo favorito l’aspetto culturale?

Gianni Tetti: Mio nonno era di Bonorva. Era un archeologo, un professore di latino e greco e un cultore della lingua. Leggeva correntemente il greco, sia antico che moderno. Era abbonato addirittura a un quotidiano greco che gli veniva spedito. Insomma una figura di riferimento non solo per noi nipoti. Capitava che a volte ci portasse con lui nei siti archeologici. Tutti i nipoti stipati in una Panda, del pane e formaggio per merenda e poi liberi di giocare per i campi. Mentre lui compiva i suoi studi noi dovevamo fare attenzione nel caso trovassimo dei cocci o qualcosa di particolare. In genere dopo la gita ci chiedeva di scrivere una sorta di resoconto della giornata passata insieme che avremmo poi dovuto leggergli. Posso dire che questa è stata la mia prima esperienza di scrittura al di fuori della scuola. Mentre gli altri cugini si defilavano dall’impegno o comunque non ne erano particolarmente entusiasti io invece ero felicissimo!

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  • Quanto è stato importante il tuo ambiente familiare nelle tue scelte?

Gianni Tetti: Posso dire che sentire l’appoggio della mia famiglia è stato fondamentale. Quando arrivò il momento di scegliere che indirizzo prendere alla scuola superiore, io optai per il Liceo Classico. I miei non erano particolarmente felici. Avrebbero preferito un diploma che potesse dare qualche certezza lavorativa in più ma io non ne volli sapere. Sentii di aver fatto la mia scelta e cercai sempre di assumermi le mie responsabilità e di non sbagliare mai. Loro lo hanno visto, lo hanno capito e apprezzato e per questo motivo mi hanno sempre supportato.

  • Ci sono dei momenti particolari che ancora ricordi?

Gianni Tetti: Ce ne sono due legati alla figura di mio padre. Il primo risale a quando avevo circa 13 anni. Avevo scritto una piccola silloge poetica. Gliela lessi e lui la apprezzò ma aggiunse una frase che mi fece riflettere. “Con le poesie non si fa il pane. Se vuoi vivere di scrittura devi scrivere anche altro.” Capii subito il suo discorso e pensai quindi di dirigermi verso il romanzo e la sceneggiatura, lavorando e studiando su entrambi. Il secondo momento importante è invece avvenuto molto tempo dopo. Avevo circa 28 anni, avevo già un libro all’attivo (I cani là fuori) ma vivevo un momento di crisi. C’erano delle difficoltà per l’uscita del secondo libro (Mette pioggia) e mi sembrava di non riuscire a trovare una direzione precisa per la mia vita. Presi la decisione di domandare a mio padre l’opportunità di poter lavorare con lui nell’impresa di famiglia, cosa che in passato egli stesso mi aveva chiesto dopo il conseguimento della mia laurea. Mi portò fuori a pranzo e parlammo. Ancora ricordo che mi disse: “Se ti fermi adesso te ne pentirai per tutta la vita. Continua e ne riparleremo più avanti.” Per me è stato fondamentale sapere di avere il suo appoggio. Continuai. Ho sempre avuto l’orgoglio di mantenermi da solo. Subito dopo il Master avevo iniziato a lavorare per Un posto al Sole, poi è arrivato il Dottorato… ci vuole impegno ma è fondamentale sapere di avere intorno persone che ti supportano e ti appoggiano nelle tue scelte. Le parole di mio padre sono state importantissime. Poi nel frattempo sono diventato padre anche io. Nel 2014 è uscito Mette pioggia ed è anche arrivato il mio primo figlio seguito dal secondo, nato nel 2016.

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  • La nota fiction Un posto al sole può apparire qualcosa di molto lontano dal tuo mondo. In realtà è stata una grande palestra. Ce ne parli?

Gianni Tetti: Un posto al sole, nella sua versione estiva, è stato il mio primo lavoro pagato che avesse a che fare con questo tipo di mondo. Avevo fatto un master di sceneggiatura che si svolgeva in gran parte tra Roma e Teramo e che coinvolgeva parecchi importanti professionisti del settore fiction. Mi impegnai molto perché la concorrenza era tanta e riuscii molto bene. Ebbi così la possibilità di fare due stage. Il saggio finale era ovviamente un progetto di scrittura e io presentai quello che poi divenne il mio primo libro “I cani là fuori”. Partii quindi a Roma per fare La Squadra e poi a Napoli per fare Un posto al sole. Dopo lo stage, l’head writer Paolo Terracciano mi chiese di rimanere a lavorare con loro. Dovetti superare un test che consisteva nello scrivere una puntata. Il primo test non andò bene ma il secondo per fortuna sì. Ci volle un grande impegno da parte mia perché prima di allora non avevo seguito la fiction. Fu un’esperienza davvero importante che mi insegnò come si lavora in questo ambiente. Rimasi con loro per due stagioni e tra una stagione e l’altra feci la New York Film Academy.

  • Nel periodo della New York Film Academy hai avuto la possibilità di incontrare alcuni colleghi che si sono rivelati tuoi importanti compagni di viaggio.

Gianni Tetti: La New York Film Academy è stata un’esperienza veramente importante. Vennero qui in Sardegna e selezionarono una ventina di studenti di cinema. In quel contesto conobbi Bonifacio Angius, Stefano Deffenu, ritrovai Domenico Montixi che era stato anche mio compagno di scuola. Conobbi anche Alessandro Gazale che poi è diventato un grandissimo amico e che tra le conoscenze che ho fatto in questo mondo è una delle più belle. All’epoca lui faceva parte di un elenco di nomi di attori che già lavoravano in importanti compagnie teatrali, tra i quali noi studenti avremmo dovuto scegliere il cast per il saggio. Mi ritrovai così a lavorare con Alessandro per la prima volta. Era più grande di noi e allora la differenza si notava di più. Lui, già un uomo fatto intorno ai quarant’anni, noi ragazzi di venticinque ancora agli esordi. Ora che è passata molta acqua sotto i ponti la differenza d’età si nota purtroppo di meno. (ride, ndr)

  • Da questo momento in poi sceneggiatura e romanzo iniziano a rincorrersi lasciando il posto l’uno all’altra in un alternarsi piuttosto frenetico. Tra il 2009 e il 2010 c’è l’esordio del tuo primo libro “I cani là fuori” e l’uscita di SaGrascia di Bonifacio Angius che segna l’inizio di una lunga e fruttuosa collaborazione che durerà per un decennio. Da dove cominciamo?

Gianni Tetti: Per quello che riguarda il libro pensai che per il saggio del Master fosse la cosa migliore presentare una storia sulla quale stavo già lavorando. Il mio fu un ragionamento di tipo pratico. Avrei avuto più tempo per concentrarmi sullo stile e fare qualcosa di buono piuttosto che partire da zero e dover lavorare a una nuova storia. C’è però un altro aneddoto su questo libro. Partecipai a un concorso a Sulmona la cui giuria era presieduta da Aldo Nove. Bisognava girare per la città e scrivere un racconto d’amore. Io presentai Adela, un altro dei racconti che poi saranno inseriti ne I cani là fuori. Lì conobbi Massimo Avenali che doveva curare un’antologia per Neo Edizioni. Fece il mio nome agli editori e fui inserito in questo progetto. Quando in seguito mi chiesero che cosa avessi di pronto da sottoporgli, io inviai il mio saggio del master che, dopo il lavoro insieme all’editor, divenne I cani là fuori, il primo dei miei tre libri. Per quello che invece riguarda SaGrascia posso definirla un’esperienza mistica attraverso la quale siamo cresciuti in tanti e per cui ringrazierò sempre Bonifacio. Poi c’è stato Perfidia e poi Ovunque Proteggimi. I concetti de I cani là fuori non sono lontani da quelli di Perfidia. La pensavamo allo stesso modo su tante cose, su Sassari, su come rappresentare la città, sulla gente… C’era una bella sintonia artistica. Nello stesso anno di SaGrascia ho avuto anche modo di girare il mio documentario Un passo dietro l’altro, prodotto dall’Istituto Superiore Regionale Etnografico e vincitore del premio AviSa, con le magnifiche musiche di Carlo Doneddu che ancora ringrazio.

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  • Tutti i tuoi tre libri sono stati pubblicati da Neo Edizioni. Come ti sei trovato a lavorare con questa casa editrice?

Gianni Tetti: Benissimo. Sono amici fraterni. Mi hanno sempre trattato in maniera incredibile facendomi a volte anche sentire importante. Per un ragazzo di 26 anni è fondamentale sapere che ci sono persone che hanno la tua stessa passione e che ti supportano. Anche loro erano molto giovani e stavano iniziando. C’è sempre stato un bel clima di collaborazione che poi, nonostante tutti gli impegni di cui abbiamo parlato, ha portato al mio secondo libro Mette pioggia.

  • Come nasce l’idea di Mette pioggia?

Gianni Tetti: Venivo da un periodo molto pieno di cose da fare. Avevo delle idee ma ancora non sapevo come metterle in pratica. Un giorno iniziai a vedere un documentario molto particolare sulle formiche e su un fungo parassita che, infettandole, era in grado di renderle simili agli zombie. Questo tipo di atmosfera diventò il collante di Mette pioggia. All’inizio voleva essere una sorta di raccolta di storie simile al primo libro e invece diventò un romanzo.

  • Sempre per Neo è la volta di Grande Nudo, un romanzo corposo e feroce che diventa una vera e propria sfida. Quanto lavoro c’è voluto per arrivare alla stesura definitiva di quasi 680 pagine?

Gianni Tetti: Devi anche tenere conto che dopo tagli sanguinosi è rimasta fuori una buona parte del libro. (ride, ndr). Queste parti tagliate sono poi diventate un racconto intitolato Santa Cenere che è stato inserito in un’antologia dal titolo Propulsioni d’improbabilità edito da Zona42. Torniamo però al romanzo. Avvertii Neo Edizioni che la storia era talmente articolata da poter diventare una trilogia. Loro però volevano far uscire il libro nel periodo natalizio e in un’unica soluzione. Iniziò così un lavoro febbrile. Io inviavo loro le parti che avevo scritto e loro mi rimandavano le correzioni. Nel mentre io continuavo a scrivere per poter mandare in correzione una ulteriore parte del lavoro. Non è stato semplice perché contemporaneamente stavamo scrivendo il film Ovunque Proteggimi ma siamo riusciti ad arrivare alla fine. Io però volevo aggiungere in conclusione al romanzo una sorta di vocabolario per spiegare i termini sardi. Non volevo che fosse un elenco sterile bensì che risultasse una sorta di narrazione parallela in grado di far sorridere. Devo dire che anche in questo frangente ho trovato terreno fertile. Per questo motivo che penso che siano davvero dei grandi! L’ultimo problema da risolvere era il prezzo. Per la casa editrice era stato un libro molto dispendioso e quindi il prezzo doveva essere alto. Grazie anche ai ragionamenti fatti con Emiliano Longobardi siamo riusciti a pubblicarlo ad un prezzo di copertina tutto sommato contenuto. Questo ha sicuramente favorito sia la diffusione che la vendita.

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  • Hai citato Emiliano Longobardi, libraio, sceneggiatore di fumetti, direttore artistico di Florinas in Giallo. Con lui, proprio in occasione dell’uscita di Grande Nudo, hai condiviso un tour di presentazioni in tantissime biblioteche della Sardegna. Che esperienza è stata?

Gianni Tetti: Abbiamo visto dei posti che non avevo mai visto, percorso delle strade che non avevo mai percorso. Siamo stati in paesi quasi spopolati dove la biblioteca diventa un vero punto di aggregazione. Il passaparola sembrava funzionare e le presentazioni si moltiplicavano. Siamo stati sostenuti in questo da Lìberos, dal sistema bibliotecario Coros Figulinas e dai giornali locali, anche grazie al grande lavoro di Giovanni Dessole che ha curato l’ufficio stampa di Grande Nudo prima e durante il tour. Eravamo presentissimi sui quotidiani. Ogni settimana facevamo almeno due o tre presentazioni sfiorando alla fine il centinaio.

  • Ed è proprio durante una di queste presentazioni che arriva la notizia della tua candidatura al Premio Strega. Ma è arrivata in modo un po’ curioso.

Gianni Tetti: Eravamo a Osilo. C’erano moltissime persone e anche un giornalista de La Nuova che avrebbe dovuto scrivere un pezzo per la cronaca locale. Ad un certo punto Emiliano prende il cellulare e inizia a riprendermi. Mi dice che i miei editori vogliono un video. Sapendo che sono dei ragazzi goliardici ho pensato a qualche scherzo finché Emiliano non ha detto che avrebbero voluto vedere la mia faccia alla notizia della mia selezione per lo Strega. Ancora sento l’emozione nel raccontarlo. La gente iniziò ad applaudire. Ero senza parole. Una gioia infinita. Da quel momento le presentazioni triplicarono e il nostro tour si trasformò in un tour de force. Anche la distribuzione fu differente perché in questo caso il libro entra in una rosa di una ventina di titoli che sono sulla bocca di tutti.

  • Ma altre belle soddisfazioni continuano ad arrivare anche dal cinema. Mi riferisco al Premio Franco Solinas insieme a Paolo Pisanu.

Gianni Tetti: Avevo conosciuto Paolo Pisanu al tempo della collaborazione con Bonifacio Angius. Abbiamo scritto insieme la sceneggiatura di Tutti i cani muoiono soli, suo esordio alla regia. Paolo ebbe l’idea di presentarla al Premio Solinas e io mi trovai d’accordo. Mi sembrava un buon modo, qualora fossimo stati selezionati per la fase finale, per poter avere accesso a eventuali sostegni finanziari. Inoltre il Premio Franco Solinas è il più importante premio nazionale di sceneggiatura dove si ha la possibilità di essere valutati dai migliori addetti ai lavori di questo settore. Da quest’anno ho l’onore di far parte della giuria e posso dirti che è un lavoro serissimo. Ogni sceneggiatura ha un numero e nessuno conosce i nomi degli autori se non dopo la selezione quando vengono aperte le relative buste. Ricevemmo quindi la chiamata di Annamaria Granatello, Direttrice del premio, che ci comunica che siamo stati selezionati per la finale. Tra l’altro io conoscevo già la Direttrice perché avevo scritto la tesi del mio Dottorato proprio su Franco Solinas. Rimanemmo piacevolmente stupiti di risentirci in quel modo del tutto inaspettato per entrambi. La premiazione si tenne al Teatro India di Roma. Se gli altri concorrenti erano piuttosto tesi, Paolo ed io eravamo più scanzonati. Avevamo incontrato degli amici che ci avrebbero accompagnato poi a teatro e ci eravamo fermati in una vicina enoteca romana a brindare, forse un po’ troppo, alla serata. Arrivammo in teatro allegri e un po’ brilli, già soddisfatti di essere tra i selezionati. Quando a fine serata ci è stato assegnato il premio eravamo increduli. Paolo, che soffre d’asma, non riusciva quasi a respirare e ha addirittura dovuto cercare il suo inalatore prima di salire sul palco. Siamo stati davvero felici ed è stata una grande fortuna perché quest’anno dovrebbe uscire il film. Ma sono tanti i progetti in ballo e di alcuni purtroppo non posso ancora parlare. La sceneggiatura è così: lavori a un progetto e sai che ne vedrai i frutti solo dopo qualche anno.

  • Hai citato la tua tesi per il Dottorato incentrata sul lavoro di Franco Solinas. Ce ne parli?

Gianni Tetti: Quella su Franco Solinas è stata una tesi sperimentale il che implica andare a cercare una linea che parta dal principio, dalle poesie che scriveva da ragazzo quando ancora viveva a La Maddalena prima di trasferirsi a Roma. Sono andato alla sede del Premio Solinas dove ho studiato sulle sue sceneggiature originali. Ho conosciuto la Direttrice del premio e la figlia dello sceneggiatore. Ho imparato tantissimo. In particolare ho appreso che c’è un momento in cui la tecnica si può allentare per lasciare scorrere le parole. Per me che volevo fare anche lo scrittore e che all’epoca avevo già scritto un libro, è stata grande lezione.

  • Un altro sceneggiatore era stato l’oggetto della tua prima tesi per la laurea: Guillermo Arriaga.

Gianni Tetti: Sì, in quella occasione ebbi anche la fortuna di poterlo intervistare. Volevo fare la tesi sulla sceneggiatura di un film che mi aveva folgorato: Amores Perros di Alejandro González Iñárritu scritta per l’appunto da Guillermo Arriaga. Il materiale che trovai era solo in inglese e quindi iniziai a tradurre i testi in italiano insieme a mio cugino Angelo Manconi che mi diede una grossa mano. Finita la tesi sull’analisi di questa sceneggiatura mi misi in mente di fare un’intervista ad Arriaga a chiusura della tesi stessa. Era la prima metà degli anni 2000 e non avevo agganci per contattarlo. Provai quindi a fare delle ricerche su Internet. Arrivai al sito di un grafico che aveva fatto un lavoro pubblicitario scritto da Arriaga. Mandai una mail al grafico spiegandogli la mia situazione e chiedendogli di poter avere il contatto con lo sceneggiatore. Con mia sorpresa mi rispose Arriaga stesso che con grande disponibilità si prestò ad un nutrito scambio di mail. Tempo dopo venne in Italia per la presentazione di un suo libro e mi scrisse dicendo che gli avrebbe fatto piacere incontrarmi. La presentazione era a Roma e io partii immediatamente per raggiungerlo. Mi diede appuntamento in un hotel magniloquente. Dopo le interviste con la stampa si fermò a chiacchierare con me. Lo ricordo come un uomo altissimo, molto gentile, appassionato di basket e di baseball, che beveva solo Coca Cola. Mi invitò a pranzo e passammo insieme buona parte del pomeriggio. Mi ero laureato da poco e quando mi chiese che cosa volessi fare risposi di voler fare lo scrittore. Anzi, chiesi se avesse qualche consiglio da darmi. Mi rispose: “Se vuoi fare lo scrittore, scrivi e basta.” Questa frase così semplice mi liberò di colpo da un sacco di seghe mentali che le persone si mettono in mente quando decidono di intraprendere un mestiere. Avere conoscenze, tenere contatti… Da quel giorno non mi posi più quel genere di problema. Ho scritto e basta. Perché i contatti si creano attraverso il lavoro e attraverso il confronto che dal lavoro deriva.

  • Scrivere e basta. Ma che approccio hai con il tuo lavoro? Come si svolge la tua giornata?

Gianni Tetti: Ho sempre bisogno di scadenze e se non le ho me le auto-impongo. Ora che ho dei figli la mia routine è più ordinata. Accompagno i ragazzi a scuola e vengo qui in studio, organizzando le tempistiche insieme alla mia compagna. Sostanzialmente l’orario va dalle 9:00 alle 13:30, poi c’è una pausa pranzo e dalle 15 si riprende fino alle 20. Il mio lavoro parte tutto da appunti scritti a mano in decine di agende. Li studio e li riporto al pc e già mentre li rimetto in ordine diventano qualcosa di più. Quando iniziano ad avere il nucleo di un’idea incomincio a fare una scaletta. Penso a cosa possa accadere e cerco di arrivare mentalmente a un finale e a un punto mediano della storia, così da avere delle stelle polari da seguire. Poi ovviamente c’è da pensare allo stile che è altrettanto importante sia in un romanzo che in una sceneggiatura.

  • Per ciò che riguarda la letteratura ci sono degli autori che ti hanno influenzato quando hai iniziato a scrivere?

Gianni Tetti: Quando avevo 14 anni lessi Il giovane Holden di Salinger. Era come se mi sentissi vicino a Salinger, a quel libro e a quella meravigliosa semplicità, in apparenza così facile da raggiungere e in realtà così difficile. Salinger mi insegnò che si può fare. Poi arrivò Gàrcia Màrquez che mi fece capire che la scrittura poteva voler dire creare un mondo, essere come Dio. Se Salinger mi insegnò che si poteva fare, Gàrcia Màrquez mi insegnò che si poteva fare tutto. In ultimo ci fu Kurt Vonnegut che mi mostrò che con la scrittura si possono dire le cose più importanti anche sorridendo. Si può fare tutto quindi si può anche ridere. E poi c’è Pavese che descrivendo gli occhi di Valino ne La luna e i falò, per la vividezza dell’immagine, per lo stile e per le poche parole utilizzate per dire tanto, ha chiuso il cerchio sulla scrittura.

  • E nel cinema?

Gianni Tetti: Per quanto riguarda il cinema, Haneke è sicuramente uno dei miei registi preferiti. Aggiungo inoltre Lars Von Trier e senz’altro Paul Thomas Anderson. Sono i tre registi che veramente mi hanno dato l’idea di cosa voglia dire scrivere un film. Poi potrei dire Sorrentino per l’idea di come si fa un grande spettacolo. Oppure potrei citare il modo di girare di Garrone, che mi ha aperto gli occhi sulle possibilità del cinema italiano. Oggi apprezzo i fratelli D’Innocenzo che seguo con interesse. Ma i nomi sarebbero davvero tanti e non sarebbe possibile citarli tutti. Fellini, Monicelli, Petri, Leone. Nella sceneggiatura Ugo Pirro, Franco Solinas, Luciano Vincenzoni, Age e Scarpelli. L’elenco è davvero troppo lungo. Così come nella scrittura avrei potuto citare ad esempio Stephen King o le graphic novel di Gipi che ho iniziato a leggere quando avevo 13 anni e i suoi libri erano già dei capolavori. Entreremmo così in un altro mondo narrativo che è poi diventato parte del mio modo di lavorare e di pensare.

  • Per ciò che riguarda invece i libri hai avuto recentemente la soddisfazione di far parte della collana “Grandi autori sardi” usciti con La Nuova e di affiancare nomi importanti come Salvatore
    Mannuzzu, Piero Mannironi, Enrico Costa e Salvator Ruju. Ma c’è qualche cosa di nuovo in arrivo?

Gianni Tetti: Sono stato certamente molto contento e non posso che ringraziare La Nuova per questo omaggio. Anche perché dopo Grande Nudo non ho avuto la possibilità di dedicarmi a un nuovo romanzo. Il Premio Solinas vinto con Paolo Pisanu e quello vinto l’anno successivo con Sara Arango Ochoa, sono stati una spinta affinché il mio nome fosse richiesto per la scrittura di film nel cinema o nella serialità tv. Mi sono reso conto che non avevo più tempo per finire il libro che stavo scrivendo. Continuare a dedicarmici avrebbe voluto dire togliere tempo alla sceneggiatura che stava sempre di più diventando il mio lavoro principale. Quindi eccomi qua: sto facendo lo sceneggiatore. Ma il mio libro non è dimenticato. Aspetto solo di avere la possibilità per potermi fermare qualche tempo e poterlo terminare. Per adesso, purtroppo o per fortuna, ci sono dei progetti cinematografici che mi spingono a continuare a lavorare in questo ambito. Per un po’ ho scelto di seguire questa strada, anche se fin dall’inizio i due mondi sono sempre stati paralleli. So che un giorno o l’altro arriverà il momento di finire il mio prossimo romanzo.

di Francesca Arca

Foto di copertina ©Gianfilippo Masserano

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