NELLO DI MONDA – Tutto su mia madre

Nello-Di-Monda

di Daniele Dettori

Mi pare di poter definire questa pittura “Pagine di diario” o “Vicende dell’esistenza”, ricche di suggestioni oniriche e di assunti a simbolo, facilmente leggibili in una scrittura moderatamente espressionistica e metafisica. Direi, seguendo Beckett, un tentativo del pittore di svolgere la sua storia al passato, per allusioni, quasi si trattasse di una favola antica o di un mito.

Marco Antonio Aimo

A tre anni dal nostro precedente incontro ritroviamo Nello Di Monda in quello che si può considerare, quasi, uno spin-off dell’ultima chiacchierata. Parlammo di vari aspetti relativi alla sua storia e ai suoi dipinti, seduti tra le tele del laboratorio dove hanno preso e tuttora
prendono forma incredibili lavori. Tra tutti, una serie in particolare ha decretato la fortuna dell’artista campano, costituendone la principale tematica che, negli anni, è stata esplorata nelle sue numerose varianti: figurative, surrealiste, metafisiche, monocrome, policrome e, in tempi più recenti, perfino scultoree. Stiamo parlando delle Maternità, vero e proprio leitmotiv nella produzione di Di Monda, nonché caposaldo del suo approccio all’arte. In queste pagine abbiamo selezionato alcuni dei pezzi migliori che accompagnano il suo parlare, come
sempre ricco di memorie dall’accento partenopeo e di considerazioni verso la figura protagonista della sua storia: la madre.

Nello-Di-Monda-madre

Mia madre è stata la colonna portante della mia formazione educativa. Questo perché in casa eravamo cinque figli, di cui io il secondo. Mio padre, per lavoro, usciva la mattina alle 8.00 e rientrava al pomeriggio, tra le 17.00 e le 18.00. Commerciava al dettaglio e aveva una vasta clientela che comprava da lui biancheria, tessuti, ma anche orarie. In un simile contesto, quindi, tutte le incombenze domestiche ed educative ricadevano necessariamente su mia madre. Da ragazza, prima del matrimonio, prendeva parte al coro della chiesa per poi dedicarsi a tempo pieno a noi, facendo la casalinga.

Era, tuttavia, un’abile ricamatrice e un’ottima cuoca, molto brava anche con i dolci. Continuava a tenere la voce in allenamento cantando mentre stendeva i panni. Ad ogni modo, proprio per il grande peso gestionale che le gravava sopra, era una donna anche molto autoritaria; e poi era ambiziosa, amante del lusso e del bello. Per noi figli aveva comprato un pianoforte a coda di seconda mano, perché lo imparassimo a suonare. Di tutti e cinque, però, l’unico che strimpellava un po’ era mio fratello Mario, il quale lo faceva compatibilmente con gli studi di medicina che portava avanti.

Di qui, inevitabile, la domanda: pittura-specchio o pittura-esorcismo? Resoconto d’una realtà vissuta (con la profondità d’amari riflessi fatti intravedere dai suoi quadri) o previsione d’un male lontano (ma poi non troppo per chi ben sa leggere i nostri tempi) onde scongiurarne l’avvicinarsi?

Egidio Guidubaldi

Quando avevo tra gli otto e i nove anni ci trasferimmo nella casa nuova – sempre nel mio paese natale di Sant’Anastasia (si legga con l’accento sulla “i”, ndr) – che mio padre costruì su un terreno donato da mio nonno materno. Ebbene, si trattava di uno stabile molto elegante e signorile, con locali commerciali al piano terra, fronte strada, e la nostra abitazione subito sopra, in uno spazio di 170 mq. Lo ricordo perché a mia madre piaceva molto. Ecco, credo che la scuola di Freud avesse ragione nell’ipotizzare che l’opera d’arte possa essere il contenitore di conflitti infantili irrisolti.

Ci ho pensato spesso rivedendo le mie maternità raffiguranti donne incinte e non posso non ammettere di essere stato geloso quando, nel 1946, mia madre era in attesa di mio fratello Giovanni, nato quell’anno. Già questa sarebbe un’ottima ragione per giustificare i miei lavori raffiguranti donne gravide, sovente con bambini protesi verso la figura materna alla ricerca di affetto e attenzione. Amo molto, in questo senso, anche alcuni lavori di Massimo Campigli, artista tedesco di origine ma dal nome italianizzato la cui madre, diciottenne quando lo ha partorito, lo aveva dato in adozione alla nonna, che viveva vicino a Firenze. Campigli raffigurava spesso una figura femminile, questa nonna che lui chiamava madre…

Nello-Di-Monda

Seduti questa volta nel soggiorno di casa – tra i migliori quadri della sua produzione, molti dei quali vincitori di premi ed esposti presso diverse gallerie di Sassari, in qualche caso anche riscattati dall’autore per il grande affetto che a lui li lega – Di Monda non riesce a trattenere un velo di commozione mentre ripercorre gli anni dell’infanzia nel piccolo borgo napoletano, con le figure del nonno materno, artigiano ramaio molto apprezzato; di Raffaele Iodice prima e Carmine Sodano poi, veri pigmalioni nel suo processo di avvicinamento all’arte. Ma è la figura della madre che ritorna ancora e ancora, nella mente come nel cuore e infine sulla tela.

Il succedersi delle maternità si è verificato dagli anni Sessanta in poi e ne ho fatto tantissime, anche in questi ultimi dieci anni. In effetti ero proprio il cocco di mamma, quel figlio al quale confidava molte cose e che le stava sempre attaccato. Eppure vivevo, da ragazzo, un’inquietudine interiore che riversavo anche in casa e si traduceva in tribolazioni per lei stessa. La stessa inquietudine che mi ha portato a studiare prima chimica e poi pittura, a non riuscire quasi a trovare una pace.

Non concepisce l’esercizio pittorico come la ripetizione, magari in gradevoli varianti, d’un modulo già fissato e perfino banalmente posseduto, ma, al contrario, fa di ogni quadro, ogni volta, un’avventura nuova.

Manlio Brigaglia

Quando avevo, qualche volta, la febbre oppure il raffreddore ci tenevo che mia madre mi desse un bacio, un abbraccio, ma lei era pudica e la sua educazione questo non glielo permetteva. Al contrario, la sua impostazione autoritaria la portava sempre a esprimersi attraverso rimproveri piuttosto che con modi più gentili. Da qui l’esigenza di un affetto sì esistente ma non dimostrato. Padre Egidio Guidubaldi, professore universitario presso la vecchia Facoltà di Magistero di Sassari – il quale ha scritto molti libri in chiave psicanalitica su Dante Alighieri e la sua opera – mi fece una recensione, in occasione di una mostra alla Galleria Ars nel 1980, dove scrisse: “Uno sfocato padre privo di connotazioni affettive e una madre essenzializzata nel modulo del rimprovero”.

In effetti è vero, mia madre aveva il vizio di rimproverare anziché di coccolare. Questa è la recensione che più mi è rimasta impressa. Sulla mia sensibilità nel ritrarre le Maternità si espresse anche Pasqual Scanu, ex preside della scuola media numero 3 di Sassari, oltreché politico e studioso di letteratura e filologia. Lo evidenziò bene in occasione della mostra alla Galleria Marghinotti, nel 1974.

Ci avviamo, dunque, verso l’ultimo tratto della piccola galleria allestita su queste pagine. Alle parole di Nello Di Monda il compito di accompagnare il visitatore/lettore nel modo a lui più congeniale: piene e dense pennellate volte a delineare il modus operandi delle opere qui esposte. Il tutto introdotto, ancora una volta, dal pensiero di un autore che lo ha recensito.

Non concepisce l’esercizio pittorico come la ripetizione, magari in gradevoli varianti, d’un modulo già fissato e perfino banalmente posseduto, ma, al contrario, fa di ogni quadro, ogni volta, un’avventura nuova.

Manlio Brigaglia
Nello-Di-Monda

Nello Di Monda, la “maternità” nelle opere

Questa madre spesso surreale non vuole essere una madre mostro, dove per esempio ha la testa di un uccello. È invece una madre fantastica, nata dalla mia fantasia ma senza avere un riferimento preciso, proprio come i supporti sui quali può nascere. Sono convinto che importante, nell’arte, non sia il supporto (la tela, il cartone, il compensato, ecc.) ma la qualità del dipinto. Stesso discorso per il colore: ho avuto le fasi dell’olio, poi dell’acrilico, poi un ritorno all’olio. Di recente uso acrilico e acquerello.

La Maternità in rosso, olio su tela del 1976, è forse quella alla quale tengo più di tutte. Un volto intessuto di solitudine e di dolore. Regalai il quadro a mia moglie e lei lo regalò, a sua volta, al dottore che la operò di parto cesareo. Non nascondo che ci sono rimasto un po’ male. Prima parlavo della grande casa di Sant’Anastasia. Dietro la casa c’era il giardino e subito il Monte Somma. Tutto alberi e vegetazione. Il monte mi sembrava un enorme seno vegetale, molto bello. Spesso l’Ho disegnato, così come ho disegnato il Vesuvio.

Ultimamente ho fatto parecchi quadri con il Monte Somma e il Vesuvio che proseguono in Capo Caccia, come due entità: Napoli e la Sardegna. Alcune Maternità, infatti, hanno lo sfondo di Capo Caccia. Sono, quindi, come un sogno perché unisco le due madri (quella che avrei voluto e quella che avevo) nella zona di Alghero. Perché proprio Alghero? Intanto perché abbiamo comprato lì una casa e poi perché è vicino a Sassari, con belle spiagge, una cittadina molto bella.

La Maternità del 1980, quella sforacchiata, è nata ritornando con la mente al periodo più tormentato della mia vita, dal 1970 al marzo del 1978, quei sette anni e tre mesi durante i quali passavo da una pensione all’altra, da un paese all’altro mentre insegnavo nel Goceano. Risiedevo a Bono, insegnavo ad Anela e a Nule. Mi spostavo con la macchina. Un po’ come la Firenze cantata da Dante, che il Poeta paragona a un’inferma, la quale cambia posizione senza però trovare sollievo; così ero io. L’ultima è una scultura in bronzo che ho realizzato qualche anno fa, partendo da un quadro. La fusione l’ho fatta a Cagliari. Mi piace questa madre possente, dai grandi seni, che dà una forte sensazione di sicurezza, affetto. Sia il dipinto che la scultura sono attualmente esposti nella Galleria Arte e Spazio, in via Principessa Maria a Sassari.

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