GIORGIO CASU

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di Benito Olmeo

Dalla Sardegna a New York passando per il mondo

Giorgio Casu classe 1975 originario di San Gavino Monreale, oggi è un artista di successo, dipinge, realizza oggetti di design, organizza mostre ed eventi artistici. Il suo percorso artistico/lavorativo parte da molto lontano, per lui la strada verso il successo è arrivata grazie alla sua caparbietà e capacità di adeguarsi e muoversi negli ambienti in cui ha vissuto. Nella nostra intervista si racconta con toni molto pacati e sentiti verso l’arte e il lavoro in generale.

L’intervista

Laureato in Scienze dell’educazione, maturi una bella esperienza nell’ambito psichiatrico. Quando nasce l’idea di lavorare lontano dalla tua isola?

Era il 2001, avevo 26 anni e i lavori in Sardegna non mancavano. Dopo la laurea ho lavorato in un centro di igiene mentale e in un centro sociale come educatore professionale; ho fatto una bella esperienza al Gal – Gruppo Azione Locale – che gestivamo con finanziamenti della Comunità Europea e ho insegnato animazione graficopittorica in un istituto professionale. Ricordo che la mia proiezione nel futuro in Sardegna non vedeva nessuna situazione che potesse piacermi. Poche possibilità’, tanta comodità ma pochi sogni. E a me piaceva sognare.

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Il tuo diventare a tutti gli effetti un immigrato ti ha fatto conoscere varie realtà e maturare diverse esperienze anche a livello personale, ci racconti com’è andata?

Sono un immigrato viaggiatore: i lavori che mi cercavo erano finalizzati a pagare l’esperienza che facevo e non il mio futuro lì. Mi pagavo affitto e spese, materiali per dipingere e i soldi per il prossimo viaggio.

Ho iniziato dall’Inghilterra perché ho pensato che, per viaggiare il mondo, mi serviva imparare bene l’inglese. Mi sono iscritto in un college con i soldi conservati in Sardegna e mi sono cercato un lavoretto in un ristorante; per caso e per passione ho cominciato a dipingere.

Dopo due anni di Inghilterra e di viaggi in Europa ho continuato a viaggiare in Sud Asia e poi mi sono trasferito in Australia nel 2005. In Australia ho cominciato a fare delle immersioni nella barriera corallina e fare Surf a Byron Bay, dove ho vissuto per due anni. Posto incredibile.

Anche là ho fatto lavori di tutti i tipi: ho lavorato per una galleria d’arte ma anche come cameriere, bartender e in una caffetteria. Esponevo e vendevo nelle gallerie ma anche nei musei e durante gli eventi.

Dipingevo tanto come artista indipendente e questo mi ha sempre aiutato anche finanziariamente: prendevo commissioni per ritratti, decorazioni per ristoranti, creavo pannelli per grossi eventi d’arte e musica. Insomma, non mi annoiavo.

Poi, nel 2007, mi sono trasferito a New York e lì sono stato residente per undici anni. Anche a NY non mi sono mai annoiato. Stancato sì, ma annoiato mai.

Hai un fratello gemello, Giovanni: quanto ha influito la sua presenza artistica nel tuo mondo?

Ma tanto, immagino. Lui ha cominciato molto prima di me ed è sempre stato un punto di riferimento e confronto a distanza.

Possiamo dire che l’incontro con l’amica fotografa Layla Love è stato in qualche modo decisivo?

La mia vita d’artista è stata fortemente voluta. Si vince a carte per caso e fortuna, ma per essere seduti al tavolo a giocare ci vuole la volontà di esserci … e anche le carte. L’incontro con Layla è stato molto decisivo e anche divertente e di grande ispirazione. In Australia non avevo ancora incontrato una artista di quel calibro e neanche di quella sfrontatezza. Mi invitò a fare una mostra a New York e io accettai. Da lì in poi abbiamo collaborato per tanti eventi.

Oltre l’espressione su tela veleggi a 360 gradi nel mondo artistico: organizzi e partecipi a eventi musicali, body painting, teatro da strada, murales e oggettistica. Come ti rapporti con questi modi di espressione così diversi?

L’arte di creare non ha un mezzo specifico per muoversi. A me piace sperimentare e creare cose nuove.

Proprio questo tuo modo di intendere l’arte ti porta anche a sperimentazioni molto interessanti: mi riferisco all’esperienza 3D creata in collaborazione con Giulio Serafini.

Giulio ha creato un’esperienza in VR (Virtual Reality) per una mia mostra in Madison Avenue. Un’altra volta per un evento a Bowery Street, creato in collaborazione con Michele Palazzo nel Lower East Side, a NY. Gli spettatori potevano, tramite un casco interattivo, entrare nei miei quadri in 3D e viverci dentro per un po’ a 360 gradi. Per l’occasione, Satya Hinduja ha creato una colonna sonora che accompagnasse l’esperienza. Tutto l’evento ha riscosso grande successo di pubblico e anche di vendite. Con alcuni pezzi della collezione di Painted Photography che avevamo creato ci chiesero di partecipare a un group show sulla street art per la prestigiosa Borghi Gallery in NJ, insieme a quadri di Andy Warhol ma anche più contemporanei, come Obey e Bansky.

Un tuo lavoro (mi riferisco al ritratto di Obama) arriva alla Casa Bianca. Oltre il successo, il racconto che sta dietro questo dipinto è quanto mai singolare. Ce ne parli?

Il successo è stato principalmente mediatico, dato dal prestigio dell’evento. La curatrice dell’evento mi ha selezionato e premiato per un ritratto che avevo creato allo scopo di celebrare la vittoria di Obama alle elezioni del 2008, e che avevo già esposto in due eventi a Manhattan. Nelle prime elezioni si respirava un’aria di forte entusiasmo a New York; c’era aria di cambiamento dopo i disastri di Bush e company. Di miracoloso c’è solo il fatto che dopo la mostra alla Casa Bianca del 10 Maggio 2010, tutte le opere vennero trasportate a bordo di un furgone che ebbe un brutto incidente. Le opere andarono “perse” per una settimana e poi “ritrovate”, dal momento che nessuno si era preoccupato di guardare cosa ci fosse nel furgone. Quello è stato un miracolo. Il conducente ha passato qualche settimana in ospedale.

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Vivere d’arte cosa ha significato per te?

Per me il sogno di farcela è sempre stato collegato, appunto, al fatto di vivere solamente della mia arte. Ci sono riuscito dopo tanti sacrifici, andando a mille per tre o quattro anni a New York. Per molti versi è proprio vero: se ce la fai a New York, ce la puoi fai fare dappertutto. L’esperienza che ho maturato grazie alle persone incredibili che ho conosciuto mi hanno permesso di poter vivere d’arte, di viaggiare ancora di più e fare delle esperienze che mi riempiono come uomo e come artista.

Quanta energia e confronto ci vuole per poter emergere in metropoli come New York?

L’energia di New York ti carica e ti scarica come una pila Duracell. C’è un competitività che non lascia spazio al caso. Si deve lavorare tantissimo per riuscire ad avere successo in quello che si fa. La verità è che poi si incontrano i migliori in qualunque campo e quindi i motivi di ispirazione sono veramente tanti. Bisogna stare attenti perché c’è anche un sacco di gente che si brucia e tanti che finiscono in un vortice che, per me, non avrebbe senso vivere. Ogni giorno ti può cambiare la vita e questo ti fa sentire vivo ogni giorno. Anche per il mercato dell’arte rimane il centro nevralgico nel mondo, dove non mancano gli incentivi

“L’arte deve confortare il disturbato e disturbare il comodo”. Ha senso per te questo pensiero di Bansky?

Mah… per quello che fa lui sicuramente. Personalmente sono d’accordo con questa frase per quanto riguarda la Street Art ma mi piace anche l’arte che disturba il disturbato e conforta chi si sta riposando. Non ho un obiettivo quando produco, se non quello di creare qualcosa di bello o di significativo per me. Il resto è dialettica e letteratura.

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