FABIO SAIU

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di Benito Olmeo

Fabio Saiu, algherese è il primo artista sardo emergente a pubblicare una monografia completa e ambiziosa, destinata al grande pubblico e alla distribuzione allargata tramite i più importanti circuiti nazionali e internazionali. In questi ultimi due anni, quando non dipinge, Saiu si dedica interamente a questo progetto di visone e di valore, che raccoglie 23 anni di carriera in 38 opere, in cui si racconta non solo attraverso la sua tecnica ma anche attraverso le parole degli amici eccellenti che firmano i testi in catalogo.

È Pinuccio Sciola che nel 1992 nota i colori di Fabio Saiu, allora studente all’Accademia delle Belle Arti di Sassari, curando e inaugurando nello stesso anno la sua prima mostra “Debuttante” ad Alghero. È Paolo Fresu il primo estimatore ad acquistare le sue opere invitandolo poi, nel 1997, a esporre il suo lavoro in occasione del Time Jazz Festival di Berchidda.

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È Massimo Sgroi il critico esperto, nonché curatore di mostre di grande rilievo, a descrivere l’artista e il suo coraggio di mostrare con ironia e irriverenza le contraddizioni dell’umano. A questi personaggi manifesti si aggiunge il nome non manifesto di un importante collezionista del nord Italia, che nel 2017, dopo aver visitato la personale di Saiu presso il Museo di Arte Contemporanea di Caserta, acquista le sue tele supportando e appoggiando vivamente la produzione della monografia.

Quei dipinti oggi compaiono in una raccolta inestimabile accanto alle opere di artisti del calibro di Basquiat, Richter e Warhol. L’intesa ventennale con Antonio Rossi Direttore della Galleria Studio Legale di Caserta, punto di partenza di artisti quotati come Ryan Mendoza, e location di esposizioni personali di notevoli talenti nazionali come Luca Pancrazzi, Loris Cecchini e Andrea Salvino, sanciscono la sua carriera e la consolidano fissando i presupposti per un riconoscimento internazionale.

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Ci sono diverse cose che ti legano all’artista Nicola Marotta, una fra tutte quella di averti fatto avvicinare all’arte in modo ancora più deciso. Come nasce questo incontro e cosa ti ha lasciato a livello umano e artistico?

Fabio Saiu:

Quella con Nicola Marotta è un’amicizia storica, nata tantissimi anni fa. Nicola è stato mio insegnante all’Istituto d’Arte, dunque il nostro rapporto iniziale era alunno-professore, che poi, con il passare del tempo, si è evoluto sfociando in una splendida amicizia. Stimo moltissimo
il suo lavoro come artista e so che la cosa è reciproca. E’ un artista campano, trasferitosi giovanissimo ad Alghero per insegnare all’Istituto d’Arte. Si è innamorato del posto tanto da decidere di rimanerci e mettere su famiglia. Mi chiedi perché se ne parli poco? Forse per un fatto caratteriale, essendo lui una persona schiva e taciturna, molto educata e allo stesso tempo altrettanto diretta. Sicuramente negli anni ’70 il sistema dell’arte non era come quello odierno, e ritornando alla questione caratteriale, credo che nel contesto artistico lui sia stato frainteso. Lo stesso Marco Magnani, il critico più illuminato degli anni ’80 e ’90, che seguì anche il mio lavoro, probabilmente non capì l’importanza del lavoro di Nicola, che in Sardegna è stato in qualche modo ghettizzato. Nonostante ciò, a mio parere, tra gli artisti della sua generazione è il più interessante. Nella sua poetica artistica ha fatto sua la lezione di Osvaldo Licini e ha abbracciato l’immaginario di Pompei ed Ercolano prediligendo le figure stilizzate. Tra gli aneddoti che ricordo maggiormente, la volta in cui, quando studiavo in Accademia, mi invitò a tenere una lezione durante la quale realizzai un lavoro al centro della classe interagendo con gli studenti. Oppure quando alle superiori, durante i colloqui con i genitori, ripeteva sempre a mio padre “Suo figlio vive di rendita”, perché avendo io una mano più felice degli altri a fine mese mi bastava eseguire due o tre lavori per accontentarlo, a differenza dei miei compagni di classe che invece si impegnavano assiduamente in ogni lezione. Nicola ha sempre chiuso un occhio perché ero talentoso e gli bastavano quei pochi disegni. Ho capito solo dopo, con il tempo, molte delle cose che mi diceva e cercava di insegnarmi. Vorrei infine aggiungere che da un po’ di tempo stiamo pensando di fare una doppia personale ad Alghero e ciò sarebbe molto bello per la stima che ci lega. Come già ho fatto nel 2001 a Cagliari con Primo Pantoli. Mancano da definire lo spazio e il periodo.

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Durante i tuoi studi Accademici la svolta, Pinuccio Sciola nota i tuoi lavori e tra voi nasce un sodalizio umano e artistico che durerà fino alla sua morte (13 Maggio 2016). Cos’ha significato per te vivere l’arte e sentirla raccontare dalle parole di un “gigante” come Pinuccio Sciola?

Fabio Saiu:

Con Pinuccio è stato amore a prima vista. Vide il mio lavoro nell’inverno del 1992 mentre studiavo in Accademia. Lui non era uno dei miei docenti ma quando notò alcuni dei miei lavori esposti nel corridoio dell’istituto se ne innamorò subito. Mi guardò e mi disse “Lavora per tutta questa stagione accademica, e se trovi uno sponsor sarò io a presentare la tua prima personale ad Alghero”. Praticamente fu il mio padrino nel mondo dell’arte sarda. Nell’agosto del ’92, l’allora consulente artistico della Torre di Porta Terra, Manlio Masu, pittore e amico algherese, mi diede lo spazio per la mostra e si strinse un rapporto di stima reciproca anche negli anni a seguire. Il giorno della mia inaugurazione, Pinuccio
mi presentò Marco Magnani, all’epoca critico militante più influente della regione, che apprezzò subito il mio lavoro tanto da coinvolgermi successivamente in diverse mostre. Marco era una persona molto attenta all’arte contemporanea, sapeva leggere molto bene la pittura e scriveva pagine intere nella sezione Cultura de La Nuova Sardegna. Ha curato tante mostre importanti attraverso l’isola e collaborava con la casa editrice Ilisso di Nuoro per la realizzazione di monografie sugli artisti storicizzati sardi. Fu un grande divulgatore e promotore dell’arte in genere. Tornando alla frequentazione con Pinuccio, fu molto lunga e intensa e lui continuò a venire spesso a trovarmi ad Alghero fino a invitarmi, nel ’93, a San Sperate per realizzare un murale in occasione del 25° anno del muralismo in Sardegna. Ci sentivamo spesso e io andavo anche a trovarlo a casa sua. Pinuccio era un vulcano di idee, ne aveva milioni ogni giorno. Era critico, gallerista e mercante, tutto in un’unica grande personalità. Aveva contatti con tutti i comuni e assessorati alla cultura della Sardegna. Era una persona esplosiva e mi voleva molto bene.

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Un aneddoto che ricordi con piacere del maestro Pinuccio Sciola?

Fabio Saiu:

Ci sono tanti aneddoti che ricordo sulla frequentazione con Sciola. Quando veniva a trovarmi mi regalava sempre le panadas e le pardulas perché sapeva che ne andavo ghiotto e, come sempre, arrivava scalzo, proprio come all’inaugurazione della mia mostra nel 1992. In quell’occasione mi rimproverò severamente perché prima dell’evento allestii il rinfresco al centro della Torre Porta Terra dove esponevo. Tempestivamente mi fece spostare tutto in un angolino appartato, per non disturbare l’osservazione degli ospiti durante la visione delle opere. Naturalmente feci ciò ingenuamente, era la mia prima mostra in assoluto. Comunque lui da scalzo guidava anche la macchina. Era un uomo immerso nella natura, a contatto con la pietra, e per lui avere i talloni duri come le sue sculture forse era scontato. Ricordo che una volta, poco prima di andare in spiaggia per una performance con alcune delle sue sculture ispirate alle bagnanti, mi regalò un catalogo di Georg Baselitz, un artista neoespressionista tedesco degli anni ’80 su cui feci la tesi nel 1994. Riprendendo il discorso della performance, che era bellissima, mentre andavamo al mare in macchina io pensavo che nella sua borsa ci fosse il suo asciugamano, invece all’interno c’erano delle sculture grandi come una mano che rappresentavano delle bagnanti in varie posizioni. Le dispose sul bagnasciuga e quando le onde le investivano le statue si ritraevano e l’effetto bagnato sulle sculture era stupendo. I passanti incuriositi si fermavano a parlare con Sciola mentre io regalavo loro dei fogli con la sua biografia, che Pinuccio mi aveva dato prima della performance. Un altro ricordo che porto nel cuore riguarda l’inaugurazione nelle tenute vinicole di Sella&Mosca tenuta da Pinuccio. Prima del taglio del nastro, mentre il Sindaco di Alghero parlava e lui era lì accanto, mi vide da lontano in mezzo alla folla e con la mano m’invitò ad avvicinarmi. Sebbene un po’ intimidito, mi feci largo tra le persone e lo raggiunsi. Per coincidenza, in quel momento vicino alla mia fidanzatina c’era la moglie del direttore della cantina, che stizzita dal fatto che mi stessi avvicinando a Sciola, disse all’amica “ma chi si crede di essere questo ragazzino?”. In quell’istante di impeto, la mia fidanzata le rispose che ero l’artista prediletto di Pinuccio, e si ammutolì subito. Questo solo per far capire il bene che mi voleva. Ricordo anche quando, sempre in Accademia a Sassari, un docente mi disse di cambiare scuola dopo aver esaminato il mio lavoro. Ero giovanissimo, talmente amareggiato che piansi e mi risolsi a interrompere gli studi accademici. Fortunatamente mi confidai con Sciola, che prima mi tranquillizzò e poi andò a parlare con il docente, che da quel momento in poi cambiò il suo atteggiamento nei miei confronti. Un’altra cosa bellissima che ricordo ancora è l’enorme aranceto che Piunuccio aveva nella sua casa studio. Il ricordo olfattivo di quelle arance bellissime e buonissime è sempre vivo in me. Ogni volta che tornavo da San Sperate, facevo mia madre felice perché, come al suo solito, Pinuccio mi regalava una cassa intera di arance. Forse non è un caso che l’arancione sia il mio colore preferito.

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Nel 1997 partecipi ad una collettiva curata da Carmelo Meazza dal titolo “Artisti Isolani” e sempre in quel periodo Paolo Fresu (uno tra i tuoi primi collezionisti) ti invita ad esporre una tua opera al Time Jazz Festival di Berchidda. Questi momenti cosa hanno portato nella tua formazione artistica?

Fabio Saiu:

Sì, nel ‘97 feci la mostra a Berchidda e anche una collettiva alla Galleria Kairòs di Sassari diretta da Carmelo Meazza, che in seguito, nel 2000, mi invitò a fare anche la mia personale. In quel periodo il suo spazio era uno dei fulcri dell’arte a Sassari, e non solo. Era uno spazio molto bello, articolato su due piani. In quegli anni io collaboravo anche con Giannella Demuro, critica d’arte di Sassari presentatami da Sciola. Ricordo che vennero a farmi una visita a casa, e da quel momento collaborai con lei in diversi progetti. Dopo qualche tempo lei si fidanzò con Antonello Fresu, fratello di Paolo, ed entrambi facevano parte del direttivo del Time Jazz Festival, oltre che organizzare anche delle mostre al PAV, Museo di Arti Visive di Berchidda, che contiene una collezione permanente, con donazioni degli artisti sardi, che durante il periodo del Time Jazz Festival è aperta al pubblico. Sempre nel ’97, in occasione del festival, Giannella e Antonello organizzarono una collettiva intitolata “Tutti giù per terra”. In quell’occasione Paolo Fresu vide i miei lavori e si innamorò di un quadro che poi acquistò. L’amicizia durò nel tempo e mi invitò anche al suo matrimonio. Di Paolo posso dire che è una persona con una grande sensibilità artistica, è un amante dell’arte e la sua firma non poteva mancare nella mia monografia recentemente pubblicata.

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In quegli anni la Sardegna vive un momento molto intenso a livello artistico, in quel periodo eri un giovane emergente che viveva tra il classico e il contemporaneo come hai vissuto questo cambiamento. Sempre tenendo presente che già a cavallo degli anni 50/60, Mauro Manca (docente dell’Istituto Filippo Figari di Sassari) aveva fatto da spartiacque tra la pittura tradizionale e l’arte contemporanea in Sardegna.

Fabio Saiu:

Gli anni ‘90 per me, artista emergente, sono stati molto stimolanti. Nel 1994, conclusi gli studi nell’Accademia delle Belle Arti di Sassari, nell’aria sassarese si respirava un grande fermento riguardante gli eventi artistici. Dopo la personale del 1992, feci delle collettive soprattutto a Sassari, come quella nelle sale della Provincia, grazie a Marco Magnani, che si operava per divulgare l’arte contemporanea in tutta la regione. Ricordo con affetto gli inserti su La Nuova Sardegna, uno riguardante la scultura e un altro la pittura. In quest’ultimo, il giornale mi citò tra gli artisti emergenti degli anni ’90. Nel 1996 feci una collettiva itinerante Milano-Caserta, e il mio nome apparve accanto a quello di artisti del calibro di Mimmo Rotella, Ugo Nespolo, Mario Schifano e Jim Dine. Per me era un sogno vedere i miei lavori accanto a quelli di maestri storicizzati, che avevo recentemente studiato in Accademia. A Milano la mostra ebbe luogo presso la galleria Ammiraglio Acton, mentre a Caserta presso la Galleria Studio Oggetto. Il direttore delle due gallerie era Massimo de Simone, promotore della Pop Art italiana, e uno dei suoi pupilli era Franco Angeli, che lavorava con lui. Ricordo che un giorno de Simone, invitatomi nella sua casa milanese, mi fece vedere decine di quadri dello stesso Angeli, tutti bellissimi. Ospitava frequentemente l’artista per lunghi periodi nella sua amatissima Caserta, per consentirgli di continuare la sua ricerca artistica. La mostra ha anche un precedente simpatico nel 1995, quando decisi di mostrare il mio lavoro a Milano. In quell’occasione fu mia madre a supportarmi fortemente, regalandomi un milione di lire, cifra che mi permise di stare a Milano per un certo periodo. Lì avevo un amico, che decise di ospitarmi durante questo soggiorno, consentendomi di risparmiare tanti soldi. E’ stato buffo il rientro in Sardegna, perché restituii a mia madre novecentomila lire. Una settimana dopo il rientro mi contattò la galleria Ammiraglio Acton, dicendomi che a breve si sarebbe tenuta a Milano una mostra collettiva in cui sarebbero apparsi anche i miei lavori. Feci un salto di gioia, perché quello fu il vero primo riconoscimento nazionale. La mostra fu supportata da un bellissimo catalogo.

Nel 2001 è il momento di una doppia personale con Primo Pantoli, la mostra dal titolo “Personalità e nuove presenze” si svolge al Man Ray di Cagliari curata da Mariolina Cosseddu. Altro tassello fondamentale per la tua ricerca artistica.

Fabio Saiu:

Si, ho un bel ricordo di quella mostra con Primo Pantoli, artista cagliaritano scomparso da poco. Andai all’inaugurazione con il direttore dell’Accademia di Belle Arti, Nicola Maria Martino, che stimava molto il mio lavoro, tanto che nel 1994 mi fece rappresentare l’Accademia di Sassari con una mostra collettiva alla Casa Dantesca a Firenze. All’inaugurazione, a Cagliari, venne a trovarmi anche Pinuccio Sciola. Con Primo c’è sempre stato un rapporto di amicizia, affetto e stima reciproca.

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Per tua stessa ammissione un altro elemento determinante e fondamentale del tuo percorso artistico è stato vedere nel 2000 i lavori di Daniel Richter alla fiera di Bologna. Il tuo soggiorno a New York nel 2006 e l’antologica di Peter Doig nel 2009 a Francoforte. Cos’è cambiato o meglio maturato in te in quei tre periodi diversi?

Fabio Saiu:

Sono sempre stato un frequentatore di fiere. Nel 2000 quando vidi le opere di Daniel Richter, che io conoscevo tramite le riviste specializzate, fu un colpo di fulmine. Ricordo che i costi erano anche bassi, quadri di 200 x 150cm costavano intorno ai 10.000 euro, ma dopo poco ci fu un’impennata delle quotazioni. Mi piacque così tanto che poiché la galleria di Berlino che lo rappresentava, la Contemporary Fine Arts, aveva a disposizione un solo catalogo dell’artista, per averlo fui costretto ad attendere fino all’ultimo giorno di fiera. Di Peter Doig ho visto l’antologica itinerante a Francoforte, in precedenza era al Pompidou di Parigi e alla Tate Gallery di Londra. Rimasi folgorato. Con Daniel Richter e Adrian Ghenie, è uno degli artisti che ammiro di più. Anche New York è stata determinante per la mia ricerca. Devo ammettere che in quel periodo mi trovavo un po’ spaesato perché in Italia vigeva una pittura fredda, chiamata mediale, attenta ai dettagli. Per chi come me prediligeva una pittura più libera, più legata al neoespressionismo tedesco, era difficile farsi strada. A New York mi trovai subito a casa, soprattutto quando visitai Chelsea, dalla 16ma alla 22ma strada, dove le gallerie si susseguivano una dopo l’altra. Spazi bellissimi, ottenuti dalla ristrutturazione di vecchie fabbriche. Pittura di tutti i generi, in tutte le prospettive, dalla più figurativa a quella più astratta. Un’esperienza esaltante per me. Sono rientrato in Sardegna pieno di idee, e ancora più motivato e consapevole che la direzione che stavo seguendo fosse quella giusta. Ricordo che la direttrice del Chelsea Museum, incuriosita dalle mie richieste di cataloghi di pittori emergenti, come Matthias Weischer e Dana Schutz, mi chiese di cosa mi occupassi, e mostrandole dal telefono alcune delle mie opere, mi consigliò di restare a New York, perché osservando i miei quadri trovò delle attinenze con quello che realizzavano i giovani pittori in quel momento a New York. Decisi comunque di tornare in Sardegna.

Altro punto fermo della tua carriera sono Antonio Rossi direttore della Galleria Studio Legale di Caserta (tuo gallerista). Come sei venuto in contatto con questa galleria e cosa ha aggiunto alla tua carriera artistica?

Fabio Saiu:

Il sodalizio con Antonio Rossi dura da ben 20 anni. Lo conobbi nel 2000 a Torino in occasione della sua partecipazione ad Artissima. Io ero molto incuriosito, conoscevo la sua galleria, ricordo che nel suo stand aveva dei quadri di Ray Mendoza, artista da lui scoperto nel 1997, e poi riconosciuto a livello internazionale, tanto da esporre alla galleria White Cube di Londra, che ha sempre seguito il lavoro di Damien Hirst, uno degli artisti più famosi al mondo. Avvicinandomi al suo stand, e complimentandomi per quelle opere, iniziammo a dialogare, gli mostrai delle foto e da lì in poi nacque la nostra amicizia. Ogni tanto gli mostravo le mie opere e dopo alcuni anni, quando il mio lavoro fu più maturo, mi invitò a varie collettive, fino ad arrivare alla mia personale al MAC3 di Caserta nel 2017. La Galleria Studio Legale è sempre stata riconosciuta a livello nazionale come una galleria propositiva, con un occhio molto attento alla pittura. Ha promosso artisti che hanno poi avuto fama nazionale, come Luca Pancrazi, Andrea Savino, Loris Cecchini e tanti altri. Tra le mostre di spicco della galleria, una su tutte quella del 1995 di Enzo Cucchi tenutasi alla Reggia di Caserta. Il mio approdo in questa galleria sembra quasi un segno del destino, perché nel lontano 1996, come detto in precedenza, il gallerista era anch’esso casertano.

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Il tuo stile è riconoscibile, le tue opere riflettono il tuo inconscio con una gestualità precisa e sensibile. Un tuo lavoro ha colto la mia attenzione, Mal di Denti 2017, un lavoro drammatico e ironico come la tua poetica, che in me ha provocato sensazioni contrastanti, mi racconti com’è nata l’opera?

Fabio Saiu:

L’opera riflette sempre lo stato d’animo dell’artista. Molto banalmente in quel momento soffrivo di mal di denti. Le cose nascono in maniera casuale quando sei in studio. Guardi la tv, vedi un’immagine, sfogli un giornale e a un tratto ti si accende la lampadina. A proposito di quel quadro, un giorno sfiorandomi il dente dolorante, ho avuto l’idea. Mi è piaciuto così tanto da farne tre versioni. Una con tecnica ad olio in bianco e nero, una ad olio a colori e un disegno con la grafite.

Proprio in questi giorni esce la tua prima monografia frutto di più di 20 anni di lavoro, ce ne parli?

Fabio Saiu:

La monografia è nata dopo trent’anni di ricerca artistica, e venti di sodalizio con il gallerista Antonio Rossi. Ha motivato anche questo progetto un grosso collezionista del Nord Italia, che acquistando i miei lavori, ha sollecitato il gallerista a creare la mia monografia. Il collezionista in questione è un amante della pittura, e la sua collezione vanta nomi del calibro di Andy Wharol, Gerhard Richter e Basquiat. Oramai era giunta l’ora, il lavoro era maturo, e quindi abbiamo deciso di investire i soldi della vendita dei quadri di questo collezionista nel progetto in questione. La monografia ripercorre il mio percorso artistico dal 1996 al 2019, con all’interno tre preziosi contributi critici. Uno è di Pinuccio Sciola, che ricordo sempre con grande affetto, riportando il testo che lui scrisse nel leaflet della mia mostra che lui stesso presentò nel 1992. Gli altri due testi in catalogo sono invece di Massimo Sgroi e Paolo Fresu. Sgroi, critico e direttore del MAC3 di Caserta, ha curato mostre in gallerie private come Raucci/Santamaria a Napoli e in spazi pubblici come la Reggia di Caserta. Sotto la sua curatela mostre prestigiose, come quella del famoso artista Miltos Manetas. L’intervento del jazzista Paolo Fresu può sembrare inusuale per una monografia d’arte, ma ritengo che la musica jazz si accompagni bene con le pennellate e i toni di colori quando dipingo, creando una sinergia unica. Nel catalogo, inoltre, non appare solo la parte pittorica, ma anche la ricerca di diverse tecniche su carta. Mi piace molto disegnare e lavorare usando tecniche miste nella stessa opera. Sulle stesse carte convivono tecniche con pastelli, pastelli a olio, acquarello, olio, grafite, che interagiscono tra loro.

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Riferito alla tua ricerca, quanta sofferenza e difficoltà hai trovato nel mondo dell’arte?

Fabio Saiu:

La carriera di tutti gli artisti è in salita, soprattutto all’inizio, quando bisogna farsi notare dal sistema dell’arte, nel contesto in cui ci si trova. Il sentiero è fatto di percorsi ripidi e piani e ricordo che inizialmente faticai molto per farmi notare in Sardegna. Mostravo la mia ricerca agli addetti ai lavori e nello stesso tempo venivo invitato a delle mostre. Nel 1998 quando Nicola Maria Martino, direttore dell’Accademia di Belle Arti di allora, fece una mostra nelle sale della Provincia di Sassari, conobbi il curatore Luca Beatrice, che in quel momento era un critico di
grido nel panorama nazionale. Per anni ha collaborato con Flash Art, occupandosi quasi esclusivamente di pittura, e nel 2009 diventò direttore del padiglione Italia della Biennale di Venezia. Lo conobbi all’inaugurazione e volle vedere il mio lavoro, così gli mandai del materiale a Torino. Gli piacque, e incuriosito venne a trovarmi in studio un paio di volte; prese due lavori per mostrarli e mi promise che nell’arco di un anno avremmo organizzato la mostra a Milano o a Torino, avendo lui in quel periodo tanti contatti con molti galleristi. La sorte ha voluto che nel giro di un anno non si fece nulla, perché a nessun gallerista piacque il mio lavoro. Un altro aneddoto per capire il paradosso del mondo dell’arte riguarda Ray Mendoza. Mostrò anche lui il proprio lavoro a tanti galleristi importanti, ma nessuno gli diede retta, tranne il mio gallerista, che nel giro di un paio di anni gli organizzò la mostra personale a Caserta, e in poco tempo divenne un’artista conteso a livello internazionale. Nell’arte oltre ad essere molto bravi, serve anche molta fortuna, cioè trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Ma in fin dei conti, come diceva Maria Lai, un’artista deve lavorare solo per risolvere le proprie inquietudini e non per diventare una star. Lei un giorno mi ribadì che era stanca di incontrare artisti frustrati che pensavano solo alla carriera, e non a lavorare seriamente. Sosteneva anche il fatto che l’opera d’arte “va da se”, perché gli altri la giudicano tale, senza bisogno di strategie da parte dell’artista.

“Noi artisti siamo dotati di una particolare sensibilità nell’assorbire e nell’esprimere quello che ci sta attorno, a volte senza nemmeno capire dove si può arrivare”. Questa frase di Arnaldo Pomodoro penso che sia il sunto di quanto ci siamo detti, sei d’accordo con me?

Fabio Saiu:

Questa frase mi trova assolutamente d’accordo. La sensibilità è legata allo stato d’animo del momento, e se, ad esempio, un giorno sono di malumore allora non riesco a lavorare. Noi artisti siamo molto curiosi e assorbiamo tutto come delle spugne, e tutto ciò si riversa sulla ricerca artistica. Come diceva Picasso, agli artisti rimane tutta la vita la curiosità dei bambini, che si riflette quotidianamente sul lavoro. Lo stesso Picasso, a proposito di sensibilità, provato dalle guerre e dai bombardamenti su Guernica nel 1937, dipinse il suo grande capolavoro.

Se dovessi rappresentarti con un tuo lavoro come lo faresti?

Fabio Saiu:

Non c’è un lavoro che mi rappresenta. Tutti i lavori che ho realizzato sono lo specchio della mia anima e del momento che vivevo. Gioie, dolori e tensioni. Rappresentano tutti il mio essere e la mia personalità, come ad esempio La mia Viola del 2018. Ho concepito questo lavoro in una fase esaltante della mia vita, quando mia moglie era in gravidanza. In quel momento ero talmente teso e felice che sono riuscito a realizzare una bellissima opera ispirata alla nascita di mia figlia. Sono talmente affezionato a questo lavoro che l’opera resterà sempre nella mia collezione.

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