QUEEN IN ROCK

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di Lorena Piras

È il 1986. Dal Regno Unito alla Svizzera, dalla Polonia agli Stati Uniti, la radio passa A kind of magic, colonna sonora del cult Highlander- l’ultimo immortale.

Nel video, un Freddie Mercury con mantello e cappello neri da mago entra nell’allora dismesso Playhouse Theatre di Londra dove, con la magia che accompagna il suo ingresso, risveglia dal torpore del corpo e della fantasia gli altri componenti della band, che dormono indossando abiti da vagabondo, riportandoli al presente e al loro ruolo di musicisti.

In quello stesso anno, in un liceo sardo, un adolescente, Francesco Sedda, sente un compagno canticchiare il ritornello di quella canzone… “magic, magic, magic, magic.” Ed è facile immaginare come quel compagno continui, con la risata di Freddie Mercury… “ah ah ah, it’s magic!” Chiede di cosa si tratta, quella canzone non la conosce. Sono i Queen, la risposta.

Da quel momento sono trascorsi più di trent’anni, e la magia e l’incanto non hanno più abbandonato Francesco che oggi, con una somiglianza che non ha bisogno di trucco o posticci, porta sui palchi di tutta la Sardegna la grinta, il genio, “magnetica irruenza” di Mr Mercury.

Poi capita che una sera di tarda primavera assisto a un concerto di una tribute band dei Queen, una band sassarese: i Queen in Rock. Poco dopo, un altro concerto. Succedeva qualcosa, su quelle tavole, tra fumo e luci.

Assistevo a qualcosa che non era imitazione stretta, vuota e circoscritta, che poi torni a casa e dimentichi tutto. Là sopra vedevo Freddie Mercury, i suoi gesti, le espressioni, gli atteggiamenti. C’era anima. E io dovevo conoscere chi, a questa anima, dava corpo e voce: Francesco Sedda.

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Ho sempre ascoltato tutti i generi musicali, ma avevo sempre un pallino particolare per i Queen” – mi dice – per questo ho sempre avuto il desiderio di fare qualcosa al riguardo. Avevo altre esperienze, ho sempre cantato, ma, dei Queen, si facevano cover, una canzone ogni tanto. Non mi bastava, io avevo un’altra idea. Idea che diventa azione nel 2012. “Su un annuncio leggo che a Oristano cercavano un cantante per mettere su una tribute band dei Queen. Ancora prima della prima prova io avevo già i costumi, il completo di Wembley, il mantello, e avevo costruito con le mie mani la corona. Iniziammo a fare serate dopo un paio di mesi.

Erano nati i Queen in Rock, che, nella formazione attuale, sono composti, oltre a Francesco Sedda, da Andrea Pinna alla chitarra, Daniele Siddi alla batteria, Carlo Serra al basso e Gigi Bernardinelli alle tastiere, e che potete trovare su Facebook cliccando QUI.

Ma, ancora una volta, per Francesco non è sufficiente. Inizia uno studio attentissimo di Freddie Mercury, del personaggio oltre che della persona. I suoi show erano unici.

Anche solo con un cappello, lui sapeva come tenere in pugno il pubblico, era pura potenza espressiva e visiva. “Volevo dare qualcosa che in giro non si vedeva, perlomeno in Sardegna. Mi sono detto che ce la dovevo fare. Ho combattuto tanto per rendere i miei concerti spettacolari, con l’accuratezza dei costumi e la ricerca della e nella strumentazione. Andrea Pinna ad esempio è un chitarrista estremamente pignolo, lo studio maniacale di Brian May lo ha portato a livelli altissimi. Tutti insieme abbiamo fatto un grande lavoro e non posso che esserne grato. Abbiamo rischiato tanto, con una tribute band è facile bruciarsi. Critiche ne abbiamo avute, ma ad ogni “lasciate perdere” prendeva il sopravvento la voglia di andare avanti, suonare ovunque fosse possibile per dimostrare quello che sapevamo fare, per mettere sul piatto tutto quello che eravamo. E a oggi, dopo quasi un migliaio di concerti, direi che abbiamo fatto bene a insistere.

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Passano due anni e, nel 2014, il primo riconoscimento. “Per gioco ho scritto al sito di Brian May raccontando la nostra storia e un giorno come un altro è arrivata una mail: lui o chi per lui ci faceva i complimenti e ci chiedeva se ci avesse fatto piacere essere inseriti tra le tribute band dei Queen. Questo non vuole dire essere una tribute band ufficiale, l’unica ufficializzata è Queen Extravaganza, fondata da Roger Taylor e Spike Edney, ma è sicuramente una grande soddisfazione. Inoltre siamo supportati dall’International Queen fan Club, dal Fan Club Italiano We Will Rock You e dalla Brian May Guitars.

Recentissimo, invece, l’ultimo riconoscimento: il 7 settembre (quando la rivista sarà in stampa) i Queen in Rock suoneranno a Montreux, a due passi dalla statua in bronzo di Freddie Mercury che, pugno al cielo in una delle sue pose immortali, si specchia e sovrasta il lago Lemano. L’occasione sono i quattro giorni di celebrazione per il compleanno di Farrokh Bulsara da Zanzibar, lover of life, singer of songs.

Francesco racconta ancora incredulo di quando ha ricevuto la comunicazione: “Ho chiesto come fossero arrivati a noi, là, dalla Svizzera. Hanno risposto di avere una commissione di musicisti professionisti che hanno vagliato diverse tribute band. Tra le ultime tre scelte avevamo vinto noi e così, a settembre, si parte.

La determinazione di Francesco, quella che a otto anni da un annuncio in rete ha portato i Queen in Rock ai piedi delle Alpi, sta tutta nel tono che ha usato per dire “dovevo rendere i miei concerti spettacolari”. Quel “dovevo” arriva dal profondo, obbedisce a un ordine, alla voglia di conquistare il pubblico, di regalargli non solo canzoni fatte di musica e parole, ma canzoni vissute dal di dentro prima ancora di essere interpretate, canzoni indossate come abiti.

E infatti sono tanti e con un effetto emotivo incredibile i cambi durante i concerti: dai pantaloni bianchi con le bande rosse al giubbino giallo, dalla canotta con Marilyn ai pantaloni attillati a scacchi bianchi e neri, le scarpe a bande nere e la giacca militare indossata a pelle sul petto nudo. Nessuna improvvisazione, ma tutto vissuto e restituito con una naturalezza impossibile da studiare a tavolino, quel right stuff che o ce l’hai o non l’hai.

Quella specie di magia che al centro di una piazza o al chiuso di un locale ti porta allo stupore, a guardare chi ti è accanto e, anche se è uno sconosciuto, sentirlo vicino e leggergli addosso la tua stessa sorpresa, quel sembra lui che per un attimo, mani al cielo su Radio Ga Ga o piedi a terra su We will rock you, porta oltre il tempo, perché lo show deve continuare.

foto: Marco Chergia

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