LUCA PARODI: “Il mare e la musica. Questo era papà”

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di Luciana Satta

Un viaggio che lascia il segno nelle stanze dello storico palazzo del Marchese, a Porto Torres, alla scoperta della vita e dell’arte di Andrea Parodi. L’uomo e l’artista sono raccontati nel Museo a lui dedicato, fortemente voluto dalla Fondazione. È un progetto nato ormai undici anni fa, nel 2009, trasferito in diversi luoghi, da Cagliari a Villanova Monteleone, a Ottana, per trovare sede, infine, tre anni fa, a poche centinaia di metri dalla casa dove lui era nato, la casa dei nonni in via Petronia 102.

Attraverso tutto il percorso multimediale, nelle stanze del palazzo, il visitatore viene accompagnato dalla sua “Voce utensile che ha forgiato pietre e legno, cuori e muscoli”. Così l’autore Michele Pio Ledda aveva definito quel timbro inconfondibile. Nelle sue parole la sintesi di tutto ciò che Andrea Parodi esprimeva con quello “Strumento primitivo, percussione e corda, che dopo anni di identificazione all’interno di irripetibili situazioni, che l’hanno portato a riempire i silenzi della gente sarda con suoni finalmente riportati in vita si propone, nella solitudine affollata della sua persona, all’interno del rumore della scena musicale”.  

Luca Parodi è il vicepresidente della Fondazione Andrea Parodi, grande organizzatore di eventi, manager del gruppo storico, i Tazenda, e di tanti altri artisti. «Papà mi ha insegnato molto – dice – anche se non ho mai sentito di seguire una strada tracciata, non avendo doni particolari, una dote innata, come la sua. Credo che quello che faccio io oggi sia nato di riflesso rispetto a ciò che ho osservato crescendo, che ho dovuto vivere, perché noi abbiamo avuto una fase in cui abbiamo collaborato insieme. Non è un lavoro che ho scelto, come l’ingegnere che giocava da piccolo con le macchinine o voleva fare il pilota, non è il mio caso. Cerco sicuramente per quanto mi è possibile nella mia umanità e coscienza di tenere molto presenti i valori che mi ha trasmesso. L’entusiasmo quando lavorava. Mi ha mostrato che quando fai qualcosa con passione non ti stanca, non ti annoia. Riusciva a fare una “full immersion” incredibile nel suo lavoro proprio per questo: perché faceva ciò per cui sentiva di essere nato e aveva tutte le qualità di questo mondo per farlo». 

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ph. Francesco Cabras

Da tanti anni sei vicepresidente della Fondazione Andrea Parodi, Valentina Casalena è la presidentessa. Di cosa vi occupate? Qual è il messaggio?

La Fondazione nasce intanto, ovviamente, per catalogare e preservare quella che è stata l’opera artistica di Andrea Parodi. La prima azione è stata quindi quella di fare un lavoro di ricerca e di raccolta di tutto il materiale audio e video possibile e immaginabile. Abbiamo un archivio ampio di fotografie, registrazioni tratte da trasmissioni televisive, riprese private realizzate in vari concerti, alcune sue interviste e poi tutta la discografia e anche molte registrazioni di esibizioni estemporanee, live, situazioni in cui magari ha cantato cover di altri. Siamo riusciti a raggiungere veramente dettagli molto importanti in questo senso. Una volta che abbiamo raccolto tutto questo materiale ci siamo posti due obiettivi parallelamente. Quello di creare inizialmente un evento che lo celebrasse, che era il Canta  Andrea Parodi. Subito dopo la sua scomparsa sono state fatte tre edizioni di questo evento. Il Memorial ha perso poi forza, è scemato naturalmente e abbiamo invece concentrato le energie nell’istituire un premio canoro in suo onore. Riteniamo sia più celebrativo, molto più vivo e soprattutto in continua evoluzione. Intanto grazie a questa azione si incoraggiano i nuovi talenti che decidono di militare nella World Music, che era il campo che papà aveva sposato artisticamente, soprattutto nell’ultima fase della sua carriera, quella da solista. Oltre a questo portiamo avanti un’iniziativa molto bella, un’idea di Elena Ledda, direttrice artistica. I finalisti che ogni anno partecipano alle tre giornate del premio si cimentano in una cover di Andrea Parodi, che gli artisti devono arrangiare, non si tratta di una semplice esecuzione. Ogni anno vediamo almeno dieci evoluzioni di dieci opere del suo repertorio. L’altro grande progetto che abbiamo portato avanti è stato appunto il museo multimediale a lui dedicato, che io chiamo “la casa di Andrea”. Quando abbiamo trovato la sede che ci auguriamo sia definitiva abbiamo creato anche il Museo itinerante. Un camioncino che contenga tutti gli stessi contenuti multimediali raccolti nel Museo del Palazzo del Marchese, in spazi ovviamente più ridotti. Questo è l’altro progetto: riuscire a portare “la casa di Andrea” ovunque».

Nel Museo multimediale Andrea Parodi sono raccontati tanti aneddoti, attraverso i contributi video. C’è un ricordo in particolare a cui sei legato?

«Io lo chiamo “la casa di Andrea”, perché non è solo un Museo celebrativo di quella che è stata la sua opera artistica, ma racconta veramente tutta la sua vita. Ci sono delle sezioni che riguardano il suo intimo, da quando era bambino, al periodo della scuola, fino alle motivazioni per cui è arrivato in Sardegna e alla grande passione che aveva per la pesca. Sicuramente questa è la parte del museo a me più cara, quella che ho seguito in prima persona, sono le cose che ho vissuto più intensamente con papà. Della famiglia ero quello che aveva i ricordi più chiari, perché da bambino avevo la fortuna di andare con lui. Certo, la parte artistica l’ho vissuta in maniera privilegiata, ma sicuramente se dovessi parlare con un fan appassionato di questo aspetto forse ne saprebbe più di me (ride n.d.r.)… quello era il suo lavoro che, come in tutte le famiglie, lo portava fuori casa; dunque, probabilmente, su questi aspetti sono più indietro rispetto a qualcuno che lo ha seguito da quel punto di vista più assiduamente rispetto a me. Invece ho curato più da vicino all’interno del Museo la sezione che racconta le esperienze che abbiamo vissuto assieme, che facevano parte del nostro intimo, infatti nei video appare il mio volto e parlo in prima persona».

Anche da questi tuoi racconti all’interno del percorso museale emerge il rapporto molto stretto che tuo padre aveva con il mare…

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ph. Francesco Cabras

«Credo che il mare sia stato in giovinezza la principale fonte di soddisfazioni, di svago, di rifugio. Credo che la musica sia arrivata dopo e in questo senso anche all’interno del museo si segue questo percorso. Questa passione per la musica arriva nella giovinezza, anche se in realtà abbiamo testimonianze del fatto che già da ragazzino lo mettessero sul bancone della latteria, cantasse e gli regalassero la cioccolata. Però passione vera e propria è arrivata secondo me intorno ai quattordici anni, quando ha iniziato a sentire veramente questo bisogno. Fino ad allora la passione principale era il mare, era la pesca. Una passione tramandata, perché mio bisnonno era capitano sulle navi. Una passione per tutta la vita mai abbandonata, anche quando ha smesso di pescare… era arrivato a maturare l’idea che non volesse più “uccidere i pesci”. L’amore assiduo per la pesca in lui l’ho vista almeno fino all’età di  trenta/trentacinque anni, fino agli anni Novanta. Prima del successo era anche una fonte di reddito, non solo una passione. Poi è diventato un hobby, per staccare da tutto, prendere una giornata per fare la rimpatriata con gli amici. Come tutti noi portotorresi ha amato il nostro tratto di mare, Balai… ha scritto anche una canzone su Balai. Racconta di quando si andava ad abbandonare ai “cavalloni”. Le onde alte erano la parte più divertente di quella baia, lo sono state anche per me e mi risulta lo siano ancora oggi… anche se adesso è più difficile, per la vigilanza dei bagnini… (ride n.d.r.)… Poi sicuramente il mare lo ha portato qua, il mare lo ha generato, perché mio nonno era di Savona, navigava, mentre mia nonna era di Porto Torres e si sono conosciuti perché mio nonno faceva scalo in questo porto. Mio padre da bambino trascorreva l’estate a Porto Torres».

Poi è stato anche docente all’Istituto Nautico, dunque il legame con il mare è evidente anche in questa scelta. Docente di “Marinaresche”, si racconta che portasse gli alunni al mare, facesse delle escursioni in barca, così come il programma della scuola prevedeva, e che queste escursioni finissero spesso in chiacchierate e in cantate…

Andrea-Parodi
ph. Francesco Cabras

«Diciamo che intanto queste escursioni facevano appunto parte del programma al nautico, essendo lui professore di “Marinaresche”. Il programma scolastico della prima e della seconda classe prevedeva le escursioni in barca. Era un professore molto giovane, dunque chiaramente anche la vicinanza di età rispetto ai ragazzi ha agevolato una certa confidenza. Sì, qualche suo ex alunno mi ha confermato che tra loro ci fosse un alto livello di confidenza… con lui si poteva anche ridere e scherzare e posso affermare che ogni tanto abbia anche pescato durante queste escursioni».

Andrea Parodi diceva: “Per la Sardegna ho scommesso quasi la vita”, perché l’Isola è sempre stata al centro della sua musica. Andrea portava l’immagine della Sardegna nel mondo. Qual è il rapporto che Andrea Parodi avuto con i suoi collaboratori? E qual è il tuo rapporto rimasto nel tempo tra te e i suoi musicisti?

«La musica è stata la sua ragione di vita e di conseguenza i rapporti con i collaboratori sono sempre stati molto stretti e intensi. Tutte le opere artistiche più importanti che hanno segnato la sua carriera sono nate da intensi periodi di frequentazione con i collaboratori di quella fase storica. Nelle fasi operative di realizzazione del disco hanno sempre prediletto, ad esempio, per settimane e mesi chiudersi a casa a registrare. Papà preparava da mangiare. Non si parla del “turno di lavoro” in cui si trovavano a orari stabiliti, avevano proprio bisogno di vivere insieme. Diventava un rapporto molto intimo, stretto. È sempre successo così: hanno ottenuto i più grandi risultati quando hanno lavorato in quella maniera… sicuramente».

Recentemente sono stati conclusi i lavori di rifacimento della facciata della casa d’infanzia di Andrea Parodi, da te voluti fortemente e realizzati dall’artista Roberta Sotgiu. Come è nata questa idea di rendere omaggio a tuo padre?

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ph. Luciana Satta

«Il rifacimento della facciata è una mia idea. È la casa dove vivo tutt’oggi e che non veniva ristrutturata ormai da trentacinque anni. Era la casa dei nonni di papà. Sono stato molto combattuto se scrivere “Casa Parodi” o “Casa Sau”, perché era la casa dei miei nonni “Sau”… ho scoperto di recente che veniva chiamata “la casa di Lu Cabaddànti”, perché mio nonno era il postino che a cavallo portava la posta tra Porto Torres e Stintino. La casa di via Petronia 102 aveva all’esterno il classico anello, al quale veniva legato il cavallo… Sono andato un po’ contro la storia a intitolarla così, perché di fatto “Parodi” lo è diventata solo nella penultima generazione. Ma l’ho voluta identificare proprio con lui, essendo comunque la casa in cui era nato, anche se subito dopo la nascita e fino all’età di quindici anni lui aveva vissuto a Savona. Il progetto ha avuto varie evoluzioni, perché nel frattempo io non abitavo lì. C’è stato un periodo in cui ho pensato di far diventare quella casa il museo, ma purtroppo le ristrutturazioni che mio padre aveva già iniziato avevano fatto sparire la casa antica. Era già una casa anni Ottanta, dove era rimasto solo un pezzettino del pavimento originale, ma non poteva essere restaurata così come era stato fatto al palazzo del Marchese. La facciata in particolare non era mai stata restaurata, da quando sono nato. Un gruppo Facebook aveva segnalato in maniera polemica come quella casa così importante non fosse ancora stata sistemata. In realtà loro non sapevano che io da anni mettevo via i miei risparmi e cercavo di organizzarmi per rimediare a questa situazione. Era un mio desiderio. La facciata è stata la prima cosa che ho fatto risistemare di quella casa. Ho chiamato i muratori e mentre generalmente la facciata è l’ultima parte della casa che viene fatta ripristinare, io ho voluto darle la priorità. Era doveroso farla. Il disegno è arrivato in un secondo momento, anche perché bisognava aspettare che il colore asciugasse bene. È stato realizzato da Roberta Sotgiu. È  un’artista di Porto Torres, amica di papà, che aveva già realizzato un quadro che era stato donato a Valentina Casalena. Nel lavoro della facciata è  riuscita a fondere le due passioni di papà, la musica e il mare, ha scelto l’azzurro e il bianco e nel disegno ha inserito anche un pentagramma a forma di onda. Poi mi ha chiesto di scegliere le note di un brano che lo rappresentasse e ho scelto No potho reposare.

Quello era un omaggio che volevo fare in forma privata. Non era pensato come un qualcosa di istituzionale, tanto è vero che non mi aspettavo neanche questi consensi. È stata una mia iniziativa personale, non l’avevo vista come un qualcosa che potesse ricevere tutta questa attenzione… voleva essere un semplice omaggio, un ricordo…»

«Caro papà a te piacevano tanto le coincidenze e in particolare quelle con la tua data di nascita. Ora il caso vuole che proprio ieri abbia scoperto con piacere che Cinzia ha cominciato la statua in tuo onore e oggi pomeriggio Roberta abbia cominciato il mio regalo per te sulla facciata della casa dove sei nato…..sono certo che apprezzerai sia le coincidenze che i risultati. Buon compleanno papà!!!»

Luca Parodi, da un post pubblicato su Facebook
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ph. Francesco Cabras

«Ho in mente anche un altro progetto. L’idea è che la casa di via Petronia 102 dia ospitalità e consenta al visitatore di fare un approfondimento in più. Sarà una piccola succursale, con un’accezione diversa rispetto al Museo multimediale. Come quando si va all’Agnata di De Andrè, a Tempio, con quella curiosità di toccare con mano e di alloggiare nel luogo che è stato vissuto dall’artista. Nel nostro caso non si potevano effettuare restauri all’interno perché, visti i cambiamenti che aveva fatto papà, sarebbe stato un progetto troppo complicato. Ho scelto dunque di iniziare dal rifacimento della facciata, prima di tutto per identificare il luogo in cui lui era nato. I turisti si fermano a fare le fotografie. Così il ricordo rimane vivo. Poi, chi ha passione in più avrà anche la possibilità di fermarsi nel B&B. L’ho immaginato con due stanze: la stanza del mare e la stanza della musica. Per la stanza del mare, ad esempio, sto scegliendo delle fotografie che immortalano alcune delle sue pescate e in quella della musica pensavo di inserire una postazione con un computer, in cui sia raccolta tutta la sua discografia e magari si possano inserire le basi musicali. Il visitatore potrà lasciare, se avrà piacere, la registrazione della sua versione di quel brano. Non dovrà essere un doppione, ma un approfondimento in cui trovare ciò che non trovi nel Museo.

Da qualche tempo sei anche impegnato insieme al musicista Domenico Bazzoni nel progetto Sonos, una scultura realizzata dalla scultrice Cinzia Porcheddu che sarà collocata a Balai per ricordare e rendere omaggio alla figura di tuo padre.

L’idea di realizzare quest’opera è nata, appunto, più di due anni fa da una proposta di Domenico Bazzoni, noto musicista di Porto Torres e grandissimo fan di papà, tant’è vero che sulla spalla ha anche un tatuaggio che lo rappresenta. Credo nelle coincidenze e l’incontro con l’artista a cui è stata affidata la realizzazione dell’opera me lo conferma. Nel 2009 la scultrice Cinzia Porcheddu aveva partecipato a un concorso per realizzare una scultura da dedicare ad Andrea Parodi e destinata all’Auditorium dell’Istituto commerciale di Sassari. Per il concorso, che poi fu in seguito annullato, aveva già realizzato un lavoro, Sonos. È una miniatura che rappresenta la coda del pesce, ma anche la nota musicale. Sulla scultura sarà incisa la scritta “In Balai abba frisca in coro bajanu”. Ci teneva a rappresentare entrambi i mondi, la musica e la pesca. La sua idea artistica mi è sembrata molto più rappresentativa, profonda, rispetto ad altre proposte. Ho deciso a occhi chiusi che dovesse essere assolutamente lei a realizzarla. Abbiamo avviato una campagna di raccolta fondi, ma il problema del Covid ha rallentato, perché il vero sostegno era stato ipotizzato potesse arrivare durante gli eventi. Fino adesso non c’è stata una grandissima risposta, soprattutto a causa di questo problema, ma speriamo che le persone capiscano l’importanza dell’opera e vogliano contribuire a realizzarla .

Qual è il valore che ti ha trasmesso tuo padre?

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ph. Daniela Zedda

Lui mi ha trasmesso un valore con cui ogni tanto mi trovo anche a combattere, che è quello di seguire le proprie passioni. Lui sicuramente ha avuto la fortuna di avere un grande dono, una grande passione che non gli ha lasciato moltissimi dubbi su cosa fare nella vita e quale direzione seguire. Però certamente nel seguire questa passione si è trovato di fronte a un grande bivio: seguire il successo attraverso la via più breve, che era sicuramente quella più commerciale, nei canoni del mercato di questo settore, in sfavore di quella che era diventata la sua passione, il suo credo: la World Music, la lingua, la cultura sarda. Ha dovuto fare delle grandi rinunce in questo senso e credo che l’ultima pagina della sua vita, scritta assolutamente tutta di suo pugno, cioè con i collaboratori ma senza influenze esterne, sia  a mio avviso sicuramente la più bella, la più interessante. Confesso anche con grandi scontri con me, io con alcune decisioni che ha preso a suo tempo non ero esattamente d’accordo nella totalità, perché comunque hanno compromesso molto la sua vita e in alcune fasi gli hanno creato dei problemi, anche se poi è stato premiato, in seguito. Ritengo infatti che i più grandi riconoscimenti li abbia presi post mortem… come tanti altri artisti… ma, se guardiamo alla storia, la maggior parte dei più grandi artisti ha avuto problemi di questo tipo. Ne faccio addirittura un canone di riconoscimento dell’artista col “bollino DOC”.

Al termine del viaggio nel Museo, alla fine del percorso multimediale nella storia di Andrea Parodi, resta particolarmente impresso il brano Armentos… si parla dei pascoli divini e del ritorno, di un qualcosa che rimane comunque per sempre nel tempo, come la sua voce, unica, un timbro che esprimeva tutto il senso della vita…

Armentos cela un retroscena che lo avvalora ancora di più: è stato il brano del rincontro con i Tazenda, perché quel brano è stato scritto da Gino Marielli e loro l’hanno realizzato nel periodo in cui le loro carriere erano separate. Da lì poi è nata la famosa “reunion” e avevano ripreso a collaborare. Sanciva l’incontro tra i Tazenda e Andrea Parodi. È stato scritto assolutamente per quell’occasione, l’idea di Gino era di rendere attraverso il brano il concetto di ciò che c’è tra i due pascoli, quello divino e quello terreno, di ciò che li divide ma anche l’auspicio che poi ci si possa rincontrare, perché questi rapporti non terminano mai. Quando sono così importanti, così forti, non terminano mai. Quello era un brano molto caro a papà.

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