di Lorena Piras – Criminologa

Se si pensa a un matrimonio negli anni Venti, si immagina una sposa con un abito sottoveste, lungo, lineare, i capelli corti a caschetto alla flapper girl o acconciati con ciocche piatte e ondulate ai lati del viso, impreziositi da piume, cuffiette o fasce in pizzo. Difficilmente, però, a Sassari, quella domenica 3 aprile 1921, in via San Cristoforo, in pieno centro storico, la giovane Elisa, fresca sposa di Giulio, incarnava lo stile dei Roaring Twenties. Figlia di Giuseppe, falegname, orfana di madre, Elisa aveva 24 anni ed era nata in Francia dove suo padre era emigrato e aveva una sorellastra più piccola, Amelia, anche lei rimasta senza madre. Rimasto vedovo per la seconda volta, Giuseppe decide di ritornare a Sassari, andando a lavorare presso i fratelli Clemente. La vita sassarese trascorre serena, Giuseppe vive con le due figlie, suo fratello, sua sorella e la mamma. Tutto tranquillo sino a che Elisa non si innamora di Giulio, inviso a Giuseppe perché descritto come poco serio e soprattutto figlio di una donna pettegola e turbolenta. Il matrimonio non s’aveva dunque da fare. I litigi diventano all’ordine del giorno, Giuseppe lamenta minacce da parte della figlia maggiore, ha paura che Elisa, proprietaria della casa in cui vivono tutti, lo cacci via. Ma è proprio questo il motivo che macchierà di sangue il vestito da sposa di Elisa, e non solo il suo?

Di malanimo, ma il giorno delle nozze arriva. In via San Cristoforo si festeggia. Ci sono gli sposi, i genitori di Giulio, un chitarrista che intona stornelli, ci sono Giuseppe, Amalia e altri invitati ancora. Il vino accompagna le canzoni, si ride, forse senza troppa convinzione. Forse c’è tensione. Giuseppe, quando sarà interrogato, dirà di sì, che c’era, che durante il pranzo c’erano stati dispetti e insulti contro la sua persona, tutto negato però dagli altri testimoni. Testimoni di cosa? Della furia di Giuseppe che, armato di un trincetto da calzolaio di ventitré centimetri, vedendo le mani intrecciate degli sposi, inizia a colpire la figlia, il genero, l’estraneo e giovanissimo chitarrista e i consuoceri, negando poi ogni addebito e schermandosi dietro all’imperituro “non ricordo niente”. Un niente che però a Elisa e Giulio vale quindici giorni di cura, al chitarrista – il primo a essere attinto da una coltellata al petto e alle spalle mentre cercava di scappare – la prognosi riservata, ai genitori dello sposo, cinque giorni. Lo stesso Giuseppe riporta contusioni e abrasioni guaribili in dieci giorni.

Lorena Piras

A parlare, ora è Elisa. E racconta tutta un’altra storia. Descrive il padre come un uomo molto severo, che impone la propria volontà. Strano al punto che quando gli si diceva di no, cadeva malato e si rifiutava di mangiare, rimproverando le figlie seminando la casa di bigliettini con insulti e minacce. Un padre morboso, che quando vede la figlia maggiore farsi donna, teme di perderla e le intima di non sposarsi: lui le avrebbe fatto da padre e da uomo. Arriva a minacciarla con una rivoltella. Elisa spaventata e chiusa in camera dal genitore, lancia dalla finestra un bigliettino in cui chiede aiuto, che non arriva. A processo, la frase “ti farò da padre e da uomo” viene dichiarata troppo ambigua e passibile di diverse interpretazioni (non indicate): Elisa avrebbe quindi esagerato, frainteso, capito male, insomma. Anche quando il padre entrava in camera sua di notte, svegliandola. Tutto un fraintendimento. L’uomo faceva bene: si accertava che la ragazza, che spesso dormiva fuori casa, si trovasse o meno nel proprio letto. Giuseppe viene condannato a due anni per lesioni, alla confisca del trincetto, al pagamento delle spese processuali e al risarcimento danni per le parti civili. Ma ricorre in appello. La grafia tremula dell’avvocato, nelle motivazioni, indica eccessività della pena. Gioca la carta delle tare familiari: un fratello di Giuseppe è internato in manicomio quindi, per procura, anche il suo assistito è incapace di intendere e volere. Ma soprattutto, se avesse realmente voluto fare una strage, avrebbe iniziato dalla propria figlia e dal genero e non dal povero chitarrista. La pena viene ridotta a diciotto mesi.
Fonti: “archivio storico di Sassari”

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