PINUCCIO SCIOLA nelle parole dei suoi figli

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di Luciana Satta

Ho iniziato a scolpire migliaia di anni fa. Molti si stupiscono per il gran numero di opere che ho prodotto, una dopo l’altra, nel corso di molti anni. Perché avrei dovuto limitarmi? Ho qualcosa da dire e attraverso la pietra riesco a dirlo.

Pinuccio Sciola

Quando nasce l’incontro tra l’artista Sciola e la sua principale fonte di ispirazione, la pietra?

MARIA SCIOLA: «Il legame di Pinuccio Sciola con la pietra è un rapporto di vero e reciproco amore.

L’oggetto della sua arte è principalmente la pietra, un qualcosa di sterile, muto, che sotto le sue sapienti mani si trasforma, si evolve e acquisisce capacità comunicativa. Sciola non considera questa come un’evoluzione, bensì un ritorno alle origini, alla Madre Terra.

Sin dagli inizi della sua carriera, è fin da subito notato per le grandi possibilità d’intervento, perché in lui bene si amalgamano istinto e cultura, desiderio di conoscenza, entusiasmo nel lavorare i diversi materiali: conserva una mobilità artistica considerevole, accanto all’ininterrotto e diversificato dialogo personale con la pietra. Intraprende negli anni un’intensa lavorazione materica con esiti di alta qualità, quali la sperimentazione grafica e pittorica, la scultura lignea, la terracotta, il ferro e il bronzo.

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Le sue creazioni, infatti, si susseguono e si intrecciano, sospendendosi e riattivandosi. Questo avviene perché tali percorsi materici sono nati dall’impulso di creare per la comunità e hanno come finalità la riappropriazione e promozione delle origini antropologiche, culturali, artistiche e naturali della Sardegna.

La natura e la pietra sono sempre state un punto di partenza per le sue creazioni artistiche. Sono i soli modelli di cui si abbia una conoscenza reale: la Sardegna, la più bella scultura al centro del Mediterraneo, è per Sciola un esempio particolarmente interessante di natura che conserva la stratigrafia della memoria della civiltà e la memoria che vive il presente.

Le sue sculture sono espressione di questa continuità di dialogo nel tempo. In questo contatto con la pietra vi è tutto il legame di Sciola con la Sardegna. L’isola fatta di pietra.

L’artista dialoga con la pietra per rispondere alla sua vocazione e si pone come proprio amanuense. È convinto che la materia abbia una storia da raccontare, essendo stata testimone dell’età dell’uomo, del tempo e dello spazio, del clima e della geografia.

L’elemento più arcaico nella plastica di Sciola è quel particolare «farsi presente» dell’immagine. Sciola non crea, si limita a scoprire ciò che “sente” come già creato. In ciò si riconosce l’unicità di approccio dell’artista verso i materiali e verso la scultura, ovvero un rapporto di sacrale rispetto.

Lo stile, nel corso degli anni, non è cambiato. Si tratta sempre di opere dove l’intervento dello scultore è ridotto al minimo per accentuare, senza snaturare, il messaggio che la materia porta racchiuso in sé. Non esiste, nell’intera produzione di Sciola, un’immagine levigata e segnata dal finito. L’universo della forma è solo periferico rispetto alla centralità della materia, perciò i segni dello scalpello non hanno mai prevaricato su quest’ultima, in stretta relazione con il grande esempio di Henry Moore, lo scultore che ha fatto parte del filone della scultura vitalista inglese, caratterizzata dal rinnovato interesse nei confronti di una riscoperta delle caratteristiche intrinseche dei materiali, che ha fortemente influenzato tutta la produzione italiana a partire dagli anni ’50 del ‘900. Con Moore l’orpello del dettaglio viene eliminato per una comunicazione più diretta ed efficace: comune a Sciola è l’intimo atteggiarsi delle forme in modo così rude e immediato e comune è la semplificazione arcaistica che caratterizza le loro sculture.

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Le pietre di Sciola restano pietre.

Ha cercato nei massi quello che si poteva cavarne, senza infierire, esaltandone la forma con interventi minimi, che in alcuni casi dalla produzione dagli anni ’80 in poi suggeriscono all’occhio nervature di foglie o escrescenze vegetali o assumono un valore totemico, i cui significati esatti rimangono un mistero.

Le figure simili a stele, ritagliate da trachite e basalto ricordano i Menhir, le loro disposizioni spaziali evocano Dolmen preistorici. I megaliti di Sciola però, parlano una lingua moderna, perché incisa sulla loro superficie è una cicatrice cesellata, una proliferazione di buchi equidistanti, una traiettoria di linee incrociate e forme geometriche. Le forme astratte giocano elegantemente sull’interazione tra arte e natura, forma e contenuto, idea e materia.

La natura con Sciola diventa complice, non è più soggetto per l’arte, bensì è Arte. La sensibilità nei confronti dell’ambiente naturale lo porta a sviluppare in scultura una poetica legata al rapporto tra l’uomo e la terra, il rispetto che necessariamente l’essere vivente deve avere con l’universo vegetale per una convivenza in perfetta armonia».

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La pietra è natura. E la natura è madre.

Pinuccio Sciola

Scultura, architettura, musica sono gli elementi fondamentali dell’arte di Pinuccio Sciola. Aligi Sassu lo definì “Un autentico creatore di forme, erede degli antichi costruttori di Nuraghi”. Sciola ha portato la sua arte in tutto il mondo. Un’esperienza fondamentale nell’immaginario dell’artista fu la frequentazione del Museo Nacional de Antropologia di Città del Messico. Quanto è presente il connubio e la mescolanza tra le radici sarde e la cultura precolombiana in Pinuccio Sciola?

MARIA: «Dopo aver conseguito la maturità al Liceo Artistico di Cagliari nel 1964, Pinuccio Sciola vince una borsa di studio per poter frequentare il Magistero d’Arte di Porta Romana, a Firenze. L’anno dopo si iscrive all’Accademia Internazionale di Salisburgo, dove ha l’opportunità di seguire i corsi di Minguzzi, Kokoschka, Wotruba, Vedova e Marcuse.

Negli anni ’60 durante i suoi numerosi viaggi di studio per l’Europa, utili per alimentare la sua sete di conoscenza e per cercare una sua autodeterminazione artistica, entra in contatto con diverse personalità artistiche come Giacomo Manzù, Aligi Sassu e Henry Moore.

Nel periodo di formazione degli anni Sessanta si evidenzia un riferimento da parte sua, ricco tuttavia di fermenti popolari, alla tradizione classica della scultura italiana. In primo piano vi è il suo entusiasmo per la lezione plastica michelangiolesca e un’acuta sensibilità per la forma, proiettata verso maestri come Arturo Martini, Marino Marini e Giacomo Manzù, quest’ultimo conosciuto nel 1964 a Roma tramite l’artista sardo Aligi Sassu, dal quale il giovane Sciola ricava una forte assonanza stilistica di gusto gotico per quanto riguarda la serie dei Vescovi e Cardinali (1965-1966), fatta salva la sua libertà inventiva e originalità.

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Un particolare approccio è frutto degli incontri avuti con vari artisti conosciuti nell’ambito dell’Accademia Internazionale di Salisburgo, tra cui spiccano Emilio Vedova, Oskar Kokoshka, Luciano Minguzzi e Friz Wotruba. Da ciascuno di essi Sciola trae degli elementi artistici che reinterpreta e fa propri: da Vedova attinge una costante sperimentazione tecnica e materica, nonchè una libera e dinamica gestualità informale, carica di tensione emotiva che Sciola sembra tradurre nel legno; da Kokoshka recepisce la capacità di esprimere l’intimo dell’umanità moderna in modo incisivo ed efficace; da Minguzzi assorbe una resa figurativa densa di accenti espressivi ed esistenziali che offrono soluzioni diverse ma pur sempre rivolte ai valori materici e strutturali; da Wotruba, che realizzava sculture astratto-geometriche, accoglie l’idea di una decisiva preferenza verso la pietra.

Sciola e la Spagna

Però, l’esperienza formale che maggiormente conta nella precisione di uno stile e di una tematica e che ha influenzato la sua Arte è quella vissuta nella penisola iberica nel 1967, quando frequenta l‘Università della Moncloa a Madrid entrando in contatto con diverse espressioni artistiche, tra cui spiccano i casi della scultura romanica spagnola e delle pitture rupestri delle Grotte di Altamira.

Nell’incontro con la scultura romanica spagnola Sciola trae stimoli su cui insistere in un territorio tematico-stilitico a lui abituale e familiare, cogliendo una dimensione arcaica configurata come spessore di una quotidianità senza tempo. Nelle immagini di Altamira e nell’idea di graffito, invece, Sciola individua un rapporto di stretta appartenenza alla materia pietra, la quale, più che un utensile della cultura materiale, è stata per questa civiltà un medium nel quale liberare l’interiorità immaginativo-fantastica della cultura umana.

Al giovane Sciola non interessa tanto la forma di quella testimonianza quanto il rapporto formatosi tra l’uomo e la pietra. Di fronte alle pitture rupestri lo scultore riesce a risolvere il suo personale rapporto con il passato protosardo a cui si sente particolarmente legato, sviluppando la sua Arte in direzione di un’autolegittimazione delle proprie radici.

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Sciola in Messico

Nel 1973 si reca, in seguito all’invito da parte dell’Unesco, a Città del Messico per conoscere e collaborare con uno dei padri fondatori del muralismo messicano, David Alfaro Siqueiros, dando vita, nel 1975, ad un gemellaggio artistico tra il paese di San Sperate e Tepito, un quartiere popolare di Città del Messico.

Le esperienze formali vissute in Spagna sono l’inizio di una dialettica di autoriconoscimento che ha avuto il suo punto di massima intensità nell’incontro, avvenuto in terra messicana con le sculture precolombiane e con David Alfaro Siqueiros, il quale ha riconosciuto nella sua opera una manifestazione convergente con i linguaggi maya ed un’essenzialità di forme, mossa da origini neolitiche.

Quel viaggio ricordava Sciola – fu come un percorso in una vita precedente.

In Messico, Sciola proietta il senso della sua ricerca verso una dimensione più arcaica ed integra in sintesi il significato delle esperienze precedenti.

Sciola, quindi, andato a studiare in Messico le grandi opere muralistiche e secondo Aligi Sassu anche per misurare l’eguaglianza e la diversità che accomunava due civiltà tanto diverse e lontane nello spazio e nel tempo, eppure tanto simili nell’anima delle forme, ha trovato terreno fertile per propagandare l’esperienza del suo Paese Museo; è stata una permanenza ricca di incontri e iniziative che interessarono Sciola non solo come promotore sociale ma anche come scultore. La notorietà dell’artista interessò anche i più importanti quotidiani nazionali, i quali pubblicarono fotografie e lunghi articoli riguardanti il suo operato artistico.

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Sciola in Messico, inaugura anche un’esposizione personale intitolata Disegni e impressioni riguardo il Messico (Dibujos e impresiones sobre Mexico), nell’Istituto Italiano di Cultura dell’ambasciata italiana I disegni esposti, realizzati durante la sua permanenza, esprimono artisticamente i suoi concetti riguardo il Messico, come frutto e testimonianza della sua prima esperienza messicana che lo ha avvicinato alla storia artistica e alla cultura pre-ispanica del Paese, della quale Sciola rimase “impressionatissimo”. Siqueiros vedendo l’operato artistico di Sciola ha constatato che nelle sue opere ci fosse il concetto della sintetizzazione della forma, del volume e della relazione tra i volumi .

Alla domanda “Cosa ne pensa delle sculture che ha visto in Messico?” del critico Francisco Zenteno per la rivista Vision, Pinuccio Sciola ha risposto con queste parole:

Mi interessa spiegare quello che ho visto nel Museo di Antropologia. Avevo letto riguardo gli abitanti di Atlantide e di Tula e credevo che tutto il paesaggio messicano fosse plasmato da queste figure monumentali, poi però ho scoperto delle piccole figure che sono state create in gran quantità dalla gente del Paese. Ho conosciuto, quindi, non solamente le opere grandi e monumentali ma anche quelle realizzate dalla massa. Queste figure, con la loro sensibilità, raccontano della passata vita quotidiana perciò non contengono la retorica del grande artista, spesso molto lontana dalla comprensione della massa. E per me le civiltà antiche messicane avevano un alto livello di sviluppo artistico perché arrivarono a fare cose che tutti potevano comprendere. Questo è molto importante se teniamo in considerazione i giacimenti di altri luoghi in cui si trovano anfore, vasi, piatti e oggetti piccoli utili alla vita quotidiana. Qui oltre agli utensili esiste una grande quantità di piccole statue e piccole opere d’arte, non sono solamente di dei o guerrieri ma sono anche scena di vita quotidiana, questo è ciò che più mi ha commosso perché parla di quanto sia importante la relazione tra artista e popolo rispetto alla relazione tra l’artista affermato e gli studenti e intellettuali.

La visita in America Latina è dunque per Pinuccio Sciola una grande rivelazione, una tappa necessaria ai fini della sua formazione e un motivo in più per diffondere l’esperienza artistica di San Sperate. È l’incontro in prima persona con David Alfaro Siqueiros a determinare l’avvicinamento tra due realtà apparentemente distanti e l’intesa tra i due artisti, tanto che Siqueiros si potè sbilanciare chiamando il giovane Sciola Maestro e affermando: Hombre, tu eres un maya que ha vivido muylejo de aqui (“Tu sei un maya che ha vissuto molto lontano da qui”)».

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Oltreoceano lo scultore ha avuto occasione di conoscere David Alfaro Siqueiros, il grande padre del muralismo. Così Sciola ha trasformato San Sperate in un Paese Museo. Tanti giovani artisti hanno dipinto i muri del paese con i noti murales che rappresentano il mondo tradizionale sardo. Cosa resta oggi di questa visione del mondo di Sciola, ovvero “trasformare l’arte e la cultura da interesse di pochi a interesse popolare”?

MARIA: «Sciola è stato un trascinatore, un generoso mediatore culturale e politico, ha sacrificato o esaltato una parte della sua personalità artistica per farsi organizzatore culturale, per mettere in contatto l’arretratezza della Sardegna con il mondo artistico internazionale. Nonostante questa sua universalità, Sciola è rimasto legato alla sua terra, in maniera profonda e viscerale.

San Sperate, ancora oggi, si impone come centro artistico tra i più importanti della Sardegna e della penisola: oltre che Paese-Museo, con più di 400 murales ed installazioni, è un punto di riferimento di arte contemporanea dove studenti e artisti soggiornano per collaborare e contribuire allo sviluppo dell’attività culturali.

La Fondazione Sciola

La Fondazione Sciola prosegue lo spirito di apertura e di condivisione di Pinuccio Sciola, soprattutto attraverso il legame con la comunità di San Sperate alimentando lo scambio con artisti che ogni anno provengono da tutto il mondo.

Il Festival di Sant’Arte a San Sperate incarna perfettamente questo legame di compartecipazione. È un Festival nato da un’idea di Pinuccio Sciola e portato avanti dalla Fondazione Sciola nel 2017 con il preludio, nel 2018 con la I edizione Ambiente come Storia, Arte come racconto e nel 2019 con la II edizione Arte=relazione sociale.

Ci vorrebbe una festa, come quella che si fa ai Santi..la festa di Sant’Arte! L’unica festa del calendario da festeggiare tutti i giorni dell’anno. Perché è l’unica festa che salva l’uomo dall’appiattimento mentale.

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Il festival di Sant’Arte alimenta questo spirito unendo tutte le arti visive e performative che in continuo fermento caratterizzano lo scenario contemporaneo. Un festival popolare, dalla partecipazione condivisa, che mette l’Arte in strada, seguendo la provocazione delle scuole antiaccademiche internazionali, l’arte fuori dai musei, dalle gallerie, dai teatri e dai libri.

Attraverso la messa in scena di molteplici spettacoli dal vivo, si fondono i nuovi linguaggi espressivi con forme di interazione tra artisti e spettatori, che diventano protagonisti attivi.

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Un Paese Museo

Alla fine degli anni Sessanta, Sciola quasi inconsapevolmente inizia una delle prime forme di Arte Pubblica in Italia, trasformando il suo piccolo paese in un Paese Museo e portando il muralismo in Sardegna.

Durante la primavera del ’68 in tutta l’Europa un’enorme quantità di giovani protesta contro un sistema chiuso e repressivo affollando le piazze e le Università in nome di uno spirito di rinascita. Pinuccio Sciola si trova prima a Madrid in mezzo alla repressione franchista poi a Parigi scampando per poco ai subbugli in corso all’Università della Sorbona, in coincidenza del maggio francese; respira l’atmosfera di queste rivolte studentesche, tanto da assorbire quella carica vincente da utilizzare nella sua terra natia. È la fine di maggio del 1968 quando l’artista ritorna dai primi viaggi di studio e quando il piccolo centro di San Sperate, paese di fango, poiché interamente costruito con i tipici mattoni crudi campidanesi, si sveglia da un torpore quasi secolare. Sciola si rende conto del divario culturale creatosi tra lui e le stesse persone con le quali prima condivideva ogni momento della sua giornata, perciò decide di coinvolgerle con il mezzo migliore che conosceva: l’Arte.

Come afferma lo stesso Sciola:

Le basi del mio muralismo sono stati i miei primi viaggi di studio che mi hanno permesso di acquisire una maturità che i miei amici rimasti a San Sperate non potevano avere. Da lì nascevano i miei primi crucci; in particolare mi chiedevo perché soltanto a me era toccato quel grande privilegio. Mi dicevo che se anche gli altri avessero avuto la fortuna di essere educati dalla scuola la loro stessa vita poteva cambiare. Cominciai a pensare che fosse colpa della scuola a non aver dato a tanti giovani gli strumenti per capire e avvicinarsi all’arte. Per questo io mi immaginavo sempre di riuscire a trovare un modo per comunicare a tutti, agli amici, ai parenti, a tutto il paese, la sostanza delle esperienze che stavo facendo. Per questo ho sentito l’esigenza di coinvolgerle nelle mie esperienze, il modo migliore per farlo erano la strada e i muri. [..] La strada era l’unico mezzo di comunicazione tra me e i miei amici, perché nelle strade passano tutti. I muri sono un supporto ideale per poter scrivere le storie straordinarie dell’arte in maniera immediatamente visibile e comprensibile a tutti. [..] Allora ero convinto, sulla scia del movimento politico e sociale del ’68, che era un dovere “insegnare l’arte”, che avrei potuto alfabetizzare un’intera popolazione che non aveva mai sentito parlare di scultura e pittura. Con gli anni ho dovuto ricredermi: un artista non può mai essere un insegnante e l’opera d’arte non può mai essere didascalia.

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L’esigenza di Sciola è stata quella di portare l’arte al popolo, in lui nasce un desiderio di condivisione, compartecipazione e volontà di smuovere le coscienze e di proiettare San Sperate in un panorama più ampio dove tutti in un modo o nell’altro potevano ritrovarsi.

Il caso vuole che in quel periodo San Sperate festeggiasse il Corpus Domini, una delle celebrazioni più sentite, alla quale tutti gli abitanti del paese vogliono prendere parte nel migliore dei modi, indossando gli abiti più nuovi e addobbando balconi e finestre con le coperte e le lenzuola più lussuose. Nella nona domenica dopo Pasqua si celebra il passaggio del Santissimo, da sempre era usanza comune nei piccoli centri di allestire alcune cappelle nei diversi vicinati, spargendo frasche di menta e fiori, canne e rami di alloro per terra lungo tutto il cammino della processione.

Sciola, senza pensarci due volte, si carica la pompa per la calce e comincia ad imbiancare i muri, soprattutto della sua strada di casa, la via Concordia. Una strada bianca, lattea, qualche giorno prima del Corpus Domini.

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Quello di Sciola è il primo gesto di un’imminente trasformazione del paese attraverso il colore, per illuminarlo e staccarlo così dal colore dominante delle argille dei campi e dal grigiore delle strade sterrate.

La reazione del paese è immediata, la gente percorreva e ammirava, quasi incredula, quei muri bianchi dipinti e durante la festa reagisce positivamente accettando la proposta di Sciola di migliorare l’aspetto delle proprie abitazioni e quindi di tutto il paese, attraverso la rappresentazione di temi legati alla realtà ordinaria del mondo contadino.

Sciola si è posto come la sentinella che passava a scuotere ad uno ad uno gli abitanti di un centro contadino sopito da tempo.

Nei giorni che seguono a San Sperate non si parla d’altro. É proprio questo fatto a dargli la conferma: l’idea che gli balena in testa è quella giusta. L’idea di imbiancare e poi dipingere sui muri di tutto il paese deve però necessariamente sperare nel sostegno di altri artisti e della comunità che non subisce passivamente il progetto muralistico, anzi con la sua ospitalità e disponibilità è l’unico soggetto sociale a rendere possibile e prolungata nel tempo quell’esperienza.

Pinuccio Sciola non è stato un capo, ma un trascinatore, talmente genuino e spontaneo che la gente non si faceva domande, non si chiedeva minimamente se lo facesse per un qualche suo tornaconto personale. Il suo era lo spontaneismo più totale e la gente seguiva e a sua volta proponeva.

Pinuccio Sciola in poco più di un anno ha saputo caricare i suoi concittadini dell’entusiasmo necessario per affrontare un’opera che ha richiesto convinzione, fiducia, dedizione e soprattutto consapevolezza di agire per la collettività, è riuscito a trasformare il suo paese in un Paese Museo, grazie all’aiuto dei suoi concittadini e dei tantissimi artisti provenienti da tutto il mondo che hanno dipinto e continuano a dipingere i muri di San Sperate.

La rivoluzione degli anni Sessanta ha portato San Sperate nel mondo e il mondo a San Sperate, grazie all’arguzia di un giovane contadino pittore goloso di culture sconosciute e di orizzonti lontani».

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Il presente

La pandemia ha messo in luce la relazione presente tra distruzione delle risorse naturali e diffusione di nuove malattie. La vita di Sciola è stata segnata da una missione: ricreare un nuovo rapporto tra l’uomo e la natura. La Fondazione Pinuccio Sciola oggi più che mai ha la responsabilità di diffondere questo messaggio (l’importanza di preservare e rispettare la natura), soprattutto alle nuove generazioni. In che modo lo fate? 

MARIA: «Durante il lockdown, dovuto all’emergenza sanitaria, il Giardino Sonoro è rimasto chiuso e la natura si è ripresa il suo spazio, ricoprendo opere e basamenti.

Come affermava lo stesso Sciola:

Spero che un giorno le mie opere ritornino ad essere parte della Natura, dove sono state create.

Però le attività della Fondazione, tramite il web e i social, non si sono mai fermate; soprattutto le attività di ricerca, per quanto riguarda l’Archivio dell’artista, le attività di divulgazione e di comunicazione dell’opera di Pinuccio Sciola in grado di parlare tutte le lingue del mondo e con tutte le culture: un’arte per tutti, perciò molto attenta anche all’inclusione e alle esigenze delle persone con disabilità.

Per questo motivo, durante questo periodo, la Fondazione si è impegnata nella creazione di video fruibili anche dal linguaggio CAA (Comunicazione Aumentativa e Alternativa), atto a semplificare la comunicazione nelle persone che hanno difficoltà ad utilizzare i più comuni canali comunicativi; e nella creazione di contest laboratori virtuali per bambini che, in particolare, si sono cimentati nella realizzazione dei “patamostri“, i giocattoli che il piccolo Pinuccio Sciola soleva inventare con la verdura e i legumi del suo orto.

Dal 22 maggio 2020 il Giardino Sonoro è nuovamente fruibile in totale sicurezza, grazie al nuovo servizio di audioguida che prevede un percorso itinerante tra le 8 opere principali dell’artista che esemplificano il suo percorso artistico e stilistico. Un viaggio introspettivo in totale connubio con la natura, reso più emozionante dalla voce di Pinuccio Sciola che racconta alcuni aneddoti collegati alle opere stesse».

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Il calcare ha un suono liquido, semplicemente perché questa pietra dal punto di vista geologico non è altro che acqua fossilizzata. Il basalto ha invece origine vulcanica, si sente soltanto il suono del fuoco e della terra. Ogni materia ha la propria memoria, accarezzandola tiro fuori quello che c’è dentro.” “L’unica pietra che non suona? Il marmo di Carrara. E’ questa, secondo l’artista, la ragione per la quale il Mosé di Michelangelo non poteva parlare.” Mi ha affascinato l’omaggio che Sciola fece quando suonò le sue pietre davanti alla tomba del Buonarroti, in Santa Croce, a Firenze, per  “dimostrargli che la pietra è viva”. Può ricordare quel momento?

MARIA: «Nel 2013 durante l’esposizione Semi di pace, Suoni di pietra, Città sonore nella chiesa di Santa Croce a Firenze, Sciola insistette per suonare di fronte alla tomba di Michelangelo, raccontando successivamente “Ho iniziato piano, piano per non svegliarlo di soprassalto”!

Sciola ha suonato le sue Pietre Sonore con la consapevolezza di aver scoperto il mistero che aveva tormentato fino alla morte il grande Artista: Perché non parli? chiedeva al suo Mosé che, racchiuso nel marmo di Carrara, rimaneva inesorabilmente muto.

Come ha affermato Sciola:

Michelangelo si è addormentato da tanti anni arrabbiato perché non riusciva a far parlare il suo Mosé, ma non poteva sapere, allora, quello che ho scoperto oggi con l’aiuto della moderna tecnologia. Anch’io ho provato a far suonare un pezzo di marmo di Carrara nel mio laboratorio ed ho rivissuto la stessa frustrazione di Michelangelo. Il marmo non rispondeva.

Il marmo di Carrara, detto anche marmo zuccherino, a causa della sua conformazione geologica non permette la propagazione delle vibrazioni e del suono, come invece succede con la pietra calcarea sarda.

Pinuccio Sciola persegue il suo dialogo con Michelangelo tre anni dopo, il 27 aprile 2016, due settimane prima della sua prematura scomparsa. La Basilica di San Pietro in Vincoli a Roma ospita l’incontro, curato da Lorenzo Carrino, dal titolo La Voce della Pietra – Il Mosè di Michelangelo e le Pietre Sonore di Sciola, un “dialogo” tra il marmo (muto) di Michelangelo e le Pietre Sonore.

Un colloquio tra Pietre, apparentemente amorfe, che per mano di Sciola riacquistano vita.

Due storie distinte che trovano un punto di incontro: da una parte il Mosè di Michelangelo che racconta le sue tensioni emotive e quell’incapacità di dialogare con il proprio artefice; dall’altra le Pietre di Pinuccio Sciola, monumenti silenti che racchiudono suoni ancestrali, memorie che l’energia del tempo ha condensato e impresso nella roccia e che diventano strumenti musicali dialogando con quattro archi, nelle sinfonie composte da Andrea Granitzio». (*Si ringrazia Giulia Pilloni, Storica dell’Arte per la Fondazione Pinuccio Sciola)

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Le ultime due domande della mia intervista sono rivolte a voi figli – Maria, Chiara e Tomaso:

Chiedo a ciascuno di voi di raccontare un ricordo o un aneddoto particolare legato a vostro padre. Cosa vi ha insegnato l’artista e l’uomo Pinuccio Sciola?

CHIARA: «L’essere artista era così connaturato al suo essere uomo che non era possibile scindere l’artista dall’uomo, la contaminazione era costante e incessante. La sua stessa vita raccontava e racconta di valori autentici, mai rumorosamente proclamati o didatticamente insegnati, ma vissuti e tramandati con azioni concrete. Ogni suo singolo comportamento era permeato di creatività e profonda libertà, come quando veniva a prendermi scalzo a scuola o quando mi diceva di ringraziare il sole, e io all’epoca non capivo e mi imbarazzavo. Attraverso la sua genialità, mio padre, ha liberato e continua a liberare, non solo i suoni dalla pietra, ma le emozioni di chi ascolta che si trova immerso in un ancestrale caos emotivo, che non va dominato, ma semplicemente vissuto. Le sue stesse opere sono la sintesi dei suoi insegnamenti perché sono la rappresentazione tangibile del rispetto per la natura, dell’amore per la propria terra e dell’importanza della condivisione. Sono in grado di far interagire l’arte, la musica e l’architettura e coinvolgono persone di ogni età, sesso, nazionalità e cultura, consacrando così di fatto quello che sicuramente rappresenta il suo messaggio più ambizioso. L’importanza dello scambio, del dialogo tra realtà diverse e quindi della cultura come fattore di arricchimento e inclusione sociale. Messaggi che oggi più che mai sono attuali e che devono essere ascoltati e tramandati».

MARIA: «Il mio più grande orgoglio nell’aver vissuto e amato un babbo così è stata la sua umanità. Il rispetto per le persone, per la natura, per la pietra. Il suo enorme esempio immateriale di grandezza. I sogni utopici in cui continuare a credere. Sempre mi diceva: “Se riesce a farlo qualcun altro, perché non dovresti riuscir tu?”

Sicuramente la mia missione ad ora è ancor più quella di tramandare oralmente i suoi principi di vita totalmente attuali in questo periodo storico e far sì che le persone conoscano e possano innamorarsi della sua arte, della sua poetica».

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TOMASO: «Prima di tutto Pinuccio Sciola era nostro padre, e nel suo vivere il mondo da artista, gli insegnamenti erano tanti, ma sempre incentrati sul rispetto e l’umiltà. Tra le tantissime esperienze c’è un momento che ricordo con piacere, estremamente semplice, ma di grande impatto per tutta la mia vita. Spesso quando ero piccolo mio padre mi portava in giro con sé per la Sardegna, alla ricerca di pietre o per incontrare persone o realizzare mostre. Mio padre era un profondo conoscitore della morfologia della nostra isola e nei lunghi spostamenti durante le calde estati, ci fermavamo per una sosta nelle più recondite fonti di acqua fresca. Un giorno, fermata la macchina e raggiunta la fonte, trovammo una persona intenta a riempire le proprie bottiglie. Mio padre salutò e si mise a chiacchierare. Arrivato il nostro turno, ci abbeverammo e rinfrescammo mentre il signore sistemava le sue proprietà, continuando a parlare con mio padre. Quando ci allontanammo mio padre lo salutò e lo ringraziò. Rientrati in macchina gli chiesi perché lo avesse ringraziato, considerato che non aveva fatto niente per noi. Mio padre mi rispose che era stato cortese con noi e che era importante ringraziarlo per la sua presenza.

Credo che aver imparato da lui a ringraziare – le persone, la natura e la vita – per ogni piccolo dettaglio, sia stato uno degli insegnamenti più belli per percepire la fortuna che abbiamo nel vivere il nostro tempo e capire (molto tempo dopo) quanto tutta la sua filosofia di vita forse incentrata sul rispetto e la gentilezza, che, spesso, generano altrettanto rispetto e gentilezza».

Il 22 luglio 2016 costituite la Fondazione Pinuccio Sciola. Di cosa si occupa ognuno di voi all’interno della Fondazione e in tempi così complessi quali attività state portando avanti per non disperdere la memoria e l’eredità artistica e morale che vostro padre vi ha trasmesso?

CHIARA: «Il mio ruolo, dal 15 luglio 2020, è quello di Presidente della Fondazione. Fin dalla sua costituzione, la Fondazione si è data tra le linee guida quella di operare nel rispetto dei valori fondanti l’intera esistenza dell’artista, il rispetto per la natura e per il territorio e la più ampia fruibilità della cultura anche in termini di accessibilità e massima inclusione culturale.

La Fondazione è quindi da sempre impegnata nella divulgazione e valorizzazione dell’opera dell’artista, e quindi dell’intera Sardegna, nell’ambito dello stesso territorio e in contesti nazionali e internazionali, ed è costantemente attiva nel consolidare e ampliare importanti collaborazioni e interlocuzioni con le Università, gli Enti pubblici, gli Istituti di Cultura Italiana nel mondo, Festival di Arte o Architettura internazionali, Musei di arte contemporanea.

Numerosissimi sono stati gli eventi organizzati dalla Fondazione in questi anni, da ultimo a febbraio si è conclusa una importante tappa iniziata a dicembre 2019 presso l’Istituto di Cultura Italiana a Londra. Per tre mesi le Pietre Sonore sono state esposte e utilizzate in una serie di 5 eventi interdisciplinari – arte, architettura, scultura, musica – tra cui 3 concerti e 2 lectures inerenti alla produzione artistica di Sciola, che ha avuto un grande successo di pubblico.

Ogni anno poi la Fondazione organizza il Festival di Sant’Artem, Festival di arti visive e performative, nato da un’idea di Pinuccio Sciola, che l’anno scorso ha visto la straordinaria partecipazione dell’Odin Teatret, che ogni anno si ripete con un calendario ricco di eventi e richiama un numero sempre maggiore di persone.

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La Fondazione è poi particolarmente attenta, insieme all’Associazione PS Museum, all’inclusione delle persone con disabilità e al coinvolgimento attivo dei bambini e degli studenti ed è costantemente impegnata nel lavoro di archiviazione della vasta e variegata produzione dell’artista.

L’emergenza sanitaria in atto e le misure di contenimento che ne sono derivate hanno sicuramente messo a dura prova l’intero sistema culturale.

La Fondazione però, pur con tutte le difficoltà e le conseguenze che andranno gestite, ha risposto in maniera attiva e propositiva, continuando, anche durante tutto il lockdown, a proporre offerte culturali grazie all’utilizzo della tecnologia e investendo il tempo a disposizione per strutturare maggiormente l’ente.

È stato infatti nominato il Direttore della programmazione musicale e avviato il servizio di effettuazione perizie che sarà operativo da novembre e che darà maggior impulso anche all’attività di archiviazione.

Anche la programmazione artistica non si è mai fermata e la Fondazione è rimasta attiva nel pianificare e progettare nuove e ulteriori iniziative a medio e lungo termine che coinvolgano artisti, storici dell’arte e interlocutori culturali e istituzionali e nel proseguire e consolidare il processo di internazionalizzazione culturale già avviato negli scorsi anni e che si intensificherà negli anni a venire».

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TOMASO: «L’idea della Fondazione nasce ben prima del 2016 e già da diversi anni discutevo con mio padre dell’opportunità di creare una Fondazione che lo supportasse nei suoi tanti progetti, ma con lui presente. Purtroppo abbiamo dovuto costituire la Fondazione senza di lui ma tenendo fermi e presenti tutti gli insegnamenti e i desideri che ci aveva indicato. Dalla data della sua costituzione e per i primi 4 anni di vita sono stato il Presidente della Fondazione. Ognuno di noi eredi ha ruoli specifici in base alle proprie esperienze e background e insieme abbiamo strutturato una realtà che oggi si confronta e collabora con le principali istituzioni culturali del panorama regionale e nazionale. Per formazione e attitudini mi sono occupato preliminarmente della ricerca dei fondi necessari per la realizzazione dei tanti progetti che ci ha lasciato nostro padre e/o che ci sono stati nel tempo proposti. Esiste poi un tema di rapporti istituzionali, da coltivare e sviluppare, inizialmente per far conoscere una nuova realtà e successivamente per operare in sinergia con gli altri attori del mondo culturale. Sicuramente viviamo in un luogo e in uno spazio in cui la cultura non si trova tra i primi pensieri né di chi ci governa, né di ogni singola persona. Ma la forza del messaggio che ci ha trasmesso nostro padre, la sua potenza e quella che noi chiamiamo la sua filosofia di vita ci consentono di presentare e far conoscere, sempre con maggiore intensità, progetti di grande qualità e richiamo per un vastissimo pubblico. Ancor più in momenti di difficoltà, di paura e di distanziamento sociale è importante riscoprire il rapporto con la madre terra e avvicinarsi in punta di piedi alla natura. La Fondazione, che non si è mai fermata, si sta sviluppando, adattandosi alle nuove disposizioni, per poter portare, anche grazie alle nuove tecnologie, le opere e il messaggio di Pinuccio Sciola laddove non è conosciuto e ci sia terreno fertile di scambio e confronto, senza barriere o limiti, nel valorizzare un patrimonio che è per noi eredità condivisa».

Si ringrazia Giulia Pilloni Storica dell’Arte per La Fondazione Sciola
Foto – Crediti ©Attila Kleb

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