I GIGANTI DI BONIFACIO ANGIUS

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Una rimpatriata tra vecchi amici. Una casa sperduta in una valle dimenticata dal mondo. Tanti ricordi, piombo, e storie d’amore dall’abisso. Questa è la sinossi del nuovo film di Bonifacio Angius che in veste di produttore (Il Monello Film, col supporto prezioso della Fondazione Sardegna Film Commission), regista, sceneggiatore, attore, direttore della fotografia, montatore firma la sua ultima opera (forse la più tormentata e sofferta).

Un unicum esplosivo che Massimo, il protagonista (interpretato dallo stesso Angius) vive accompagnato da i suoi quattro compagni di disavventure. Gli altri interpreti sono Riccardo Bombagi, Stefano Deffenu (amico fraterno del regista con il quale cura anche la sceneggiatura), Michele e Stefano Manca; personaggi torbidi e tormentati in questa escalation di dolore e droga attraverso un passato troppo grande e ingombrante per essere ricordato.

Questo è il cinema di Bonifacio Angius: un pugno dritto nello stomaco, ma anche un grande atto d’amore verso la realtà autentica e verso le donne – solo in apparenza marginali ma fondamentali nella propria assenza – vere protagoniste del film nelle parole dello stesso Angius che non ne fa mistero: «Questo film è una dichiarazione d’amore alla figura femminile, senza se e senza ma.»

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Bonifacio Angius, l’intervista

Quando hai capito che il cinema ti avrebbe accompagnato per tutta la vita. In particolare ricordi un momento o un film che ti ha acceso la
passione per quest’ arte?

Da ragazzino. Ricordo, avrò avuto dodici anni, mio zio che mi nasconde dietro il cappotto e mi porta in sala a vedere Il nome della rosa, ricordo la scena di un frate sovrappeso che si auto flagellava. Ma, come tutti quelli della mia generazione, sono figlio del Vhs, la maggior parte dei capolavori del cinema li ho visti per la prima volta in videocassetta e poi cercare di rivederli nelle sale in 35mm, cosa che è successa raramente. Il cinema è un altro sogno che ho realizzato spero al meglio, creare un film in cui tutti gli elementi che mi hanno fatto innamorare del cinema da adolescente fossero presenti in un unico corpo. I perdenti, il sentimento di rivalsa, la follia, il melodramma, e la colonna sonora come elemento protagonista. Spero di esserci riuscito.

I Gesuiti affermavano “datemi un bambino nei suoi primi cinque anni di vita e lui sarà nostro per sempre”. L’imprinting, il vissuto, le passioni; sono loro che formano il nostro percorso e influenzano anche il resto della nostra vita. E’ stato così anche per te e per i tuoi film?

Nei miei film ci sono sempre i fattori espressivi che mi hanno fatto innamorare dello schermo quando ero ragazzino. C’è il cinema americano degli anni settanta, primo amore da adolescente, ma anche il cinema italiano degli anni d’oro, che ho scoperto intorno ai vent’anni. Quindi partiamo da Milos Forman e Martin Scorsese, a Federico Fellini, Elio Petri e Monicelli. Ne I Giganti ci sono miscugli talmente improbabili. Si mischia il cinema di Sergio Leone in Giù la Testa a quello di Luchino Visconti in Gruppo di famiglia in un interno. Quando vedrete i flashback non farete fatica a ritrovarli. Poi, come facevo anche da bambino con i maestri troppo severi, mi piace provocare. Godo nello smascherare i moralisti del nostro tempo, è più forte di me. Io sono sempre quel bambino, impertinente e ribelle, a cui non piacciono i luoghi comuni. Oggi provo a smontarli col cinema quei luoghi comuni. Sento anche il dovere politico di provocare e mettere in dubbio il potere, le regole. Poi però sono il primo che prova anche ad ammettere e mostrare i propri difetti e ad ammettere di essere un uomo pieno di contraddizioni, come lo siamo tutti.

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C’è stato un momento in cui hai capito che la tua passione per il cinema poteva diventare un lavoro?

Quando mi hanno dato il primo anticipo per realizzare Perfidia.

Ma oltre il talento bisogna ricordare il tanto sacrificio e lo studio dietro questo lavoro (nonostante tu ti definisca un autodidatta). Hai frequentato i corsi della “New York Film Accademy” e il corso di regia cinematografica presso il “Centro studi Cinematografici della Catalogna”. Cosa ti hanno insegnato e cosa ti hanno lasciato a livello umano quei momenti?

Io sono autodidatta e non lo dico per darmi delle arie. Dai quei corsi ho imparato poco e niente. Per esempio quello del centro studi della Catalogna non l’ho neanche completato. Le scuole ti danno però la possibilità di conoscere persone che hanno la tua stessa passione. Io stesso ho fondato una scuola, qui a Sassari. E i risultati si sono visti da subito. Riccardo Bombagi ha esordito ne I Giganti e in un film di Leonardo di Costanzo al fianco di Toni Servillo. I ragazzi del corso di produzione hanno subito fatto esperienza in un set professionale, come i ragazzi di fotografia. E’ stata una iniziativa unica che ha portato premi oscar del calibro di Walter Fasano in città, ahimè non è stata sostenuta da nessuna delle istituzioni. Ma io sono sempre stato così. Non mi danno una cosa? Vado e me la prendo.

Vizi, caos, paranoie sono loro i protagonisti dei tuoi film, ma non manca mai l’amore, quello vero, puro, quello che tutti vanno ricercando
e tante volte lo inseguiranno tutta la vita. Sei d’accordo?

Tutti gli autori hanno il terrore che i tempi di gestazione della loro opera possano portare ad un “invecchiamento” dell’idea iniziale. Per sopperire a questo problema ogni autore attiva un processo di rinnovamento continuo per far sì che ciò non accada. Il sistema produttivo adottato per realizzare I giganti ha alleggerito questo timore. Dando la possibilità al suo autore di potersi esprimere con naturalezza. E se è vero che il cinema ha stretti legami con la pittura, dall’idea alla tela, in questo caso il paragone è vicino alla realtà dei fatti. D’altra parte il detto “scrivere con la luce”, in questo film ha un riscontro non più solo metaforico, ma inequivocabilmente tangibile. Ed è per questa ragione che ho voluto firmare anche la fotografia. Ragione dettata dalla necessità di poter interagire con la materia filmica senza intermediari. Dove il rapporto tra luci e ombre è dettato dalla cura scenografica maniacale di Salvatore Angius e Luca Noce, che hanno riportato sullo spazio, pareti, materiali d’arredo e paletta cromatica, quella decadenza voluta dal mio sguardo. Proprio per salvaguardare la visione del regista, si è deciso, visto che l’impianto narrativo lo permetteva, di operare attraverso il supporto di una troupe ridottissima. Dove la capacità di maestranze esperte si contrapponeva alla presenza di giovani elementi che hanno fuso la verginità del loro approccio al mondo del set, in una sinergia che ha accompagnato la realizzazione del film con uno sguardo libero da preconcetti, e che si fondesse con la nascita di un progetto avventuroso, con uno sguardo antico sulla visione più pura di un’esperienza indimenticabile. Dove la paura di sbagliare, quell’ansia da prestazione, facesse esplodere nella squadra di lavoro quel sogno a cui noi, nonostante tutto, crediamo ancora. Il cinema. Ecco. Il cinema è quell’amore.

Il tuo è un cinema d’Autore con la A maiuscola, con la colonna sonora che la fa da protagonista e i personaggi caratterizzati in maniera unica, quasi maniacale. Il tipo di cinema che vedevamo in Italia dalla metà degli anni ’40…

Abbiamo giocato tantissimo con il genere, innanzitutto perché volevamo realizzare un film che avesse possibilità di interagire con un pubblico il più eterogeneo possibile. Il cinema di genere ti regala questa grande opportunità che noi abbiamo sfruttato per dire quello che ci interessava e cioè raccontare questo profondo dolore, il senso di vuoto e la grande sofferenza dei personaggi. Io non sono per l’esclusione di nessuno ma, anzi, sono per l’inclusione. Perciò non prenderei mai in considerazione l’idea di fare un film che escluda a prescindere un certo tipo di pubblico. La mia necessità è sempre quella di mettere in scena un racconto capace di interagire con chiunque, e quindi che non sia indirizzato solo al critico cinematografico o al cinefilo. Il giorno che mi si presenterà l’occasione di fare un film destinato solo alle élite vorrà dire che avrò finito di fare questo mestiere, perché per me il cinema è, e deve continuare a rimanere, un’arte popolare, anche subendo i cambiamenti necessari a renderla al passo con i tempi. Il mio cinema non si può permettere di escludere nessuno, e dunque punta alla sensibilità dello spettatore. Quindi, come esistono critici cinematografici più o meno sensibili, esistano anche meccanici, avvocati, salumieri più o meno sensibili. La mia urgenza è quella di raccontare personaggi che siano comprensibili da chiunque; certo, a seconda della loro intelligenza e del loro vissuto.

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Tornando sui personaggi, qui ti va riconosciuta la grande sensibilità nel caratterizzarli e li esalti all’ennesima potenza.

Assolutamente sì. L’altro giorno mi è stata fatta un’intervista in cui si è parlato del mio come di un cinema pessimista. A parte che io non vedo nel periodo in cui viviamo come si possa essere ottimisti. Al di là di questo e passando dal western all’horror, mi sono immaginato un critico che fa una domanda a un autore di film horror chiedendogli come mai il diavolo si impossessa della bambina, non senza sottolineare quanto pessimismo esprima quella scena. Allorché il regista gli risponde che è inevitabile perché il diavolo fa quel mestiere lì. Con questo voglio dire che non si tratta di ottimismo e di pessimismo. Semplicemente qui si parla di cinema puro in cui non c’è la necessità di lanciare un messaggio positivo o negativo. Questo racconto poteva essere realizzato solo attraverso il cinema e questo mi inorgoglisce molto. Il fatto di trovarmi in difficoltà a parlare del mio film, perché ciò che succede dentro le immagini è molto più esplicativo di qualsiasi altro discorso si possa fare dietro il quadro visivo, mi riempie di gioia. Nella considerazione di aver fatto cinema vero, quello che si esprime attraverso l’uso della luce, dell’espressività e della pittura. A proposito dei dialoghi, questo modo di parlare mi viene in maniera talmente naturale che faccio veramente fatica a teorizzarlo. Proprio perché, quando metto davanti due individui che hanno poco da dirsi, tutto diventa anche buffo, camminando a metà strada tra il drammatico e il ridicolo. È questa la forza del film.

Ci racconti qualcosa sul tuo ruolo di attore in questo film?

Per quanto mi riguarda ho recitato nel film in punta di commozione, come se fossi sempre sull’orlo di crollare, concentrato su questo dolore e con un pianto fanciullesco pronto a esplodere. Questa cosa si nota molto nella scena in cui Riccardo mi rimette in riga, quella in cui finisco per sparare al quadro. L’alchimia tra gli attori nasce da un rapporto di amicizia vera di cui abbiamo goduto in ogni momento del set. Non c’è stato nessuno che ha fatto la prima donna. Gli attori erano in piena armonia con il cast tecnico. Questo ha fatto sì che tutti remassero nella stessa direzione, spinti dalla voglia di non soccombere. I Giganti è stato fatto attraverso una forza propulsiva animalesca, in cui tutta la squadra si poteva equiparare a una bestia ferita, pronta a mettere in atto qualunque cosa pur di restare in vita. Questo perché il film è nato all’interno di una situazione mortifera creata dalla pandemia. Non solo a causa del virus, ma per la mancanza di libertà, per lo stato della cultura, per tutto quello che abbiamo vissuto. Mortifera per la gabbia mentale che tutti insieme abbiamo dovuto affrontare.

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Vorrei soffermarmi su una tua intuizione, quella di aver portato i fratelli Stefano e Michele Manca in un ruolo per loro insolito, quello della drammaticità. Ce ne parli?

Sono molto orgoglioso di questa scelta e devo dire che è stato bellissimo lavorare con loro. Non nascondo che me lo aspettavo, perché so che dietro ogni attore comico si nasconde un grande attore drammatico, ma è stato sbalorditivo. Stefano e Michele sono due artisti veri. Fantastici. Tuttavia non dobbiamo dimenticare il talento di Riccardo Bombagi e Stefano Deffenu. Questo è un film corale. Se tutti funzionano, l’altro funziona. Vale per Tutti. Tutti i miei attori sono alla pari.

Per le musiche hai scelto il Maestro Luigi Frassetto la cui bravura ben conosciamo avendogli noi dedicato un articolo in passato, mentre le scenografie le fai firmare a Salvatore Angius e Luca Noce.

Salvatore Angius e Luca Noce, hanno riportato sullo spazio, pareti, materiali d’arredo e paletta cromatica, quella decadenza che cercavo.
Sono i migliori scenografi in Sardegna. E io sono davvero fortunato a lavorare con due grandi artisti come loro.

Pier Paolo Pasolini affermava: “Il cinema è un’esplosione del mio amore per la realtà”. Penso che questo possa essere giusta conclusione
di questa intervista.

La struttura de i Giganti è quella della tragedia greca, con tanto di canto d’uscita e deus ex machina. I protagonisti hanno infranto un divieto divino e ne pagano le conseguenze, i conflitti sono laceranti, dopo che una catastrofe ribalta una vicenda iniziata su toni positivi. Lo stile poetico rimanda a una ricerca formale nei dialoghi molto precisa, così come nella scelta delle scenografie, dei costumi, della colonna sonora. Ci siamo divertiti molto. Abbiamo giocato con una libertà d’espressione difficilmente ripetibile. Delle vere coincidenze astrali hanno portato alla realizzazione di questo film, in cui abbiamo lavorato con una troupe ridotta, professionisti mescolati a giovani a cui abbiamo fatto saltare il terribile rito della gavetta. Una collisione che ha portato sul set un clima veramente libero e puro. Per me è stato un grande regalo. Non mi piace prendermi sul serio, ma ho lavorato in stato di trance, è venuto tutto naturale, in maniera ludica. Tornando a Pasolini, credo che lui amasse la tragedia Greca più di me. E la tragedia greca è un’esplosione. Dunque tutto fila.

di Benito Olmeo

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