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Quella di Luca Locci è una storia che non va dimenticata. Dai primi anni Sessanta fino a metà anni Novanta la Sardegna fece parlare molto di sé per tristi episodi di sequestro di persona. Quando questi avvenimenti (che in un primo mento sembravano semplici casi isolati) divennero sempre più diffusi nell’isola e arrivarono ad interessare anche l’Italia in particolare Lazio, Umbria, Lombardia, Toscana, Emilia Romagna e si spinsero fino alla Corsica, la stampa cominciò ad etichettare questo fenomeno come Anonima Sarda o Anonima Sequestri.

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Nei circa trent’anni di attività l’Anonima Sarda portò a compimento circa 200 sequestri di persona. Tanti i casi illustri tra cui ricordiamo Fabrizio De Andrè e Dori Ghezzi. Ma ci furono anche Cesare Casella e Mauro Celanton che insieme a Luca Locci detengono il triste primato di più giovani sequestrati, senza dimenticare l’ultimo sequestro, quello del piccolo Farouk Kassam.

Abbiamo incontrato Luca Locci, figlio di Franco Locci noto concessionario della Fiat di Macomer e pilota automobilistico che proprio il giorno del rapimento si trovava a Macerata per una gara. La prigionia del piccolo Luca durò 93 giorni, quando finalmente il 25 Settembre 1978 nelle campagne di Lula dopo il pagamento del riscatto (circa trecento milioni di lire) il bambino venne liberato. Luca Locci oggi ha scritto un libro sulla propria esperienza.

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Luca Locci, l’intervista

  • Assieme a Farouk Kassam detenete il primato dei più giovani sequestrati dall’Anonima Sarda. Avevate solo 7 anni. Ci racconti la giornata del 24 Giugno 1978, giorno del sequestro?

Sì, purtroppo è un triste primato, inoltre io sono stato il primo bambino a infrangere quello che loro chiamavano “codice d’onore” ( come che possano anche vantarsi di avere l’onore), che diceva chiaro che non si dovevano toccare né donne né bambini. Era il 24 giugno 1978, io, mio fratello e mia madre stavamo rincasando dopo una giornata trascorsa al mare nella nostra casa di Bosa Marina. Durante il tragitto notammo qualcosa di strano. Una Fiat 128 ci seguiva a breve distanza, superandoci e facendosi superare, ma non demmo molto peso alla cosa, anche perché a circa 10 km da Macomer ci superò e sparì. Arrivati a destinazione, erano circa le 19:00, mio fratello e mia madre salirono a casa. Dissi a mia madre che rimanevo a giocare con i miei amici e che da lì li avrei raggiunti subito; quei momenti si rivelarono fatali. Le vie del paese erano deserte, stava iniziando la partita di calcio Italia – Brasile, valevole per il campionato mondiale. Vidi venirmi incontro a forte velocità una Alfa Romeo Giulia colore amaranto con quattro persone a bordo. Uno di loro scese dalla macchina, era tinto di nero in faccia con dei grossi occhiali da sole tipo RayBan e un mitra tra le braccia. Tentai di abbozzare un accenno di fuga ma non avevo percorso neanche un metro che mi sentii sollevare con tutta la bicicletta alla quale continuavo ad avvinghiarmi. L’uomo mi strappò le mani dal manubrio, mi prese in braccio e mi scaraventò dentro la macchina. Mi infilò un cappuccio in testa e partimmo a tutta velocit

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  • Quando sei stato preso dai banditi cosa hai pensato? Oppure è stato tutto talmente veloce che non hai avuto il tempo di ragionare su quello che stava succedendo?

Capii immediatamente cosa stava succedendo anche perché in famiglia si parlava spesso di sequestri dato che più volte venimmo avvisati dalle forze dell’ordine che in più occasioni riscontrarono che la nostra famiglia era per così dire nel mirino dei sequestratori.

  • Nella tua famiglia avevi mai sentito parlare o perlomeno in qualche telegiornale dell’Anonima Sarda, visto che qualche mese prima e precisamente ad Aprile veniva rapito l’undicenne Mauro Carassale figlio di un commerciante di Olbia?

Sì, come ho già detto se ne parlava purtroppo spesso. Ci dissero di stare più attenti negli spostamenti, di cambiare spesso percorsi e di essere il meno abitudinari possibile. Ci furono periodi dove tutto questo veniva amplificato e periodi in cui si stava più tranquilli. Quando rapirono Mauro Carassale l’allerta salì tantissimo, fino al fatidico epilogo del mio rapimento.

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  • Rumori, sensazioni, odori. Che significato prendono queste le semplici e comuni emozioni nei momenti della prigionia?

Ovviamente tutto è amplificato all’ennesima potenza, soprattutto per il fatto che essendo incappucciato diventa tutto significativo. Gli odori ed i profumi belli tipici della campagna assumono a tutt’oggi una sensazione sgradevole, probabilmente in quanto associati al periodo di prigionia.

  • Novantatré lunghi giorni di prigionia. Ci racconti come hai vissuto quei momenti e dove hai trovato il coraggio e la forza per non disperarti?

Sono sembrati un’eternità. Il tempo non passava mai. Le giornate erano tutte uguali, scandite semplicemente dalla luce del sole e dal buio della notte. Eravamo in aperta campagna. Dormivo in terra. L’unica cosa di cui disponevo era un sacco a pelo bucato che dovevo decidere se usare come materasso o come coperta. Dopo i primi giorni che ho passato a piangere e pensavo di impazzire, ho capito che a nulla sarebbe servito continuare a farlo e, probabilmente pensando e sperando solo alla liberazione, cercavo di autoconvincermi che tutto sarebbe finito presto. O forse subentra in ognuno di noi una forza che non sappiamo di avere che ci permette di andare avanti.

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  • Ti è mai passato per la mente che non avresti più rivisto i tuoi genitori oppure vivevi la prigionia come una cosa momentanea?

Sì, pensavo che sarebbe potuto succedere anche questo, ma cerchi in quei momenti di pensare solo positivo, altrimenti rischi di impazzire sul serio, e ovviamente cerchi di autoconvincerti che sia una cosa momentanea.

  • Quando sei stato liberato ti è stato detto qualcosa oppure lo hai intuito? Come hai vissuto quei momenti prima di ritornare alla felicità quotidiana?

Qualcosa ho intuito quando mi fecero fare la foto (copertina del libro) con il quotidiano del giorno in mano come prova in vita richiesta da mio padre. Da lì a qualche giorno ho capito che qualcosa stava per succedere. Trascorso qualche giorno, una sera all’imbrunire mi dissero: “Finisciti la Nutella perché ti dobbiamo liberare.” Ero abbastanza scettico, ma da lì a poco iniziammo a muoverci e verso le 4 del mattino la tanta agognata liberazione divenne realtà.

  • Una volta ritornato a casa com’è cambiata la tua vita di bambino? Hai avuto delle ripercussioni a livello emotivo personale?

A quel punto per forza di cose la mia vita da bambino è cambiata, anche perché da lì a pochi giorni, mio padre ebbe un’incidente in macchina dove rimase paralizzato e tutt’oggi lo è. Nonostante questo credo che ripercussioni a livello emotivo personale non ne ho avute se non che per uno o due anni sognavo molto spesso il momento in cui venivo prelevato.

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  • Hai qualcosa che oggi ti senti di raccontare?

Tutto è scritto nel libro “Il sequestro di un bambino” edito dalla casa editrice La Zattera da poco presentato anche nei locali del Vecchio Mulino a Sassari col quale stiamo andando in ristampa dopo soli 4 mesi dall’uscita. Questo libro sicuramente è la chiusura di un cerchio e l’ho voluto fare per raccogliere in maniera esatta la testimonianza di cosa avviene e si vive in un sequestro di persona in maniera nuda e cruda senza alcuna invenzione né artificio.

  • Pensi che la tua vita da bambino spensierato, sia finita quel maledetto 24 Giugno del 1978? Come vivevi dopo quell’episodio i rapporti con i tuoi compagni di giochi e con la tua adolescenza?

Sì, la mia vita da bambino spensierato, credo sia finita quel maledetto giorno, nonostante poi piano piano ho ripreso in mano la mia vita di adolescente rapportandomi in maniera assolutamente normale con tutti i miei compagni di giochi e non. Oggi a distanza di tempo, nonostante non possa dimenticare l’accaduto, posso ritenermi fortunato in quanto non ritengo mi abbia lasciato traumi importanti. Anzi ho cercato di sfruttare tutti i lati positivi che un’avventura del genere possa lasciare, creandomi un bagaglio di esperienza non indifferente, che mi ha aiutato a crescere con maggiore sicurezza in me stesso.

Non li odio, li ho già perdonati”, dici dei tuoi rapitori. Affermi anche: “All’inizio ho avuto tanta paura, le prime notti le ho trascorse sveglio a piangere ma senza farmi vedere dai banditi perché mi vergognavo. Ho cercato di distrarmi “giocando con due bastoncini”. Queste tue affermazioni mi hanno molto colpito. Voltaire affermava: “Un uomo è libero nel momento in cui desidera esserlo.” Oggi Luca Locci si sente un uomo libero.

di Benito Olmeo

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