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Luigi Carta, per tutti Gigetto Carta, è nato il 1 Gennaio 1963 poco dopo la mezzanotte, in un villaggio chiamato Secondo Salto fra Villagrande Strisaili e Tortolì, in Sardegna. Un villaggio di proprietà dell’Enel, dove gli abitanti lavoravano per mandare avanti una centrale idroelettrica.

«Ho passato un’infanzia molto bella, sempre arrampicato su qualche albero o impegnato a pescare al lago e al fiume». Il fiume è il Flumendosa, il lago è Sa Teula e le centrali idroelettriche erano tre, gestite ognuna da un villaggio, detti Primo, Secondo e Terzo Salto.

«A casa mia si ascoltava musica con un Radiomarelli, i miei genitori avevano un po’ di 45 giri di Gianni Morandi, Elvis Presley e altri.» Sorride mentre mi versa un bicchiere di vino. Siamo a casa sua, in sala, con Barore, il suo cagnolino, che ascolta le nostre chiacchiere mentre sgranocchia un biscotto.

«Nel 1969, per Natale, andai a Cagliari con la mia famiglia, alla Rinascente, per comprare i regali. Ormai sapevo che Babbo Natale era il mio babbo. Vidi una motoretta, vera, monomarcia, con motore a due tempi. Stavo per prenderla quando il mio sguardo cadde su una chitarra elettrica nera, con battipenna bianco, l’imitazione di una stratocaster. Bellissima, scelsi quella al posto del motorino. Aveva un amplificatore alimentato da dei torcioni che duravano all’incirca 30 minuti, il suono si faceva distorto quando le pile si iniziavano a scaricare, ed era quello il suono che cercavo! Ancora non conoscevo neanche una nota!».

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Gigetto Carta con suo fratello, Natale 1970

D’estate al villaggio Telis (Arbatax), Gigetto Carta ebbe modo di sentire dal vivo i Telisman, band del posto con Marcello Murru (che nel 1984 partecipò a Sanremo Giovani, in trio, con il brano “Mondorama”) che si occupava di animare le serate dei vacanzieri. «Seguivo Sanremo, il Cantagiro, lo Zecchino d’oro, registravo su cassetta i programmi, in assoluto silenzio, perché il microfono del registratore era esterno e prendeva tutto, voci e rumori. I Delirium con Jesahel mi affascinarono molto, erano strani, nuovi ed esaltanti».

Il 02 Giugno del 1972, in occasione delle prime comunioni, al Secondo Salto venne suonata la Messa Beat. Chitarre elettriche, tastiera, basso e batteria. Lo stesso giorno, al dopolavoro del cantiere, venne organizzato dal sacerdote il Festival dei Bambini. Gigetto Carta salì per la prima volta sul palco e cantò “Il lungo, il corto e il pacioccone“, brano di una recente edizione de “Lo zecchino d’oro”. «Quel prete era creativo, coinvolgente ed originale. Ho saputo che ha lasciato il sacerdozio. Non sanno cosa si sono persi!».

Si alza e mette un disco di Alice Cooper mentre Barore sonnecchia indifferente. «Dal Secondo Salto ci trasferimmo a Villagrande Strisaili». Il trasferimento fu necessario per consentire alla sorella maggiore di frequentare le scuole medie più comodamente, anche perché l’unico collegamento fra il “Secondo” e il resto del mondo era costituito esclusivamente dal “Romeo“, un furgoncino Alfa Romeo (da qui il nome) guidato dal signor Chillotti che ogni mattina andava a Tortolì per ritirare pane, latte ed altre merci da consegnare a chi ne aveva fatto richiesta.

«Una volta, avrò avuto 9 anni, sono andato con il signor Chillotti all’ Offelleria Guiso, una pasticceria storica di Tortolì. Ho speso 1200 Lire in paste e le ho mangiate tutte, all’epoca una pasta costava intorno alle 100 Lire». A Villagrande Gigetto Carta passò dalla pluriclasse (dalla prima alla quinta in un’unica classe) del “Secondo” alla quinta elementare regolare, in una scuola che a lui sembrava enorme.

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P.S.A. 1982

E Adesso musica! Un’esortazione per Gigetto Carta. In realtà era un programma della Rai che andò in onda dal 17 marzo 1972 al 3 settembre 1976, in seconda serata il venerdì sera, con Vanna Brosio e Nino Fuscagni. Classica, leggera e pop, divenne un appuntamento fisso ed imperdibile. Il nostro, già appassionato di cantautori, poté vedere in televisione le esibizioni di artisti particolari che dall’altra parte del mondo proponevano un tipo di musica diversa dal solito.

«Vidi Alice Cooper che si esibiva con un pitone al collo, Bob Marley con il suo ritmo in levare e David Bowie, un vero e proprio alieno. Andai subito a cercare un disco di Alice Cooper e comprai alla Upim di Nuoro Love it to Death, LP in edizione charter line a 3000 lire.» Nel frattempo arrivò una nuova chitarra, un’acustica con un libro metodo su cui studiare gli accordi.

«Nel tempo libero andavo a fare pratica da un vicino di casa, Natale, un ragazzo che sapeva suonare bene. Imparai canzoni di Bennato, Guccini, De André e De Gregori, dei tre il mio preferito, fino al disco Buffalo Bill.» Grazie ad Alberto, un cugino di Cagliari di qualche anno più grande, Gigetto Carta conobbe il disco “Burn” dei Deep Purple. «Alberto venne a stare qualche settimana da noi portandosi dietro tre dischi. Creedence Clearwater Revival, Le Orme e i Deep Purple. Burn!»

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Istrales, 1983

Erano i tempi delle scuole medie, dei primi approcci con la lingua Inglese e la curiosità di leggere e cantare i testi in lingua originale. «In quegli anni conobbi, musicalmente, Suzi Quatro e rimasi folgorato da Venus degli Shocking Blue, poi ripresa anche dalle Bananarama». La passione cresceva insieme alla curiosità di conoscere nuovi stili e nuovi artisti.

Qualche anno dopo ritroviamo Gigetto Carta sul bus, da Villagrande Strisaili a Lanusei, direzione Quarta Ginnasio. Ultimi posti, chitarra, amici e una grande faccia tosta. «Facevamo talmente tanto casino che spesso l’autista, sfinito, ci faceva scendere al bosco di Santa Barbara e da li proseguivamo a piedi». Iniziarono i primi esperimenti musicali e i primi tentativi di formare un gruppo, una band. «Registrammo due canzoni su una cassetta usando un mangianastri. Io alla chitarra, Antonio al flauto e Gianluigi ne scrisse il testo. Ricordo che uno dei due brani si intitolava Concerto Incerto, faceva così…». Canticchia una melodia.

Nel 1977 il padre di Gigetto Carta vinse un concorso di lavoro e con tutta la famiglia si trasferì a Sassari. Era il 17 Settembre 1977 e in Piazza d’Italia suonavano gli Inti Illimani. «In quegli anni c’erano due programmi di riferimento alla televisione, uno era L’altra domenica di Renzo Arbore e l’altro Odeon, tutto quanto fa spettacolo. Nella stessa settimana, vidi due speciali su questa nuova moda che stava prendendo piede. Un nuovo rock. Dei tipi troppo strani! Ne parlavamo anche a scuola fra compagni. La moda e la musica punk mi attiravano proprio. Iniziai a seguire Music Power su Radio Giovane, un programma radio di Sassari, dove Giancarlo Griscenko faceva ascoltare Ramones, Sex Pistols, Eddie & The Hot Rods e tanti altri. Nel frattempo compravo la rivista Ciao 2001, dove andavo a cercare articoli ed informazioni sul punk rock.»

In una gita scolastica Gigetto Carta conosce Fabrizio Cherubini, un ragazzo che più avanti diventerà suo cognato, in quanto fratello della sua futura moglie. Fabrizio, oltre ad essere un grande collezionista di dischi, suonava la batteria e provava alcuni brani insieme ad un chitarrista. «Io suonavo la chitarra, per qualche tempo presi lezioni dal maestro Serra, ma mi proposero di suonare il basso. Fabrizio mi prestò un basso semiacustico della Eko, imitazione Hofner a forma di violino. Provavamo brani di MC5 e The Stooges

I pomeriggi dopo scuola passavano fra dischi e strumenti musicali. «Nel 1979 formammo i dIb, il nome venne scelto perché graficamente era abbastanza irriverente. Comprai un basso per 14000 Lire, era l’imitazione di un Fender Precision della Eko, pagato con un disco dei Doors, un disco di Lou Reed e 6 o 7000 Lire in contanti. Nel 1980 suonammo nell’aula magna del Canopoleno in apertura ai Quasar, una band che andava molto in quel periodo. Suonammo brani dei Jam, dei Ramones e Rolling Stones. Io voce e basso, Fabrizio alla batteria e Carlo Porcu alla chitarra. Più avanti suonò con noi anche Alessandro Zolo al basso (Orchestra jazz della Sardegna, Nasodoble e molti altri) e io passai alla voce. Siamo stati i primi in città a suonare punk rock dal vivo!»

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Seven Miles, 1985

I dIb durarono poco più di un anno e una manciata di concerti. «Un giorno mentre passeggiavo in piazza vidi dei ragazzi non proprio vestiti secondo i canoni, uno di loro aveva un disco sotto il braccio, It’s Alive dei Ramones. Anche io non ero proprio vestito secondo i canoni.” Ride e mi versa un altro bicchiere. “Mi avvicinai e… ciao, anche voi, anche io, insomma, ascoltate questa roba?”». I due ragazzi erano Geppi Sanna e Luigi Palomba, anche loro ascoltavano punk. Il giorno dopo si incontrarono a casa di uno di loro.

Luigi cantava nei Grubs, una cover band di Dead Boys, Ramones, Tom Robinson Band e sapeva suonare la batteria. Qualche tempo dopo i tre amici anziché ritrovarsi in cameretta ad ascoltare dischi decisero di andare in sala prove e provare a fare qualcosa della loro passione. «Luigi alla batteria, Geppi alla voce e io alla chitarra, all’inizio eravamo noi tre. Provavamo a casa di Marco Moretti, quotato artista che ora vive negli USA. Quasi subito nacque il brano Contro il sistema. Avevamo deciso di provare a comporre brani nostri, però io volevo suonare il basso!»

Dopo un breve passaparola individuarono Danilo Sini, un chitarrista perfetto per il loro progetto. Così nacquero gli Undoers (of war and power symbols), nome poi modificato in P.S.A (Punk Sound Against). Rockerilla (la rivista musicale) aveva una rubrica chiamata “Italia la punk” che si occupava della nascente scena punk Italiana. I P.S.A. decisero di registrare le loro composizioni per farsi conoscere spedendo la cassetta alla rivista. «Andammo a registrare al Deposito del Sale in via Buccari, nella sala prove di Gianni Macciocu (i Macciocu lavorano e vendono il sale dal 1967).»

Registrarono “Sulla nostra pelle“, 14 brani cantati su un lato della cassetta in Italiano e gli stessi brani sull’altro lato in Inglese. «Abbiamo registrato sia in italiano che in inglese perché in quegli anni c’era molta attenzione sul punk. Si era creato un circuito di interessati che compravano, ascoltavano e scambiavano. Danilo era molto organizzato dal lato promozionale. Preparava volantini e magliette. Spedivamo ovunque il nostro materiale. Vendemmo circa 4000 copie di quella cassetta che arrivò fino a Jello Biafra negli Stati Uniti. Avevamo mandato una copia alla sua etichetta, la Alternative Tentacles e lui ci nominò in un’intervista rilasciata alla fanzine T.V.O.R. (teste vuote ossa rotte) che era il punto di riferimento per i punk italiani.»

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Seven Miles, reunion, 2000

Ad un certo punto Gigetto Carta lascia il gruppo per divergenze artistiche e viene sostituito da Gianfranco, salvo poi rientrare in svariati live come bassista e addirittura alla voce al live di Pisa (l’unico nel continente) perché Geppi in quel periodo era sotto le armi. «A Pisa suonammo con i Bloody Riot di Roma e gli Stigmathe di Modena al Victor Charlie.»

Nello stesso periodo iniziò a lavorare per i service musicali e a suonare con altre band, ricordiamo i Bobolon’s (cover band di Rolling Stones, Grand Funk railroad, Beatles e altri artisti degli anni ’60 e ’70) con i quali suonò per un periodo il basso e in un secondo momento anche la batteria. E poi gli Start, band con brani originali, hard rock, quasi metal. «Con gli Start provavamo tutti i giorni, facemmo dei bei concerti. Alla batteria avevamo Luca Piana (attuale batterista dell’Orchestra Jazz della Sardegna) e alla chitarra Antonio Perrotti.»

Sciolti i P.S.A e anche gli Start, Gigetto Carta collabora saltuariamente con i Welt di Stefano Cossiga e con gli IPH con i quali partecipa al primo Rock Area di Tonara nell’85 (uno dei Festival rock più longevi in Sardegna). Era proprio il 1985 quando G.B. Chessa, rientrato dalla Danimarca dove era stato per lavoro, propose a Gigetto, Stefano Cossiga (già Welt) e Fabrizio Cherubini di formare una band perché in Danimarca stavano cercando delle band per fare un tour. «In realtà dopo aver formato i Seven Miles, nome che doveva dare l’idea del viaggio, ci rendemmo conto che in Danimarca cercavano gruppi folkloristici per i circoli dei sardi e noi invece eravamo decisamente fra il rock e la new wave

Dal 1985 al 1992 suonò con i Seven Miles che subirono diversi cambi di line-up nel corso degli anni. «Nei weekend del periodo Seven Miles raramente dormivo a casa, suonavamo in diversi festival e rassegne in giro per l’isola.» Nel 1993 per il decennale dello scioglimento dei P.S.A. Gigetto pensa a una reunion. L’idea è di registrare un 45 giri con due brani. Entra in sala prove con Danilo e Luigi ai quali più avanti si aggiunge Gianfranco Manai alla chitarra e anziché portare avanti l’idea originale nasce un nuovo progetto, gli Istrales. Esce così un 45 giri diviso con gli NxN (altra band di Sassari) e nel 1994 il primo disco.

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«Nel 1994 mi trovavo dietro il banchetto del merchandising degli Istrales, suonavamo per il Festival Ichnos (Sedilo, 19 Giugno 1994) quando si avvicinò Danilo per dirmi che c’erano delle persone che avrebbero voluto vederci perché qualcosa di importante poteva accadere.» L’anno prima Gigetto Carta aveva speso un patrimonio fra aerei, taxi e albergo per andare a Firenze a sentire i Ramones pensando che non poteva perdere l’occasione di vederli almeno una volta nella vita. «C’erano degli osservatori che volevano parlarci perché avrebbero dovuto scegliere una band per aprire il concerto di un grosso gruppo americano che di lì a poco avrebbe fatto una tappa in Sardegna. Ricordo che dissi a Danilo di stare tranquillo che intanto non sarebbero potuti essere i Ramones.» Il 30 Settembre 1994 invece gli Istrales insieme ai Maniumane (altra formazione sassarese) aprirono proprio il concerto dei Ramones al Palazzetto dello Sport di Sassari.

«Peccato che fosse assolutamente vietato fare foto. Mi sono rimasti i plettri, gli autografi e il bel ricordo di averli conosciuti.» Gigetto Carta mi mostra le sue reliquie dei Ramones, compresa la maglietta che nel 1980 prese a New York e che a breve finirà incorniciata dietro un vetro. «Dopo il soundcheck iniziai a girare per il palazzetto vuoto e su una porta trovai il cartello con la scritta catering. Entrai e mi trovai davanti i Ramones. “Hello Joey, hello C.J., i am Gigetto!Sono rimasto una mezz’ora a parlare con loro e poi via sul palco per iniziare il concerto.»

Nel 1995 uscì il secondo disco degli Istrales intitolato Bisos. «Ricordo che missammo l’album al rientro dal mio viaggio di nozze.» Conclusa anche l’esperienza Istrales Gigetto Carta riprese a suonare con i Seven Miles. I Seven Miles torneranno ciclicamente in attività nel corso degli anni, cambiando nome in Settemiglia per poi tornare Seven Miles. Proprio in questi giorni hanno ripreso a provare insieme.

Da una decina d’anni a questa parte esistono i Rusty Punx, band che vede fra le fila Gigetto al basso e alla voce, Luigi Palomba alla batteria, Andrea Mossa alla chitarra e Geppi Sanna alla voce. Praticamente 3/4 dei P.S.A., gli stessi 3 ragazzi che si conobbero 40 anni fa in Piazza d’Italia. Portano avanti la stessa passione che è tutt’altro che arrugginita, come suggerisce il nome della band. Propongono brani inediti con una grinta da fare invidia ai ragazzini.

I Rusty Punx sono un elisir di giovinezza. Saluto Gigetto con sottobraccio i dischi degli Istrales che mi ha gentilmente regalato e con la voglia contagiosa di vivere la passione che ci accomuna, quella per la musica. Oramai sulle scale gli chiedo: «Gigetto, ma chi te lo fa fare?». Lui ride e mi risponde: «Mi piace troppo salire sul palco e godermi il momento, ogni singola emozione. Non smetterò mai di suonare!»

di Maurizio Casu

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Si ringrazia l’artista per la possibilità di utilizzo delle fotografie a corredo dell’articolo.

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