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di Benito Olmeo

Carlo Doneddu è un chitarrista, musicista e cantautore sardo. Inizia i suoi studi di chitarra con Sabina Sanna e si diploma in chitarra classica nel 2002 al Conservatorio di Sassari sotto la guida del maestro Amando Marrosu per poi perfezionarsi presso l’Escuela Luthier di Barcellona, con Fernando Rodriguez, dove prende il titolo di postgrado come concertista.

Attivo musicalmente fin da giovanissima età fonda nel 2002 il gruppo dei Figli di Iubal con cui pubblica due dischi. Il primo omonimo, nel 2003, edito dalla Sciopero Records e distribuito in Italia da Sony Music, e il secondo nel 2006, “Un anno sull’altipiano”, che diventerà in seguito uno spettacolo teatrale e musicale.

Nel corso degli ultimi anni collabora con gruppi di varie estrazioni musicali, dalla canzone d’autore alla musica classica e la musica popolare. Nel 2009 presenta lo spettacolo “La Buona Novella di Fabrizio de Andrè” con la cantante Antonella Ruggiero, L’ensemble Laborintus e il coro della polifonica Santa Cecilia, esperienza che prosegue tutt’ora come unico cantante del progetto.

Fra gli altri progetti attivi “L’omaggio a Mercedes Sosa” in duo con il percussionista Andrea Lubino, il duo di chitarre Gatticattivi, con Caterinangela Fadda, lo spettacolo Del Parallel a Napols con Ester Formosa e Nico Casu, produzione originale del teatro nacional de Catalunya.

Ha inoltre composto colonne sonore per documentari, cortometraggi e lungometraggi fra cui i due film del regista Bonifacio Angius – SaGràscia e Perfidia – unico film italiano presente nella selezione ufficiale del Festival del cinema di Locarno nel 2014 e Ovunque Proteggimi, presentato al festival di Torino nel 2018. Nel 2014 la presentazione della sua opera prima come cantautore “Le Canzoni dell’estate”.

Dal 2015 vive di nuovo tra la Sardegna e Barcellona, dove fonda un nuovo quartetto com cantautore. E’ ospite del Premio Tenco nel 2014, nell’edizione dedicata alle resistenze e nel 2018 come chitarrista del progetto Sighanda.

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L’intervista

C’è stata una causa scatenante per cui hai deciso di avvicinarti alla musica e nello specifico agli studi classici?

La musica ha sempre fatto parte della mia vita, da quando ho ricordi. Quindi non mi ci sono esattamente avvicinato, me la sono sempre trovata dappertutto e l’ho sempre più che amata, desiderata. Per quanto riguarda la chitarra e gli studi classici c’è però un episodio che è stato molto importante al fine di “innescare” questo avvicinamento, ed è stato, in realtà, un allontanamento.

Quando avevo circa cinque anni mia sorella, per il compleanno, mi regalò una chitarra elettrica di plastica. La vendevano, non so perché, nel negozio di alimentari sotto casa; la vedevo tutti i giorni e la desideravo tantissimo, quindi potrai immaginarti la mia felicità quando ho scartato il pacco che la conteneva.

Quel primo incontro è però durato pochissimo: mio padre, che non aveva mai visto una chitarra in vita sua, si fissò sul fatto che quella fosse “scordata”. Quindi me la prese, iniziò a girare le meccaniche e a tirare le corde fino a quando la chitarra si spezzò inesorabilmente in due (era di plastica, in fondo).

Il primo approccio con lo strumento che mi avrebbe accompagnato poi tutta la vita durò dunque solo cinque minuti e rappresentò un bruttissimo trauma, però mi fece anche capire due cose importanti: che avrei dovuto procurarmi al più presto un’altra chitarra e che gli adulti non erano infallibili.

Dopo qualche anno, a casa ne arrivò per fortuna un’altra, ma era classica, questa volta regalatami da mia nonna. Dopo qualche mese i miei genitori arrivarono con il volantino di una scuola di musica, chiedendomi se mi sarebbe piaciuto andare a lezione anche perché, visto che suonavo comunque parecchio senza avere la minima idea di come si facesse, dovevano essere molto interessati a farmi imparare…

A otto anni avevo appena visto “Ritorno al futuro” e non vedevo l’ora di dimenarmi su un palco suonando Johnny B. Goode per poi sfrecciare avanti nel tempo su una De Lorean, quindi accettai di buon grado. Mi ritrovai, invece, ad alternare per mesi indice e medio della mano destra sulle “prime lezioni di chitarra di Julio Sagreras”; però era cosi bello abbracciare quello strumento che non mi importava più di tanto. Prima o poi l’avrei suonato, il rock’n roll. Quando andrò nel futuro, pensavo.

Mio padre si fece quindi ampiamente perdonare, aiutandomi prima a iniziare i miei studi e a proseguirli poi. Comunque, anche oggi, una chitarra col cavolo che gliela ridò in mano.

Riguardo agli studi classici sono stato molto fortunato perché ho sempre avuto dei maestri speciali, dalle prime lezioni con Silvia Cerri, alla conoscenza fondamentale di Sabina Sanna che sarebbe più tardi diventata una mia carissima amica e collega, fino all’incontro con Armando Marrosu, pilastro fondamentale per l’insegnamento della chitarra classica, in Sardegna, in Italia e in Europa e persona dalle qualità umane davvero rare, che ha rappresentato e rappresenta tuttora per tutti noi chitarristi sassaresi e non solo, ben più che un Maestro.

È stata anche l’unica persona in grado di gestire la mia temperatura adolescenziale, comprendendo la mia indole con pazienza e facendomi realizzare che la chitarra classica era uno strumento molto più interessante e vario di quanto non mi sarei aspettato, in un periodo in cui le mie pulsioni erano molto più “Punk”.

In quell’epoca conobbi anche la mia “hermanita” Caterinangela Fadda, collega all’epoca del conservatorio, ora anche lei “barcellonese” e vicina di casa, con la quale abbiamo formato da poco più di un anno il duo dei “Gatticattivi”. Un’altra figura importantissima è stata Fernando Rodriguez, il nostro maestro spagnolo, anch’egli uomo di grande statura musicale e umana, non fisica; lo chiamano infatti “Fernandito”.

Lui ha rappresentato il mio primo confronto “esterno” col mondo della chitarra classica avendomi formato nel post grado che feci al tempo del Master and Back (che era una borsa di studio della regione Sardegna) a Barcellona, città dove dopo tanti anni sono appunto tornato a vivere.

A Silvia, a Sabina, ad Armando e a Fernandito devo il fatto che tuttora studio, suono e insegno musica classica, e che questa rappresenti una parte del mio lavoro, anche se alla fine a me, l’idea di montare su una De Lorean mi ha sempre affascinato di più.

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Quando hai percepito che la musica sarebbe diventata per te fondamentale sia a livello personale che lavorativo?

A livello personale, come ho detto prima, ho sempre avuto la percezione che la musica avrebbe avuto a che fare con la mia vita. In che maniera, alla fine, è una domanda che nonostante tutto deve ancora trovare risposta, quindi la rimandiamo al numero del 2030.

Per quanto riguarda l’aspetto lavorativo mi ricordo di un giorno in particolare della mia, direi quasi, adolescenza, nella quale percepii che qualche volta, se sapevi suonare (anche poco poco) ti potevi pure guadagnare la pagnotta.

Avevo quattordici o quindici anni e frequentavo “Spazio Rosso”, che era un circolo comunista in una traversa di Corso Trinitá, nel vicolo C. Caso volle che “Spazio Rosso” si trovasse nello stesso vicolo del circolo “Alba Ruota”, altro luogo mitico al quale si accede attraverso una scalinata che si affaccia sul Fosso della Noce e che scoprii presto essere frequentato da altrettanti mitici personaggi che mi insegnarono un sacco di cose delle quali purtroppo non ricordo quasi più (anche perché non ho memoria di essere mai uscito sobrio da lì).

Ricordo però con nostalgia quel periodo, in cui ho scoperto ad esempio le canzoni sassaresi, e soprattutto la sassareseria e la cionfra in generale, di cui gli avventori dell’Alba Ruota erano sicuramente maestri, anzi “guru”.

Quel posto era sempre pervaso di allegria, o forse erano i miei 15 anni, chi lo sa. Però, in qualche modo, si era trasformato quasi in una seconda casa e i soci del circolo nella mia seconda famiglia. Inoltre ci portai presto degli amici, che divennero anche loro amici, che portarono amici, e a un certo punto, non si sa come, con tutti questi amici e amici di amici, l’Alba Ruota da zilleri diventò un posto quasi “di tendenza”.

Per anni ce la passammo molto bene, tanto che lì sono ambientate alcune delle mie prime canzoni. Passavo quindi dalla chitarra classica ad ascoltare le voce ubriaca di Signor Firinu, “il presidente”, che cantava le canzoni di Ruzzetta, di Giovannino Giordo, dei Sonos de Manos (che all’epoca erano delle rockstar a Sassari) e di tanti altri.

Anche se la canzone sassarese, personalmente, non ho mai imparato davvero a suonarla, purtroppo, e se non ho imparato allora, vuol dire che non sono portato… Nella mia prima discesa nella società dell’Alba Ruota vi trovai una chitarra, e questa chitarra mi portò istantaneamente a suonare in una cena a Monte Rosello dalla quale però dovetti presto scappare perché, d’altronde, avevo solo quattordici anni ed entro le 22:00 dovevo essere a casa.

Quella notte tornai alle 23:00, con i miei genitori che iniziarono a sospettare che cosa li avrebbe attesi negli anni a seguire. Ma tornai a casa anche con 100.000 lire che avevo guadagnati “suonando”: questo faceva di me un musicista! Mi buttai a letto, felice. E il giorno dopo offrii da bere all’Alba Ruota.

Nel 2002, giovanissimo, formi la band dei “Figli di Iubal”. Cosa ricordi di quei momenti e quanto hanno inciso (se lo hanno fatto) nel tuo percorso musicale?

I “Figli di Iubal” furono e rappresentano tutt’ora l’inizio del mio percorso come autore di canzoni. Alla fine degli studi in conservatorio avevo una grande necessità creativa, o almeno di esprimere tutto quello che avevo coltivato parallelamente negli anni di studi classici.

Questo avvenne con una serie di fortunati incontri. In primis la conoscenza di Giovanni Becciu, pianista naturalmente “matto”, con cui ancora molto prima della formazione del gruppo ho passato pomeriggi e pomeriggi (e notti e notti) a scrivere le prime canzoni e a cercare un’idea comune tra tutte le cose che amavamo. È stato il mio primo grande compagno di viaggio ed è tutt’ora uno dei miei amici più cari.

Insieme creammo altre band: i “Kursk” che avevano il nome di un sottomarino russo affondato, di cui faceva parte fra gli altri un altro fondamentale incontro di quell’epoca, Antonio Branca. Poi venne “L’atletico Doneddu”, che aveva il nome di una squadra delle olimpiadi di quartiere (anche questa affondata), in cui suonavano oltre che il Branca al basso, Marco Marini, che all’epoca era già un ottimo tecnico del suono, e Marco Piras al violino, insieme ad Alessio Billi che sembrava essere l’unico ad avere la dote di andare a tempo.

C’erano inoltre dei pezzi di Skakkiere Grigie che collaboravano con noi all’occorrenza. Fino a qui viaggiavamo in un repertorio ibrido tra la musica cantautoriale, il rock “alternativo” e un po’ di Punk. Poi sentii la forte esigenza di investigare il suono degli strumenti acustici, probabilmente perché erano quelli che conoscevo meglio e per cui potevo all’occorrenza scrivere partiture.

Quindi per un brevissimo periodo montai una band che mi accompagnasse come cantautore, e fu lì, intorno a un repertorio ormai definito che conobbi gli altri elementi che poi avrebbero fatto parte dei “Figli di Iubal”. Ne prendevano parte in origine: Peppino Anfossi al violino, altro carissimo amico che contemporaneamente partecipava alla nascita dei Nasodoble e che posso dire essere stato da allora una delle colonne portanti del gruppo, Federica Pinna, amica di vecchia data e compagna di studi in conservatorio, che più avanti avrebbe lasciato i “Figli di Iubal” per andare a insegnare in una scuola italiana in Eritrea, il sempre presente Giovanni Becciu al piano, Luca Lanza al sax, che era ed è tuttora un grandissimo sassofonista, e che rappresentava l’elemento musicalmente più “solido” della nostra formazione: l’unico, tra l’altro, ad essere in grado di improvvisare con cognizione di causa.

Paolo Laconi al contrabbasso, il contrabbassista “sempre immerso dentro le nuvole” noto fra le altre cose per le sue imitazioni del cerino e del cesso della tirrenia, per la “skebordia” e per “il mollame”, Michele Garofalo al corno, al flicorno, a volte alla tuba a volte alle percussioni, altro grande amico e musicista, colui che ci ha tenuto sempre allegri (e con il bicchiere pieno) , e per ultimo, ma fondamentale per riunire il “cuore” del gruppo, Giancarlo Murranca, il percussionista “africano”, primo contatto sassarese con il mondo “Sangregoriano” che poi, dopo molti anni, mi avrebbe in qualche modo portato nel suo mondo.

Quella ciurma era ben assortita in quanto a delirio, motivazione e divertimento, e fu un periodo di grande creatività, di esperienze e di ricordi che porterò sempre nel cuore. Un giorno portai la videocassetta del nostro primo concerto al teatro civico a Gianluca Dessì (Gianluca, ce l’hai ancora?), e lui ci capì e ci aiutò tantissimo a conseguire il nostro primo contratto discografico per la Sciopero Records, etichetta degli Yoyo Mundi.

In quel periodo mi sembrava di fare qualcosa di grandissimo e Sassari sembrava bastare a tutte le nostre esigenze. Ci trovavamo al circolo Noir, suonavamo e facevamo l’alba dal Giovedì alla Domenica, ridevamo tanto ed eravamo una famiglia molto unita ad altre tre band che sorgevano anch’esse nello stesso periodo: i Nasodoble, di cui faceva parte anche Peppino; i Chichimeca, che nelle figure di Andrea Lubino e Fabio Manconi ci aiutarono anche nelle prime performance; e l’orchestra Bartali, che era formata da un misto di tutte le band e da una parte dell’Ensamble Laborintus.

Vi suonava inoltre la mia ex insegnante Sabina Sanna. Poi venne l’epoca di un nuovo disco e di uno spettacolo teatrale: “Un anno sull’altipiano -opera da due soldi”, che fu una grande esperienza ma che in qualche modo sancì anche la nostra dipartita. “Un anno sull’altipiano” era un’operetta antimilitarista ispirata a Lussu, che trovava la sua contemporaneità nella seconda guerra del golfo, nelle servitù militari (specialmente alla base de La Maddalena) e nel personaggio principale che decideva di arruolarsi in “una missione di pace” per sfuggire alla disoccupazione.

Questo lavoro era rappresentato scenicamente, sotto la regia di Sara Canu, e per quanto fosse totalmente sentito era forse sovradimensionato rispetto a quelle che erano le nostre possibilità. Vi parteciparono, nel corso degli anni, tantissimi musicisti “arruolati”, nel vero senso della parola, a far parte dello spettacolo.

Michele Garofalo, Carlo Sezzi, Paolo Cartamantiglia, Mariafrancesca Cuccu, Tomaso Azara, Fabio Selis, Alessandro Carta, Nicolas Capetini, Roberto Mura, anche i qoelet project che nella prima versione si occupavano della parte visuale e Marco Pampiro che era il nostro fonico. Alla fine a partire da una band di 6 elementi ci ritrovammo in una quindicina di persone che lavoravano fra il palco e la produzione.

Sostenere tutto quel lavoro per la gloria, e forse neanche quella, avrebbe necessitato di un salto di qualità che tentammo, ma che alla fine non potemmo concretizzare. Questo creò stanchezza e malumori che portarono allo scioglimento del gruppo anche se, da circa dieci anni, parliamo di riunirci e fare un po’ di amarcord.

Dopo molto tempo “Un anno sull’altipiano” ha avuto un revival, in duo. Appena arrivai a Barcellona feci avere una copia a Sergio Sacchi, direttore artistico del Club Tenco che vive anch’egli in Catalunya, che mi chiamò piuttosto entusiasta proponendomi di realizzare una versione riadattata per chitarra e letture, insieme allo storico e giornalista, e infine anche caro amico Steven Forti, in occasione del premio Tenco del 2014, nell’edizione dedicata alle resistenze.

Parliamo di uno spettacolo completamente diverso da quello dei “Figli di Iubal”, però questa esperienza è servita in qualche modo a mantenere in vita un lavoro che forse avrebbe meritato qualche possibilità in più. E questo non è tutto quello che ho da dire sui “Figli di Iubal”. Ci sarebbe da scrivere un libro..

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