Recitare è un atto di umiltà
Nel panorama fluido del cinema contemporaneo, accade talvolta che emergano personalità che non si limitano a occupare uno spazio scenico, ma lo abitano con una densità rara. Tra queste, Sabina Zicconi sa emergere con grazia innata coniugando una rigorosa disciplina tecnica a un’espressività emotiva impetuosa, un’alchimia che affonda le radici nel suo talento, nella sua volontà e nella sua ininterrotta ricerca artistica. Il suo approccio al mestiere è un esercizio di equilibrio tra il logos della costruzione drammaturgica e il pathos dell’esperienza umana. Non si tratta di una recitazione didascalica o programmaticamente aderente a un semplice schema da riprodurre, quanto piuttosto di un’immersione totale nel tessuto emotivo del personaggio che di volta in volta si trova a interpretare. Zicconi non “recita” le emozioni; le esperisce, le metabolizza, le sente e le restituisce al pubblico in una forma purificata e viva.
Questa capacità è il frutto di una tecnica affinata negli anni, di uno studio meticoloso che le consente di dominare il gesto, la voce e lo sguardo, rendendola capace di aderire a ruoli complessi con grande facilità, iniettando in ogni personaggio un colore che va oltre la mera riproduzione di un copione. La cifra stilistica che più colpisce di Sabina Zicconi è tuttavia la sua straordinaria carica empatica che crea un osmotico scambio invisibile e potente con lo spettatore. È questa qualità, più di ogni altra, a elevare il suo lavoro a vera e propria arte della condivisione.
Il pubblico non assiste passivamente a una storia, ma ne diventa partecipe, complice del viaggio interiore che l’attrice compie. La sua presenza scenica è un mix calibrato di forza e vulnerabilità, un’eloquente sintesi di rigore formale e libertà emotiva, un ossimoro che rende i suoi personaggi femminili affascinanti e carnali nell’esperimento costante di una qual sorta di urgenza narrativa. Abbiamo avuto il piacere di farle qualche domanda per i nostri lettori.

L’intervista
Ci racconti dei tuoi primissimi esordi?
Sabina Zicconi: Se devo pensare alla data in cui davvero ho iniziato a recitare devo partire dal lontano 2003. Non avevo alcuna esperienza e non avevo ancora iniziato a studiare recitazione. Ero una ragazza che sognava di entrare nel mondo del cinema e della televisione. Feci dei provini a Milano e fui scelta per uno show di Italia1 prodotto da Endemol. Si chiamava Diario – Esperimento d’amore ed era condotto da Marco Liorni.
Poi, si sa, a volte la volte la vita fa in modo che l’obiettivo si allontani da te. Fino a che otto anni fa ho deciso di riprendere tutto in mano e mi sono iscritta al Corso triennale di recitazione teatrale alla Scuola d’Arte Drammatica di Cagliari. Ho studiato anche in piena pandemia. Non volevo rinunciare! Quindi lezioni su Zoom, lezioni in presenza nei parchi… solo per poter coltivare quello che era sempre stato il mio sogno fin da bambina! Pensa che quando ero molto piccola e andavo in vacanza da mia nonna costruivo una sorta di teatro appendendo degli asciugamani e inventavo storie da poter interpretare.
Da cosa ha origine questo tuo desiderio?
Sabina Zicconi: Probabilmente dal fatto che sono una persona curiosa. Sono profondamente incuriosita dall’animo umano. Lo sono sempre stata. Mi affascinano le vite e le storie degli altri. È da questo che nasce la mia voglia di interpretare altre persone, entrare nelle loro vite, capirne le sfumature. Ed è anche la spinta che mi ha portato a fare esperienza di studio recitativo. Ecco perché ho iniziato a intraprendere numerosi corsi con molti insegnanti differenti e poi è arrivato il momento dei provini e dei primi ruoli: cinema, lungometraggi e cortometraggi, teatro e spot. Adesso sono al quattordicesimo lavoro. Come vedi la mia è una passione che ha radici lontanissime, che si è sviluppata relativamente da poco ma mi sta dando grandi soddisfazioni.
C’è anche da dire che io ho 50 anni ed è come se il mio tempo si fosse accorciato. Ma se prima pensavo che forse sarebbe stato bello poter iniziare prima, adesso invece credo che forse era questo il momento giusto perché adesso ho la maturità e la capacità per interpretare certi ruoli. Oggi ho una conoscenza e una consapevolezza di me stessa che prima non potevo avere. Questo è anche frutto degli studi che continuo a fare, il metodo Stanislavskij e il metodo Strasberg con la mia insegnante Emiliana Gimelli. Ho imparato che per far bene devo partire da me, da ciò che sono e dalla mia verità. Solo così posso riuscire a trasferire queste cose al mio personaggio.

È molto interessante. Sembra quasi un lavoro psicanalitico. Non devi imitare un’emozione ma ricrearla dentro di te per riuscire a riprodurla.
Sabina Zicconi: È un lavoro in cui bisogna andare estremamente in profondità non solo come attrice ma anche come persona. Parte tutto da questo. Che cosa vuol dire quando si dice che un grande attore o una grande attrice deve prima essere una grande persona? Significa che prima deve veramente prendere consapevolezza di tutto il suo essere, nel bene e nel male, con i propri momenti bui, quelli belli, le gioie e le fragilità. Perchè in seguito tutta quella fragilità, tutto quel dolore o tutta quella gioia serviranno per interpretare il personaggio.
Non deve essere emotivamente semplice scavare così tanto in se stessi. Non è doloroso farsi carico di tutte queste parti di sé?
Sabina Zicconi: Può essere un carico emotivo pesante ma necessario. Però quando entri veramente nel dolore e lo guardi, lo riconosci per ciò che è autenticamente: rabbia, sofferenza, perdita, senso di colpa. Se veramente ci entri dentro senza aver paura, poi questa cosa si trasforma. Assomiglia a una catarsi. Diventa leggerezza, consapevolezza che poi ti porta a rilassarti e a sorridere. Pensiamo per un attimo ai grandi maestri della recitazione quando interpretano scene difficili in cui il personaggio deve mostrarsi sconvolto o piangere o commettere un atto di violenza… hanno una luce meravigliosa, non si irrigidiscono. Sono maestosi perché riescono a mostrare la luce della propria anima nonostante stiano interpretando e vivendo un momento fortemente drammatico!
Per questo motivo dico sempre che i miei trent’anni di psicoterapia non valgono i miei otto anni di studio. È davvero un lavoro molto profondo che insegna non solo a entrare nel personaggio ma anche ad uscirne, facendo un passo indietro e comprendendo che quel dolore o quell’emozione non ci appartiene. C’è sempre un momento in cui dobbiamo dirci che abbiamo dato il nostro corpo, la nostra anima, il nostro cuore a quel personaggio ed essere capaci di ritirarci e tornare noi stessi.
Si dice sempre che gli attori siano egocentrici ma il tuo discorso assomiglia invece all’esatto contrario.
Sabina Zicconi: Beh, recitare – almeno per come lo intendo io – è processo in cui l’egocentrismo va lasciato da parte. Bisogna riuscire a mettere il personaggio interpretato davanti a te stesso che lo interpreti. Recitare è un atto di umiltà. A volte si sbaglia e si tende a fare il contrario ma il pubblico se ne accorge sempre. I grandi attori non lo fanno mai. È anche una questione di professioalità. Danno il corpo e le emozioni al personaggio, ma poi tornano a essere se stessi. Devono sganciarsi da quella cosa, perché altrimenti può diventare un’arma a doppio taglio.

In che modo?
Sabina Zicconi: Ti faccio un esempio. In questo momento sto lavorando molto. Ho fatto due spot, un cortometraggio e sto per iniziare una fiction sulla vicenda di Farouk per la Rai, quindi lavorando così tanto sono costretta a entrare e uscire da situazioni molto diverse tra loro. Non devi trattenere un personaggio se non vuoi andare a inficiare le altre interpretazioni. Serve prendere distanza altrimenti non puoi lavorare tanto. Se ti porti dietro il bagaglio di un personaggio e lo riversi su un altro che ha caratteristiche differrenti la tua interpretazione ne risente. Per questo bisogna saper entrare e uscire dai ruoli con facilità oppure diventa molto pesante.
Bisogna essere un po’ folli, deve piacerti, altrimenti non ci si riesce. Io potrei stare anche tutto il giorno su un set, non mi annoio, non mi stanco. Tutto ciò che ruota intorno a un set è una magia che utilizzo per il personaggio. Fin dal trucco inizio a diventare chi devo interpretare. In questo processo anche le maestranze sono di grande supporto. Ci sono tantissime persone dietro le immagini che vediamo, il cui lavoro spesso non viene riconosciuto adeguatamente. Invece sono fondamentali non solo per il ruolo che ricoprono in una produzione cinematografica ma anche per gli attori. Io utilizzo tutto per il mio personaggio, anche un semplice sorriso che mi arriva sul set o qualcosa che non va bene perché l’interpretazione deve iniziare ben prima della scena.
C’è stata qualche attrice che ti ha ispirato o che amavi particolarmente quando da ragazzina sognavi di poter anche tu calcare un palcoscenico o un set cinematografico?
Sabina Zicconi: Ho sempre amato molto Sophia Loren che per me è un’attrice straordinaria. Nella sua carriera ha saputo uscire dallo stereotipo della “bella donna” riuscendo a concentrarsi su ruoli sempre differenti e passando attraverso registri molto diversi. Credo che per lei più che per altre sia stato difficile. Spesso quando una donna è bella corre il rischio di rimanere intrappolate in ruoli sempre uguali. Ma la Loren era unica! Era una donna libera ed è riuscita a esprimere la propria grandezza essendo se stessa in modo pieno e autentico. Ed è per questo che è riuscita a passare in modo eccelso dalla commedia divertente fino a ruoli di grande tragicità come Filumena Marturano o La Ciociara. Non è facile scontrarsi con il pregiudizio atavico che una donna bella sia incapace e raccomandata. Lei ha dimostrato l’esatto contrario attraverso il suo talento.
Tu sei (anche) una donna molto bella e di grande fascino. Ti è capitato di scontrarti con questo tipo di pregiudizio?
Sabina Zicconi: Ti ringrazio ed effettivamente nel mio piccolo è successo anche a me, specie agli inizi, che dicessero cose tipo “Sabina Zicconi recita perché è bella”. Neanche fossi Miss Italia! (ride, ndr) Ora le cose si sono trasformate e le stesse persone dicono “Sabina Zicconi recita perché è brava”. Ci è voluto del tempo ma alla fine ciò che importa è solo come si è capaci di interpretare i propri personaggi.
Il tuo modo di recitare è molto intenso. A volte fatto solo di sguardi o di cambi repentini di espressione. Hai il talento di recitare il “non detto”. Sembra che il tempo si blocchi in attesa della battuta successiva. Non è qualcosa che si può ottenere solo con la bellezza fisica. Continui ancora a studiare e a perfezionarti per ottenere questi risultati?
Sabina Zicconi: Apprezzo molto questa tua considerazione e mi fa doppiamente piacere perché è qualcosa che mi è stata riconosciuta anche dal mio collega Luciano Curreli per La guerra di Cesare di Sergio Scavio. “Quando sei sullo schermo fermi il tempo” mi ha detto, e per me è stato davvero un complimento grandissimo. Per ciò che riguarda lo studio posso dirti che non si può mai smettere. È un allenamento continuo. Bisogna costantemente lavorare con le emozioni. Avere un viso interessante non fa la differenza se non c’è un lavoro importante dietro e io voglio riuscire a fare la differenza. Voglio “sentire” ciò che interpreto. Saper ripetere un copione non ti rende un’attrice. Per esserlo devi riempire quelle frasi di verità ed è per questo che lavoro ogni giorno, senza sosta, su me stessa.

Abbiamo parlato di stereotipi e di impegno. Quanto è difficile per una donna trovare un posto nel cinema contemporaneo?
Sabina Zicconi: Forse un tempo era più difficile e il cinema era un mondo molto più maschile. Ora qualcosa sta cambiando anche nel cinema italiano. Ci sono molte registe e interpreti che si fanno valere. Penso ad esempio alla Cortellesi o alla Golino. Le donne hanno la possibilità di cimentarsi in ruoli più complessi, che abbiano più spazio nella storia, che analizzino di più le sfumature e le caratterstiche dei personaggi femminili. Trovo che sia importante. Parlando da attrice, avere un personaggio femminile che è protagonista e quindi ha più tempo sulla scena, vuol dire viverlo in modo più intenso dandosi l’opportunità di mostrarne l’interpretazione migliore.
Tra i personaggi che hai interpretato ce n’è uno sul quale hai dovuto lavorare di più oppure uno al quale sei rimasta più legata?
Sabina Zicconi: Forse il personaggio su cui ho lavorato di più, sia da un punto di vista personale che per le scene girate è stato quello della moglie di Fabrizio Ferracane ne La guerra di Cesare. C’erano delle scene intime che non avevo mai fatto e ho dovuto lavorare tanto su di me. Avevo poi un monologo molto forte e quindi lì ho lavorato tanto. Sono comunque molto legata a tutti i miei personaggi. Penso ad esempio a Zia Mantoi in Falamus di Paolo Lubinu. Ci tenevo ad essere credibile perché parlavo in logudorese, lingua che fino a quel momento non conoscevo. Cerco sempre di rendere onore ai personaggi che interpreto anche se non sono mai contenta. La prendo come una spinta per migliorarmi e ricercare. Non mi vedo mai perfetta ed è una cosa positiva. Mi permette di continuare il mio cammino.
C’è invece qualche ruolo nuovo sul quale vorresti cimentarti?
Sabina Zicconi: Vorrei conoscere ogni colore di me, interpretando donne sempre diverse e abbracciando quindi anche la commedia e non solo il dramma. Di recente ho interpretato un ruolo nel film La vita va così di Riccardo Milani, è stato bello ma anche lì il mio personaggio era quello di una donna molto seccata e infastidita quindi in qualche modo sempre “drammatico”. Non che non ami i ruoli di questo tipo. Forse anzi ti danno più possibilità di esprimerti rispetto a ruoli più leggeri però ogni tanto mi piacerebbe non dovermi “imbruttire” per entrare in un personaggio.
Mi è successa una cosa simile quando ho avuto l’opportunità di interpretare Teresa Mele nella serie Netflix Il Mostro di Stefano Sollima. Se nel dramma sembra quasi che l’emozione sia più riconoscibile in fattezze fisiche più spente forse nella commedia c’è paradossalmente un po’ più di libertà. In ogni caso dedico impegno e dedizione in ogni ruolo con la stessa misura e passione.
E invece c’è un ruolo, ad esempio in qualche film della storia del cinema, che hai amato e avresti voluto interpretare tu stessa?
Sabina Zicconi: Senza dubbio la Cabiria di Giulietta Masina per Federico Fellini. È un personaggio immenso, fragile e pieno di verità. La sua interpretazione è assolutamente magistrale. Nonostante la sofferenza era comunque leggera, morbida, quasi angelica.

Se parliamo di attrici internazionali, c’è qulche interpreti che ami?
Sabina Zicconi: Non posso che citare l’immensa Meryl Streep. La sua capacità di passare da La mia Africa a Il diavolo veste Prada si commenta da sola. E poi sono ancora più legata alla sua figura perché ha studiato seguendo il metodo Strasberg e Stanislavskij quindi la tecnica, il rilassamento, la parte sensoriale, che è la scuola che sto facendo.
Ti sei messa in gioco più volte. Quanto è importante farlo? E cosa consiglieresti a chi vuole intraprendere una via simile?
Sabina Zicconi: Riuscire a riconoscermi come attrice è per me già un grande traguardo. Mi sono messa in gioco davanti a ogni sfida e riconoscermi per ciò che volevo essere in questo lungo percorso senza fine è fonte di gioia. Oggi mi guardo allo specchio è non ho paura di dirmi che sono un’attrice. La strada è sempre lunga e non sempre semplice ma sono contenta di fare quello che sto facendo. L’unica cosa che mi sentirei di consigliare alle persone è in generale di non credere che i propri sogni non abbiano spazio. Non c’è un’età giusta o una condizione giusta per iniziare. Bisogna studiare molto e non lasciarsi scoraggiare.
A volte non passare un provino non significa non essere bravi ma semplicemente non essere adatti per quel ruolo. È necessario essere aperti e lavorare su se stessi, capire i propri tempi e quelli degli altri. E nel frattempo? Respirare, essere consapevoli, sentire senza chiusure, sentire i brividi, essere diposti ad accogliere la propria verità anche quando è scomoda, anche quando non ci piace. Bisogna farsi colpire dalla vita, con gli occhi ben aperti e le gambe ben piazzate. Ci sono, sono qui, sono viva!
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