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di Benito Olmeo

Giovanni Manunta, meglio conosciuto come Pastorello (classe 1967), è oggi un nome di rilievo apprezzato a livello internazionale. Grazie ai suoi lavori anche la nostra isola ha la possibilità di vivere di luce riflessa per quanto riguarda il panorama artistico.

Durante la nostra chiacchierata ho avuto a che fare con una persona libera; libertà che traspare su più fronti. Penso che le sue parole e le sue opere riescano a descriverlo meglio di qualsiasi introduzione.

Vi lascio quindi a loro, nell’intervista che segue, per avere accesso alla sua arte e, più in generale, per conoscere al meglio il suo mondo visivo.

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L’intervista

Qual è stato il tuo primo contatto con il mondo dell’arte?

Mi verrebbe da pensare alla prima volta che mi è stata messa una matita in mano ma invece capitò per caso: il mio amico Vanni Satta parlò dei miei quadri, in particolare de “La Mucca Gialla” del 1986, con Marco Moretti che il quel periodo era il giovane artista più in vista. Lui ed altri artisti, come Giorgio Urgeghe, Danilo Sini, Giulia Sale, Gianni Ruggiu, Enrico Puggioni e Pino Squintu, organizzavano mostre ed eventi assieme ai critici Marco Magnani, Giuliana Altea, Gianni Murtas. Fui accolto con entusiasmo e mi fecero partecipare ad “Arte incontro all’Arte” nella primavera del 1987.

Nel 1986 hai sentito l’esigenza di staccarti dalle istituzioni artistiche per intraprendere la strada della pittura come impegno lavorativo. Ci racconti quel periodo?

A 18 anni, nel 1985, non volevo più studiare. Non mi interessavano più né la grafica, per la quale mi ero iscritto all’istituto d’arte a Sassari, né la fotografia che ho dovuto comunque studiare. Volevo fare il pittore e siccome in quel periodo abitavo a Perfugas il mio sogno era diventare famoso come Costantino Spada e Libero Meledina.

Dopo questa esperienza hai comunque deciso di frequentare l’Accademia a Firenze che, per tua stessa ammissione, si rivelerà una tappa fondamentale sia a livello personale che professionale.

Sì, l’Accademia di Firenze mi ha educato ed ha fatto uscire da me tutta la “sardità” che non mi rendevo conto di avere. È proprio a Firenze che ho iniziato a firmare i quadri come “Pastorello”. Il mio lavoro della tesi in pittura sono stati i quattro mori. Poter vivere tra le opere d’arte che studiavo è stata una esperienza di crescita che vale un terzo della mia vita.

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Il tuo “linguaggio pittorico” è in continua evoluzione, cosa ti porta a reinventarti (pittoricamente) così di continuo?

A me sembra di ripetere sempre gli stessi quadri, da sempre. Sono sempre autoritratti nel loro ambiente. Sono io che cambio assieme all’ambiente e mi rappresento sempre diverso e in luoghi diversi. La mia pittura non è mia, i colori esistono già, anche le forme. Io sono lo strumento che li ordina, in un determinato modo. Io sono quel modo .

A Roberta Vanali, che ti chiedeva quale linguaggio trovassi più congeniale tra figurazione ed astrazione, hai risposto di aver trovato una sintesi tra questi due aspetti anche grazie al lavoro di Nivola. Ci approfondisci questo concetto?

Da Gaudì presi la convinzione che ogni artista avesse il dovere di abbellire il paese in cui era nato. Io sono sardo, per caso, ma sono sardo. Da Picasso e Brancusi ho imparato la lezione che il primitivo ed il moderno avevano delle cose in comune. In Nivola vedevo la “sardità” rappresentata in maniera moderna, come la vedevo in Salvatore Fancello. Ho semplicemente cercato di fare una cosa simile.

Lavorare a contatto con giovani artisti e sentirti parte di un progetto, mi riferisco a l’esperienza maturata mentre gestivi la galleria d’arte L.E.M. a Sassari, cosa ti ha lasciato a livello personale?

Ora non saprei rispondere e forse non voglio rispondere. Ho fatto una cosa che è stata un’esperienza.

Cosa pensi del momento che sta attraversando oggi l’arte contemporanea?

L’arte è come il mondo; se la passa sempre bene. Anche l’arte sta bene e anche tanti artisti. Non tutti gli artisti se la passano bene, come tante persone nel mondo. Forse ci dovremmo preoccupare della salute delle città in cui viviamo. L’Arte non ha nessuno scopo, è semplicemente un sintomo. Se non ti occupi di arte vuol dire che hai altre priorità. Gli animali che non curano la propria livrea, il proprio manto, solitamente non stanno bene. Non è l’arte che fa stare bene ma quando si sta bene si gode dell’arte.

Quanta riflessione o sofferenza c’è dietro ad un lavoro?

Posso parlare per me. Se sto male non dipingo. Io lavoro così: compro tele e colori. Per fare tutti i colori che mi servono ci vuole quasi una settimana. Per dare il gesso alla tela impiego in media tre giorni. Certi dipinti li finisco in un giorno, altri in un mese. Durante un periodo così lungo credo di provare tutto il ventaglio di sentimenti di cui sono dotato. Una volta che il lavoro è impostato va da solo. Quello che faccio è l’unica cosa che posso fare perché parto dall’idea che non è necessario aggiungere un altro quadro nel mondo e cerco di convincermi a non farlo. In più la tela bianca mi cancella i pensieri, magari mi alzo per fare un gatto e faccio un albero. Il lavoro su commissione da quel punto di vista ti evita il problema.

Vivere d’arte oggi cosa comporta a livello umano e personale?

Dipende. Se sei ricco sei un disadattato ricco e se sei povero sei un disadattato povero. Sei comunque un disadattato. L’arte è un dono ma non è rivolto agli artisti. I Pink Floyd non hanno mai visto un loro concerto, mi fanno tenerezza, ma che grande dono mi hanno fatto! Mi hanno salvato.

Spesso per definire l’arte si usano parole gonfiate e paragoni fuori luogo, quando in realtà forse è più giusto dire che l’arte non va spiegata ma sentita.

Come le barzellette: se le devi spiegare non fanno ridere. L’arte è incomunicabile. Non l’ho detto di certo io per primo. Credo comunque che un testo critico possa viaggiare parallelamente ad un’opera. Può circondarla come un calco, dire ciò che non è.

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Cosa puoi dirci dei tuoi lavori del 2015? Sono molto gestuali, con scritte e frasi che ti conducono dentro l’opera, quasi ad indicarti una strada. Sono un urlo al mondo?

Può darsi. Quei lavori fanno parte di un periodo in cui non volevo più occuparmi di arte ma volevo espormi di più. Solitamente i miei personaggi guardano lo spettatore. Cerco di ribaltare la situazione tra spettatore ed opera. Orecchie sorde per esaltare questa condizione. Forse volevo che parlassero. Sono riflessioni etiche più che estetiche

Parlando invece di Art Brut, un paziente ricoverato nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere e che ha iniziato a dipingere, ha dichiarato che la tela bianca rappresenta l’inconscio ed per questo che può mettere in soggezione. Cosa ne pensi?

La tela bianca fa paura perché puoi proiettarci i peggiori mostri e far uscire le peggiori banalità. La brutalità certe volte è necessaria, per non esitare, per non sbagliare il colpo.

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Un commento su “PASTORELLO – PENSIERI OLTRE L’ARTE

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