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L’amore per le fonti e la ricostruzione storica e biografica, unita al desiderio di restituire verità alla figura di Grazia Deledda, hanno portato Maria Elvira Ciusa a scrivere il suo primo libro sulla scrittrice nuorese dal titolo “Grazia Deledda Una vita per il Nobel” (2016). L’autrice, pronipote dello scultore Francesco Ciusa e figlia dello scrittore Mario Ciusa Romagna, con l’ultimo suo lavoro “Grazia Deledda, Vita culturale e affettiva nella Roma del primo Novecento”, che uscirà tra breve, ci restituisce la vita quotidiana e culturale della Deledda sullo sfondo della Roma artistica del primo Novecento (Carlo Delfino Editore). Il volume uscirà, come sempre, corredato da immagini di difficile reperimento e in alcuni casi inedite.

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«Grazia Deledda è stata sempre presente nella mia vita, perché sono nata a Nuoro, in una bella casa dell’Ottocento nel quartiere storico di Santu Pedru, dove si trova la casa di Grazia Deledda, che è stata, per me bambina, una figura quasi “mitica”. L’immagine di una donna tenace che, in virtù di questa dote, arrivò ad essere insignita del Nobel. Questo è ciò che sentivo dire in famiglia, da mio padre che si era laureato a Firenze con una tesi su Grazia Deledda. Nel mio libro “Una vita per il Nobel” – ricorda Maria Elvira Ciusa – racconto di quando ebbi la fortuna di incontrare Franz Madesani, il figlio della scrittrice, sua moglie e la figlia, “Pittì”, come viene nominata dalla nonna nella novella “Racconti a Grace”».

Intervista a Maria Elvira Ciusa. Grazia Deledda una vita per il Nobel.

  • Nel suo libro “Una vita per il Nobel” è riprodotta la sua immagine insieme a Grazia Madesani Deledda in una fotografia scattata proprio da Franz. Che ricordo ha di quel momento?

Di grande entusiasmo. Arrivò nella casa dove sono nata, a Nuoro, la notizia che Franz voleva ritrarre delle donne in costume nella casa natale della madre insieme alla figlia, che indossava il costume di Oliena. Io, piena di entusiasmo, chiesi a mio padre se potevo posare per le foto. Lui non acconsentì, non voleva che mi esponessi. Mi piaceva l’abito da sposa nuorese, riuscii a trovarlo. Avevo dodici anni e così, senza la sorveglianza di mio padre, arrivai nella casa della Deledda. Lì c’era Franz con la sua macchina fotografica. Iniziò a fotografare me insieme alla figlia. Ho diverse foto con Pittì. La storia di Grazia Madesani Deledda è interessante da raccontare. Era di una bellezza straordinaria. Morì giovane, a causa dello stesso male della nonna. Si era laureata in lingue ed era diventata traduttrice presso l’Onu. Di lei rimangono delle lettere indirizzate alla famiglia, risalenti al periodo in cui furono puntati i missili sovietici a Cuba, e si pensò che potesse scaturire un conflitto mondiale. E di questo periodo registrò, con fine sensibilità, le tensioni del popolo americano.

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  • In che senso questo suo terzo libro sulla scrittrice completa le altre sue pubblicazioni dedicate alla Deledda?

Mi sono messa alla ricerca delle abitazioni romane. Le ho trovate molto importanti nella ricostruzione della vita affettiva e culturale della Deledda a Roma. Non hanno un valore marginale, come potrebbe avvenire per qualsiasi famiglia che cambia appartamento per necessità o per sviluppi della condizione familiare, ma perché in ogni appartamento lei scrive i suoi più celebri romanzi. In questa mia ultima pubblicazione ho seguito il percorso della scrittrice, i suoi spostamenti da un’abitazione all’altra. Nel 1900, quando arriva a Roma, va ad abitare in via Cavour, vicino al Ministero delle Finanze dove lavora il marito.

  • Come è avvenuta questa sua ricerca, è andata sul posto?

Sì, sono andata sul posto. Sono partita da piccoli frammenti di notizie che affiorano dai carteggi con amici e parenti, in particolare con Angelo De Gubernatis, che lei invita nella casa di via Cavour. Una casa che i coniugi Madesani-Deledda prendono in affitto appena arrivati nella Capitale. La seguo quando va ad abitare nella casa di via Modena e verifico ciò che lei scrive nel romanzo “Nostalgie” dove parla soprattutto delle difficoltà abitative. Nella Roma nel primo Novecento le abitazioni costavano care e così gli affitti. Quando arrivò la città contava poco più di 460.000 abitanti. In prossimità del Cinquantenario dell’Unità d’Italia (1911), aumentò di 100.000 residenti, per l’afflusso di una massa di contadini che si trasformava in muratori e sterratori impegnati nella costruzione dei grandi monumenti celebrativi del Cinquantenario. Lei vede una città in divenire che descrive nei suoi particolari nel romanzo “Nel deserto”. È in corso la trasformazione urbanistica, mentre si affermavano i nuovi linguaggi delle arti e la Deledda venne in contatto con gli esponenti del Futurismo.

  • Abbiamo parlato delle case… torniamo indietro e parliamo di “Cosima”. Nelle pagine iniziali di questo romanzo postumo, c’è una vasta descrizione della casa, che sembra quasi, a specchio, la casa natale di Grazia Deledda a Nuoro. “La piccola casa rosa”, che adesso è la casa museo. Che valore ha questa abitazione oggi?

È una casa che alla fine del percorso delle case deleddiane le riassume tutte. Negli ultimi anni di vita, lei ritorna con la memoria nella casa dove è nata e cresciuta sino al giorno delle nozze. Ricostruisce questa casa attraverso la memoria e attraverso la sua storia personale che era andata maturando negli anni, nel corso dei quali aveva preso coscienza di essere una donna libera sostenuta da un marito intelligente che le sopravvisse di dieci anni e che portò nella casa amministrata dall’austera Grazia la gioia di vivere. In questo mio ultimo lavoro analizzo il carteggio intercorso con il marito. Nelle lettere prese in esame, ho potuto ricostruire la figura di Palmiro Madesani e scoprire che fu un personaggio fondamentale nella vita della scrittrice. Tra i due c’era una grande stima e ammirazione. Grazia in famiglia lo chiamava “il padrone”. Non era solo il suo agente letterario. Lavorano di comune accordo, alla costruzione di quella che lei definirà “ditta Madesani-Deledda”».

  • Qual era appunto il rapporto tra la Deledda e Pirandello?

Grazia Deledda non aveva nessuna acredine né nei confronti di D’Annunzio, né di Pirandello. In una delle lettere a Palmiro cita D’Annunzio affermando che la gente diventa invidiosa nei confronti di coloro che arrivano al successo. Non ho trovato, invece, giudizi espressi su Pirandello, che pensiamo stimasse, nonostante il romanzo Mio marito. Echi pirandelliani si trovano ne “La danza della collana” (1924), dove il protagonista cela il suo vero essere dietro la maschera. È chiaro il riferimento a Pirandello.

  • Com’era il rapporto con i figli? Com’era la Deledda come mamma?

Il rapporto con Sardus e Franz era quello di una madre affettuosa, che all’occorrenza appariva anche severa. Quando i figli sbagliavano interrompeva il dialogo con loro. Diceva che “il silenzio uccide più del fucile”. Nelle lettere al marito li chiama sempre “i puttini”, anche quando sono diventati grandi. Avrebbe voluto che Sardus diventasse scrittore. Così non fu, perché come sappiamo Sardus morì un anno dopo la morte della mamma. Nel mio ultimo libro riporto anche una testimonianza di un importante economista bengalese, che era andato nel villino di via porto Maurizio per incontrare la Deledda, ma non riuscì ad intervistarla, perché era già molto malata. Ma le circostanze fortuite della vita, portarono l’economista a entrare in contatto con Sardus che gli fece visitare l’ultima abitazione della scrittrice. Ed ora a noi rimane una testimonianza senza dubbio interessante sul mondo intimo della Deledda.

  • Perché la Deledda è stata per tanti anni quasi rimossa dalla Letteratura italiana? Perché a suo parere, visto che lei è una grande studiosa della Deledda, non è stata valorizzata come avrebbe meritato?

È una domanda che mi sono posta e che mi pongo. Di recente ho visto una trasmissione dedicata alle grandi donne del Novecento e la Deledda non è mai citata. Forse perché è stata considerata una scrittrice troppo legata al “folklore”, e a raccontare storie della sua terra.

  • Però anche Verga era legato alla Sicilia e alle sue tradizioni, eppure c’è stata sempre grande attenzione verso questo scrittore.

Questa è una giusta osservazione. All’indomani della sua scomparsa è caduta nell’ombra. In effetti io stessa sono arrivata ad occuparmi della Deledda, perché mi accorgevo che si conosceva poco della sua vita che procedeva parallelamente alla stesura dei suoi romanzi. Ora l’attenzione è rivolta al personaggio Deledda, al suo essere donna che ha lottato per affermarsi in un mondo maschilista come quello in cui si è trovata a vivere.

  • Perché l’Università americana ha prestato invece tanta attenzione verso la scrittrice?

Alcuni studiosi hanno rivolto soprattutto l’attenzione sulla figura della donna che non ha mai arretrato nel suo cammino verso il linguaggio e tra l’invidia di molti è riuscita a conquistare il Nobel. Era molto conosciuta all’estero, da un pubblico abituato alla lettura e questo la dice lunga. Nel mio ultimo lavoro appaiono anche alcune copertine delle riviste internazionali su cui venivano pubblicate le sue opere. Queste riviste risalgono a oltre 120 anni fa. Riproduco l’immagine delle copertine di periodici importanti per far capire, attraverso i documenti, quanto lei fosse considerata fuori dall’Italia.

  • Al romanzo “L’incendio nell’uliveto” – uno dei più importanti della narrativa di Grazia Deledda – lei ha dedicato un’altra pubblicazione arricchita dalle illustrazioni di Biasi. Qual era il rapporto tra la scrittrice e le arti figurative?

All’epoca i racconti venivano pubblicati su “La Lettura”, che era il mensile del “Corriere della sera”, e venivano illustrati da artisti che poi divennero famosi e diventeranno esponenti della cultura figurativa del Novecento. L’attenzione della Deledda fu rivolta verso i nuovi linguaggi dell’arte. Frequentava il famoso salotto di Orazia Belsito, poetessa e moglie di Giovanni Prini, personaggio di spicco nella Roma artistica del tempo amico di Sironi, Balla e Boccioni, solo per fare alcuni nomi.

  • Gli appuntamenti per celebrare i 150 anni dalla nascita di Grazia Deledda sono tanti, così come il ciclo di Convegni internazionali ai quali anche lei ha preso parte. Su quali aspetti si stanno concentrando i suoi studi adesso?

In questo momento ho fermato la mia attenzione principalmente sul rapporto tra scrittura, musica e l’arte nella narrativa della Deledda. Sono aspetti importanti. La mia formazione di storica dell’arte mi ha portato a sondare il rapporto esistente nella Deledda con i linguaggi dell’arte a lei contemporanea e in particolare con gli artisti che esponevano alle Secessioni romane e tra questi Giuseppe Biasi. Si è conclusa di recente a Roma la mostra “Klimt. La Secessione e l’Italia”, nella quale si parla appunto degli artisti della Secessione italiana, ma non è presente neanche un’opera di Biasi che espose a tutte le Secessioni romane. Ci dobbiamo chiedere perché, così come ci chiediamo perché la Deledda non compaia nelle antologie scolastiche. La Deledda maturerà il suo rapporto con il mondo dell’arte e passerà dall’Impressionismo descrittivo dei primi romanzi, ad un simbolismo molto vicino a quello rappresentato in pittura da I Venticinque della Campagna romana. La sua attenzione si concentrerà sul paesaggio.

È un viaggio meraviglioso, nella vita e nell’opera di Grazia Deledda, quello che Maria Elvira Ciusa ha voluto proseguire con il suo ultimo lavoro dedicato alla scrittrice, dove le case non sono semplici abitazioni. Roma si configura come “la Parigi di Balzac o la Trieste di Svevo, seconda casa affettiva dopo la piccola “casa rosa” dove era nata e da cui erano germinate le sue storie” (Grazia Deledda. “Una Vita per il Nobel”). La piccola casa rosa, la casa natale di Grazia Deledda è diventata uno dei più bei musei tra quelli dedicati agli scrittori. Qui sono esposti documenti, fotografie, lettere, oggetti personali, filmati, scritti autobiografici. All’ultimo piano, nella camera da letto della scrittrice, troviamo ora anche l’abito da sposa, “il vestito argento lilla guarnito di perle”, fatto eseguire dall’’Istituto Superiore Regionale Etnografico.

«È stato ricostruito in base alla descrizione che la Deledda dà dell’abito quando arriva a Cagliari. Ormai il matrimonio è organizzato e avverrà l’11 di gennaio del 1900. In una lettera racconta al marito di aver trovato un abito rosa lilla di una sposa che non l’ha indossato. È rimasto depositato nella sartoria e la Deledda l’ha comprato a un prezzo conveniente e poi lo ha adattato alla sua figura. Nella lettera a De Gubernatis (lettera datata 13 luglio, probabilmente 1893) lei dice: “La mia vita ha del patriarcale e dell’americano. Mia madre è vestita in costume, per cui io e le mie sorelle piccole non siamo completamente signorine. Vestiamo inappuntabilmente alla moda, ma invece del cappello conserviamo il fazzoletto di seta o di raso che solo a maritarci possiamo lasciare”.

Racconta Maria Elvira Ciusa: «Quando si sposò scelse infatti un bel cappello bianco, da cui non si staccò tanto facilmente. Lo portò con sé nel suo viaggio verso Roma, custodendolo dentro una cappelliera. Con il cappello bianco, appena arrivata nella Capitale, si fece fotografare. Il cappello diventò simbolo del passaggio verso una classe sociale diversa da quella di provenienza. Amo le fonti, perché ritengo sia necessario rispettare il personaggio di cui si parla, senza sovrapporsi».

di Luciana Satta

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Si ringraziano Maria Elvira Ciusa e Luciana Satta per la cortese concessione delle fotografie.

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