GAVINO PUGGIONI – UN PEZZO DI VITA

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di Daniele Dettori

Pubblichiamo, come testimonianza per le generazioni a venire, un ricordo di quanto accadeva dalle nostre parti ai tempi della Guerra, quella con G maiuscola sviluppatasi nel Novecento, che i nonni tramandano ancora. Una testimonianza di grande valore, breve e coincisa ancorché sapientemente raccontata da Gavino Puggioni. Le foto che accompagnano il testo sono un suo ulteriore contributo. L’autore, nato a Porto Torres nel 1939, ha all’attivo diverse raccolte di poesie e racconti. Un amore per la scrittura, il suo, sbocciato all’età di diciotto anni e da allora coltivato e dichiarato, nero su bianco, oltre che con le pubblicazioni anche con menzioni ricevute in concorsi a tema.

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Da bambino abitavo nella mia Finagliosu, uno stazzo situato nell’entroterra fra Stintino e l’Argentiera, non distante da Porto-Torres, l’antica Turris Libisonis di epoca romana. Quel posto era ed è stato il paradiso della mia infanzia, perduta, ahimè! e ritrovata assai dopo, in quella memoria, mia e nostra, che ha milioni di megabyte che sono ancora, scientificamente, da scoprire. Di quel paradiso ho ricordi nitidi anche di persone che cercavano di arrivarvi, non tutte buone… molti cattivi, molti maligni, pure raccomandati, per fare i custodi di greggi o per costruire un pozzo o, alla fine, per una semplice battuta di caccia e non solo al cinghiale. Ma io, da bambino, di queste cose non sapevo niente, credevo di vivere la terra, dentro la terra, quella vera, fatta anche di fango, quello naturale, quello che, a volte, mi sporcava irrimediabilmente le scarpine pulite che si calzavano una volta alla settimana per andare alla Messa domenicale, nella chiesa di San Costantino, a La Pedraia, distante un paio di chilometri, percorsi sempre a piedi, col sole o la pioggia, ai margini di un campo di grano o avena, subito dopo riparato da un tranquillo boschetto di ulivi, oleandri, piante di mirto e querce secolari. E il cielo sopra, grigio, azzurro o come Lui voleva, mi diceva nonna Feffa che di tempo e di nuvole se ne intendeva, altro che Bernacca! A qualche chilometro di distanza c’era la miniera di Canaglia, solo ferro, e dopo, ancora, adagiato verso il mare, l’antichissimo borgo dell’Argentiera, miniera di blenda e argento, adesso residuato archeo-industriale, in cerca di altra luce che spero venga a risplendere assai presto. Ricordi? Certo e anche ricordi bambini perché tali si era in quella natura ancora incontaminata dove nonna Feffa, gli anziani e babbo, seppur giovane, erano i fari sempre accesi, per una vita, la mia, la nostra, per tante vite che si stavano aprendo alla terra, quella terra dalla quale, pochi anni più avanti, avremmo dovuto “fuggire” per colpa del… Fato avverso, oggi presente ma sempre latente. Ho vissuto in quello stazzo gli ultimi anni di quel “fascio” di vita, non ho e non abbiamo patito la fame, la sete e la miseria di quella guerra, nemmeno persecuzioni. Semmai, tutto il contrario, in quell’oasi, e non era la sola, poiché la campagna era fertile e donava i suoi frutti, era coltivata nel rispetto delle stagioni, popolata da tanti contadini che l’amavano e la rispettavano e babbo era uno di quelli, orgoglioso del proprio lavoro e di donare ad altri quel che loro veniva piano piano a mancare. Entrambe le miniere, quella di Canaglia e dell’Argentiera, lo venni a sapere dopo, erano obiettivi possibili per bombardamenti nemici, come d’altronde l’Asinara e il porto commerciale di Porto-Torres, e questo per togliere ricchezza che produceva, oltretutto, anche estrema miseria umana, regalata a quegli operai per lavorare ed esserne anche degni e fieri… (lasciamo perdere, per carità!). E allora succedeva che, da quelle miniere, due o tre volte alla settimana, forse di più, non ricordo bene, ora, partiva “l’allarme”, sibili prolungati di sirene (mai odissee!) che creavano il massimo panico fra gli adulti perché tutti si aspettavano bombardamenti a raffica, esplosioni e distruzioni di quel poco che esisteva ma che era tantissimo per noi. L’allarme durava una trentina di minuti durante i quali babbo, mamma, nonna e tutti gli altri si andava di corsa verso una collinetta vicina, alla cui base c’era e c’è ancora una grande grotta di roccia granitica, chiamata “la curona di ri faddhi”, domus de janas di allora, (la corona delle fate) e là, dentro, decine e decine di persone si rifugiavano, in attesa di quegli eventi tragici che grazie al cielo non sono mai avvenuti. Solo paura, terrore, spavento, anche se a noi, bambini, niente sembrava stesse accadendo se non l’incanto e la meraviglia di vedere tante persone, lì radunate, a guardarsi in faccia, chi a parlare, chi a pregare e si vedeva anche qualche rosario sgranellato da fragili dita di altre nonne assieme alla mia che l’aveva sempre in tasca del grembiule da cucina. Qualche tartaruga si avvicinava alla grotta, girava tra di noi, non aveva paura, brucava steli verdi e teneri assieme agli amici passerotti mentre alcuni cani, Fido, Nerone, Mani Bianca, ci facevano da guardia ma non capivamo da chi. Quando l’ultimo dei tre sibili di sirena cessava di farsi sentire, un boato di voci, un battimani all’unisono, quasi una liberazione, gli occhi puntati al cielo terso e via, tutti fuori da quella grotta, pacche sulle spalle, qualche abbraccio, perfino lacrime da occhi di coloro che in quella guerra avevano già perso un padre, un fratello, un amico. E allora, noi bambini, di nuovo liberi, incontrollati in quella campagna, giù nel sentiero che portava fino a casa, fino al patio grande dove svettava il mio olmo, un gigante della natura, vecchio di oltre cent’anni, testimone di altre vite ed ora della nostra, della mia, rimasta nella sua ombra per sempre.

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