GIUSY CALIA: «Fotografo per amore!»

Giusy-Calia-Ofelia

L’occhio è quella fessura attraverso la quale il mondo ci entra dentro. Le immagini lo attraversano e si depositano nella coscienza che ce le restituisce ampliate, nutrite e spesse. In questo modo essere diventano intime, personali, intrise dei simboli più puri dell’essere umano. Alcuni artisti sono in grado di riportare all’esterno questi frammenti di mondi interiori e rilasciarli ad altri occhi affinché l’immagine perduri e si modifichi infinite volte in un’alchimia eterna, legata solo al mistero dello sguardo umano. Giusy Calia è senza ombra di dubbio tra questi e non ci si può accostare al suo lavoro senza rimanerne turbati.

Giusy Calia

Un turbamento salvifico perché, come come tutti i rivolgimenti dell’animo, offre l’opportunità di cambiare prospettive. Quando le chiediamo di raccontarci l’incipit della sua storia Calia ci porta da subito in una dimensione vicinissima a noi eppure in qualche modo già personale, parallela e distaccata da ciò che conosciamo. «Le immagini mi hanno accompagnato fin da piccola – racconta – la mia camera era tappezzata di foto: Alda Merini, Virginia Woolf, immagini di film in bianco e nero. Erano frammenti di eternità, radiografie dell’anima. Pensavo che un giorno mi sarebbe piaciuto poter ritrarre in quel modo e dare il mio contributo. Alla fotografia sono dunque arrivata passando attraverso la magia della camera oscura.»

Passare attraverso il buio per permettere alla luce di emergere suona quasi come un viaggio iniziatico di quelli da cui si ritorna inevitabilmente cambiati. «Quando ero ancora molto giovane ho frequentato il marito della mia professoressa che mi ha permesso di entrare con lui nella camera oscura. Descrivo questa esperienza parlando in termini di vera e propria magia perché vedere l’immagine che emerge lentamente è realmente magico. Non sai mai di preciso che cosa ti apparirà davanti e se ciò che attendi sarà come lo avevi immaginato nel momento dello scatto. C’è sempre il rischio dell’imprevisto e questa cosa mi ha affascinato fin da subito. Lui fu veramente molto gentile con me come se ci tenesse a darmi un input. Mi prestò la sua Fm2 della Nikon e mi permise di usarla come se fosse mia. Comincia così a fare delle prove.»

Giusy-Calia
Performer: Marta Guarino Amato

Quando si è all’inizio di un percorso, di qualsiasi natura esso sia, ci si discosta di poco da ciò che si sente affine. Si rimane entro il confine delle cose che sentiamo simili a noi, protetti dalla loro aura, lontani da casa ma comunque alla ricerca di ciò che è familiare. «All’epoca provai visitare diversi posti ma trovavo che il luogo più rappresentativo di me, della mia adolescenza, fosse l’inceneritore. Era l’unico posto a Nuoro in cui era possibile vedere i gabbiani. Mi sentivo esattamente come loro: sapevo apprezzare il mare pulito perché avevo già conosciuto tanta spazzatura. Quindi passavo il tempo a fotografarli. In seguito ho sviluppato l’interesse per le case e le strutture abbandonate.»

Più la strada si amplia più si ha la necessità di conoscere lo strumento principale, ciò che permette allo sguardo di imprimere il proprio universo. «Sentivo il deficit di non saper usare la macchina in modo adeguato. Il mio rapporto con essa era immediato, privo di tecnica. Decisi così di andare a Milano a studiare fotografia. Per un anno e mezzo ho fatto solo quello, giorno e notte, in aggiunta al mio dottorato. Tutto ciò mi ha permesso di rendermi conto che la tecnica non mi serviva nel modo in cui credevo. L’avevo imparata per poterla poi tradire, dovevo conoscere le regole perché solo conoscendole avrei potuto infrangerle consapevolmente. Ho infatti continuato ad avere con la macchina un rapporto emozionale. Ho imparato a usarne tutti i tipi finché non ho trovato il mio linguaggio. Mi sono resa conto ad esempio che una semplice “usa e getta” a volte era in grado di darmi maggiore soddisfazione di una più sofisticata macchina digitale. In quello stesso periodo ho compreso di amare molto l’analogico. Quando metto a fuoco con l’analogico entro dentro la scena che voglio fissare, mentre nel digitale la sensazione è quella di avere una membrana che mi separa dal resto. Amo molto le Polaroid perché l’emulsione è come la camera oscura. L’immagine appare lentamente come un fantasma che si palesa. Pura magia!»

Giusy-Calia-fotografa
Modella: Bianca Multineddu

Come ombre, figure e sagome che prendono forma dal profondo dell’inconscio dell’umana natura, le immagini sorprendono e commuovono, toccando quella crisalide che è aggrappata all’essenza di ciò che solo impercettibilmente cogliamo di noi stessi. «Per anni, insieme a una delle mie modelle, Rita Fiori, ho svolto un lavoro intenso all’interno del vecchio manicomio di Rizzeddu. Ogni estate ci davamo appuntamento. L’immagine ricreava la storia dell’anima di una donna che viveva ai primi anni del ‘900 e che si confrontava con questi luoghi. Un fantasma che ritornava. In principio non capivo cosa questa figura rappresentasse per me. In seguito compresi che stavo dando sfogo alle mie visioni. Le immagini mi visitano, mi appaiono e, solo dopo, provo a materializzarle mettendole in pratica. So per certo che tutto ciò che faccio con la fotografia lo faccio esclusivamente per amore. Ciò che mi muove non può che essere questo.»

E l’amore ha codici spesso immediati come un riflesso condizionato che risponde a uno stimolo ben preciso. Ecco che quindi avvengono piccoli miracoli di bellezza che vale la pena raccontare. «Una volta decisi di sviluppare molte Polaroid in un formato piuttosto grande e le installai tutte in un palazzo di Nuoro con tanto di critica, di notte, in forma completamente anonima. Tornai dieci giorni dopo e le foto erano ancora lì, nessuno le aveva rimosse. Due signore che gestivano un piccolo negozio mi dissero che erano apparse magicamente una notte. Mi raccontarono di essere “le custodi” della mostra e mi spiegarono il significato delle foto. Fu una sensazione bellissima. Erano foto che avevo lasciato come testimonianza d’amore e in questo modo erano state recepite. Avevo fatto bingo! Rimasero là per anni. L’allora Direttrice del MAN riconobbe il mio tratto e mi propose un progetto che non si svolgesse entro le mura del Museo ma per le strade di Nuoro. La mostra si chiamava “Hai mai visitato i miei sogni?” ed era dedicata a una persona dalla quale ero stata separata. Credevo fosse lei la figura che abitava le mie visioni fin da bambina ma mi sbagliavo. Ancora non so bene chi sia ma so che a questa persona sono dedicate tutte quante le mie opere.»

Giusy-Calia
Performer: Marta Guarino Amato

L’essere ideale che preme sulla pellicola, che oltrepassa mondi e coscienze, lascia tracce di sé nell’immagine, sempre più prepotentemente, come se volesse essere trovato. «Per tanto tempo ogni volta che sviluppavo una Polaroid spuntava una lettera, un’iniziale, come se qualcuno la imprimesse a fuoco. Rita Fiori, con la quale ho lavorato molto, sosteneva che probabilmente fosse così intenso ciò che stavamo facendo da lasciare un segno tangibile di questa alchimia. Il rapporto che ho con le mie modelle è importante. In genere le scelgo in base a ciò che sono in grado di trasmettermi, come se le vedessi già proiettate nella scena. Sono sempre persone che si mettono a disposizione dell’arte e non del proprio egocentrismo, affinché possano aiutare a far emergere la foto e non il contrario. Sono sempre alla ricerca spasmodica di questa figura che mi ha abitato dentro.»

Una figura simbolica, archetipica, capace del totale abbandono, indifesa non per debolezza ma solo perché conscia dell’inesistenza di un qualsiasi pericolo, cedevole perché priva di inutili corazze: l’Ofelia. «Ho sempre pensato che Ofelia fosse un soggetto molto più potente di Amleto. Tanto egli è passivo rispetto agli eventi, tanto lei si dimostra forza agente. Ofelia decide e sceglie la propria strada. Il suo non è suicido ma abbraccio all’acqua, ritorno all’utero. Ofelia porge al mondo la dignità di essere fedele all’immagine che ha di sé e dell’amore che prova. Ecco perché non provo tristezza guardandola. Tristezza che invece mi smuovono altre figure come ad esempio Don Chisciotte che quando rinsavisce sembra invece ammalarsi, non riuscendo più a mostrare il mondo da un’altra prospettiva.»

Giusy-Calia
Modella: Fosca Leoni

Un punto di vista altro, come quello dell’arte. Il lato nascosto e magico della realtà che solo l’artista è in grado di mostrarci squarciando il velo, discostandoci dalle ombre. «L’arte offre un dato di realtà che non tutti percepiscono ma che è vero anch’esso ed è fondamentale per restituire poesia a un mondo sopraffatto da immagini cruente. L’artista deve portarti su quel piano e mostrarti la cura e il rispetto con cui approcciarsi. Anni fa feci un lavoro sulla figura di Alice di Lewis Carroll che mi permise di avvicinarmi ad Alda Merini, alla realtà dei manicomi e al tema della follia che è molto ricorrente nel mio lavoro. Ho fatto tre tesi sulla follia, una in letteratura italiana, una in filosofia e una per il dottorato, poi di seguito sono arrivata alle immagini. Entrando all’interno degli ospedali psichiatrici abbandonati cogli perfettamente il senso di un’altra prospettiva. C’è una forte responsabilità in tutto questo. Sono luoghi della memoria in cui si era perso il rispetto della totalità dell’essere umano ma si faceva di tutto perché perdurasse la frammentazione di queste persone. Ho sviluppato un profondo rispetto perché all’interno di quelle strutture sono morti in tantissimi nel silenzio, nella dimenticanza e nell’oblio. Ho cercato di trattarli con cura per restituire loro identità e dare voce a chi non l’ha mai avuta. Quando Alda Merini mi chiese di vedere questi miei lavori mi disse che ero riuscita a cogliere l’essenza del manicomio visto dall’interno, senza difendermi o proteggermi. Così attraverso le immagini in qualche modo ho trovato una cura per le mie nevrosi, le mie paure, le mie ossessioni e le mie insicurezze. E lo faccio con amore e per amore. Quando riesco a trovarmi dentro questa visione sono pazza di felicità. Sono attimi di perfezione estrema.»

La descrizione è chiara e potente: piccoli tasselli di mosaico in grado di restituirci però la bellezza della totalità della figura; visioni quasi olografiche capaci di contenere il senso profondo del mondo creato. «Mi sono sempre sentita sola nella visione ma c’è stato un momento particolare in cui ho incontrato una persona che mi ha fatto capire di non essere l’unica abitante di quel mondo. Per me è stato quasi uno shock uscire dalla solitudine profonda che avevo sempre sentito. Un altro sguardo dava realtà a qualcosa che sembrava solo utopico. Un’esperienza impagabile che ha cambiato ulteriormente la mia prospettiva. È stato un momento cardine capace di segnare un prima e un dopo e che sta influendo sul mio lavoro. Me ne accorgo dalle immagini e dall’attesa paziente e non più bulimica che esse vengano fuori. Il mio sguardo è diventato cristallino, parte della foto. Quando senti veramente di avere incontrato lo sguardo che ti accompagna, la sensazione che provi è di un’intensità incredibile. Ogni volta che da sola ho fotografato il mio occhio, il mio sguardo era felino, ipercontrollato, in allerta. Quando invece lo ha fatto questa persona mi ha restituito un’immagine opposta. Qualcosa nel mio sguardo è caduto, mi sono vista nuda, senza confini e senza difese. In totale abbandono. Esistere in questo modo nello sguardo di un altro è, al di là di tutto, una cosa molto poetica. Accade di rado di sentirsi riconosciuti per ciò che si è, nella propria umanità. Ed è bello.»

di Francesca Arca

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