ROBERTO FANARI

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di Benito Olmeo

Roberto Fanari nasce a Cagliari nel 1984. Nel 1999 si iscrive all’Istituto Statale d’Arte Carlo Contini di Oristano. Dopo aver conseguito il diploma nel 2003, si trasferisce a Sassari e prosegue gli studi all’Accademia di Belle Arti, ottenendo nel 2009 il diploma accademico in scultura. Oggi vive e lavora a Milano.

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Pietro Masturzo + Roberto Fanari, Memores, a cura di Flavio Arensi, Teatro Elfo Puccini, Milano 2017 foto: Lorenzo Palmieri

L’intervista

Raccontaci un po’ di te…

Sono cresciuto a Gonnoscodina, un piccolo paese dell’Alta Marmilla, in provincia di Oristano. Ho frequentato l’istituto Statale d’Arte Carlo Contini di Oristano. Ho proseguito gli studi all’Accademia di Belle Arti Mario Sirioni di Sassari, in Scultura. Finita l’Accademia mi sono trasferito a Berlino, una città bellissima. Per mantenermi lavoravo in un ristorante come barista, nel tempo libero giravo la città e lavoravo alle mie sculture. Lì ho realizzato il gruppo “Domenica mattina”. L’anno successivo mi sono trasferito prima ad Aosta (dove dovevo stare solo per un breve periodo e invece, tra un lavoretto e l’altro, è passato un altro anno) poi a Milano, che da otto anni è diventata casa.

Si può dire che il tuo passaggio alla lavorazione del ferro sia stato casuale. Come e quando hai deciso che il ferro avrebbe fatto parte del tuo lavoro?

Ho iniziato ad utilizzare il filo di ferro per costruire le armature dei carri di carnevale. Con la stessa tecnica realizzavo le armature per il modellato di argilla in Accademia. Era praticamente una seconda pelle, molto precisa e dettagliata. Lavorando ad una di queste armature ho deciso di presentarla come lavoro finito. In origine realizzavo delle figure molto semplici e vuote, poi ho cominciato ad arricchirle con dei particolari e ad utilizzare dei fili di diverso spessore, fino a cucirle. Il primo lavoro che ho realizzato è un ritratto di Irene, la mia compagna. È l’unico lavoro che tengo con me, la numero uno

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Appello filo di ferro cotto cm 115x50x40 2014 foto: Diego Villalòn

Il tratto distintivo dei tuoi lavori è il segno, il pieno e il vuoto la fanno da padroni creando un equilibrio di eleganza che distingue le tue opere.

Grazie all’utilizzo del filo di ferro, un materiale molto resistente, rigido e malleabile, posso tracciare delle linee nello spazio. Le possibilità di questo materiale sono tantissime. È come disegnare nello spazio. La linea disegna e costruisce, la figura diventa struttura e colore. Infittendo con delle trame di filo, decorando, riempendo o lasciando completamente vuote alcune parti ottengo dei contrasti cromatici.

Ci racconti la tua esperienza nel Laboratorio di Estetica Moderna (LEM) gestito da Boscani e Pastorello?

Ho conosciuto il LEM grazie a Irene Balia, Silvia Mei e altri amici che ci lavoravano. È stato sicuramente fondamentale per la mia crescita: le prime mostre, la prima galleria di riferimento. Grazie al LEM ho conosciuto bravissimi artisti che ora sono diventati amici. È stata praticamente una scuola, un punto di riferimento, un luogo di scambio, di confronto. Ha riunito una nuova generazione di artisti.

Originario di Cagliari, come già tuoi altri colleghi hai deciso di trasferirti a Milano…

Mi sono trasferito a Milano a settembre del 2010 insieme a Irene. Abbiamo raggiunto alcuni amici che si erano trasferiti prima di noi: Silvia Mei, Roberto Floris e Cristian Loddo che, già da una decina d’anni, abitava a Milano e con cui abbiamo vissuto insieme per qualche tempo. Da subito, grazie a lui ci siamo trovati benissimo (il giorno che siamo arrivati ci ha regalato due bici, il nostro mezzo di trasporto preferito); la città ci è piaciuta tantissimo. Milano è una delle città più importanti in Italia dal punto di vista artistico. È molto viva e piena di stimoli, ricca di musei, gallerie, associazioni pubbliche e private, spazi indipendenti in cui si dà una grossa attenzione ai giovani artisti. Ho conosciuto tanti artisti, galleristi, curatori molto bravi che mi hanno permesso di confrontarmi e aiutato a crescere.

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Testa di giovane, 2018, cm21x21x30, filo di ferro cotto foto: Diego Villalòn

I tuoi soggetti sono perlopiù persone comuni delle quali, come in una fotografia, tu blocchi l’attimo. Sono scene di vita comune quelle che abitano le tue visioni e sembrano vivere di vita propria.

Tratto diversi soggetti, dalla natura all’architettura e agli oggetti, dagli animali alla figura umana. Sono il frutto di ricordi, di esperienze vissute, ma anche di immagini prese dal web, dai libri, riviste, da fotografie e dalla vita di tutti i giorni. Mi piace la staticità nella scultura, preferisco sempre delle pose composte.

Un tuo lavoro ha attirato la nostra attenzione in particolare: la famiglia, composta da padre madre e due figli. Colpisce il fatto che solo il
capofamiglia sia vestito, diciamo, in modo completo: c’è un significato per questa scelta?

Il gruppo si intitola “6 settembre 2016” ed è la data in cui ho finito quei lavori, così come si scrive la data dietro una fotografia. In realtà la figura dell’uomo è il mio primo ritratto, ed è pieno semplicemente perché mi sono voluto ritrarre con il mio cappotto in velluto a coste larghe e i pantaloni in velluto rigato. La donna è il ritratto di Irene, e la modella delle bambine è una cuginetta, Lavinia. È bello vedere le diverse reazioni che provocano i miei lavori, sempre diverse da una persona all’altra.

Dal 20 novembre al 21 dicembre 2019 la Fondazione Arnaldo Pomodoro di Milano ha accolto nelle sue sale la tua personale intitolata “Galerie des Glaces”. Cosa significa per te essere stato protagonista in un tempio sacro della scultura?

Galerie des Glaces” è il titolo dell’installazione che ho presentato alla Project Room della Fondazione Arnaldo Pomodoro a Milano. Fa parte di un progetto più grande diviso in tre atti, curato e ideato da Flavio Arensi, dal titolo “La Stanza di Proust”, con il sound design di Francesco Fugazza. Sono orgoglioso e fiero di aver fatto parte di questo progetto in uno spazio cosi importante. È il mio lavoro più grande, in tutti i sensi. Per preparare la mostra abbiamo lavorato per oltre un anno e l’installazione misurava 3,70x27x0,40 m: una stanza all’interno di una stanza, un salone delle feste sulla linea dei vecchi palazzi e delle antiche ville. Al centro della stanza era presente un grande arazzo in filo di ferro, realizzato doppiando e annodando il filo di ferro come se fosse un filo di cotone delle dimensioni di 300x150cm. Sono stato
aiutato da tanti amici in tutte le varie fasi della mostra, tra tutti Samuele Murgia e Anna Riccitelli: per sei mesi sono andato fuori Milano, nella loro fabbrica, a realizzare l’installazione.

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Galerie des glaces, filo di ferro cotto e specchi, 3,70x27x0,40 m, 2018 foto: Carlo Tettamanzi

“La scultura, quando trasforma il luogo in cui è posta, ha veramente una valenza testimoniale del proprio tempo, riesce ad improntare di sé un contesto, per arricchirlo di ulteriori stratificazioni di memoria”. Penso che questa frase di Arnaldo Pomodoro sia il sunto di quanto ci siamo raccontati, cosa ne pensi?

Pienamente d’accordo, sarebbe veramente bello se un giorno si potesse dire del mio lavoro.

Chi è, in realtà, Roberto Fanari?

Come ho già detto vivo a Milano. Lavoro a casa dove, con l’aiuto di un amico (Cristian), ho realizzato uno studio mobile: un armadio che si apre completamente a parete con all’interno tutti gli strumenti che utilizzo per lavorare (trapano, saldatrice, banco da lavoro, ecc.) di cui vado particolarmente fiero e che sposto da una stanza all’altra secondo le esigenze. Per mantenermi lavoro come cuoco in un ristorante, al mattino, e come cameriere la sera, il fine settimana. Il resto del mio tempo sono in giro o al lavoro sulle mie sculture: solitamente il pomeriggio e la notte, visti i miei orari di lavoro. Sono un grande appassionato di pesca in mare, una volta al mese scendo in Liguria per una pescata e per stare al mare, anche se ultimamente sto rivalutando la pesca in acqua dolce.

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