ALBERTO CALVI

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di Francesca Arca

La Storia è fatta di lenti inesorabili cambiamenti e di tappe improvvise. Viverla è casuale, saperla raccontare con l’occhio attento del cronista è privilegio riservato a pochi.

Alberto Calvi la Storia l’ha vissuta e l’ha raccontata, documentando con il suo obiettivo alcuni dei più importanti accadimenti della nostra contemporaneità.

Figlio del giornalista Sergio Calvi, ha iniziato la sua carriera di cineoperatore e giornalista nel marzo del 1979, con l’assunzione nella sede Rai di Sassari, diventando uno dei più apprezzati e autorevoli inviati di guerra italiani.

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Migliaia di giorni nei punti più rischiosi della terra, immagini che si susseguono veloci e testimoniano la presenza dell’occhio del reporter in luoghi dove documentare vuol dire mettere a repentaglio la propria vita, basterebbero a far comprendere il carattere e la forza d’animo di Alberto Calvi.

Dai primi passi insieme a suo padre, per raccontare la dimensione del banditismo sardo, fino alla prima guerra del Golfo, la Jugoslavia, l’Afghanistan e innumerevoli altre missioni all’estero, le immagini di Calvi mostrano una carriera lunga quarant’anni, buona parte della quale svolta sempre in prima linea.

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Su Ilaria Alpi

Proprio una vicenda di guerra lega in modo doveroso il nome di Alberto Calvi a quello di Ilaria Alpi, sulla cui vicenda il giornalista continua a tenere desta l’attenzione nella speranza di trovare una, seppur tardiva, giustizia per la prematura morte della giovane collega con la quale lavorava a strettissimo contatto.

«Il 20 marzo ricorre il venticinquesimo anniversario della morte di Ilaria e si sta andando verso l’archiviazione. Ho collaborato con il mio materiale e la mia testimonianza ad uno speciale della trasmissione “Chi l’ha visto?” nel quale verranno fuori nuovi documenti che mi auguro possano avere un peso affinché la vicenda non venga archiviata. Coloro che con la morte di Ilaria volevano insabbiare tutto hanno ormai raggiunto il loro scopo. La cooperazione italiana in Somalia ha fallito clamorosamente e io ritengo che per coprire questi misfatti lei sia stata uccisa. Non ne ho le prove ma non ho neanche la prova contraria. Tutti i miei indizi portano a questo. Probabilmente aveva trovato qualcosa di importante e per questo motivo qualcuno ha fatto sparire le ultime cassette e le ultime foto che potevano essere una prova.»

Alberto Calvi non è uomo che si tira indietro e ancora adesso si spende perché venga fatta chiarezza su una pagina vergognosamente silente della nostra storia.

La guerra

I ricordi di chi ha vissuto la guerra da vicino sono tantissimi e quando gli chiediamo di metterne in luce uno solo, quello più emblematico, c’è solo un breve attimo di esitazione prima che inizi il racconto:

«Uno dei momenti che non scorderò mai è probabilmente quello in cui ho salvato la vita ad un mio collega. Eravamo a Baghdad nel giorno dell’inizio del Ramadan. C’erano stati nuovi attentati esplosivi. Stavamo rientrando in albergo ma abbiamo pensato di fermarci in un negozio cristiano che ancora vendeva birra. Era il compleanno di un collega e volevamo avere qualcosa con cui brindare. Quando ci fermammo, ci rendemmo conto conto che nella strada di fianco, dove c’era l’albergo della CIA e del Mossad, stavano facendo una perquisizione. Il mio collega si è accovacciato dietro l’angolo e si è messo a fare le riprese. Non appena l’ho visto in quella posizione ho ripercorso nella mente le immagini di un altro collega che, accovacciato nello stesso modo – in una maniera molto simile a quella che si usa per sparare – era stato preso a cannonate. In una frazione di secondo ho pensato che sarebbe morto. Gli ho dato un colpo facendolo sollevare per farsi riconoscere e sono uscito allo scoperto con le mani in alto e la telecamera accesa, continuando a riprendere. Naturalmente sono stato arrestato e portato all’interno dei degli uffici della CIA dove sono stato interrogato da un ufficiale. Durante l’interrogatorio è arrivato un soldato con un fucile di precisione. Era il cecchino che era stato posizionato sul tetto di fronte. Mi chiese cosa stessimo facendo in quel punto e, quando spiegai chi fossimo e il nostro banale e innocuo intento di comprare della birra, gli si piegarono le gambe, ebbe proprio un cedimento fisico. “Poteva essere troppo tardi” ripeteva. Stava per spararci. Ancora una frazione di secondo e il mio collega ed io saremmo morti.»

Quarant’anni di giornalismo dunque, di storie, di persone e di situazioni capaci di segnare indelebilmente l’animo, inframezzati anche da una esperienza in ambito politico che Calvi racconta come «molto stimolante per certi versi per quanto costosa in termini di denaro», abbandonata la quale è tornato al giornalismo, vissuto come sempre nei luoghi in cui la storia fa sentire prepotentemente la propria presenza.

«Sono ripartito dall’ 11 settembre. La sera stessa sono andato a La Maddalena dove c’erano ancora i militari che si trovavano in stato di massima allerta e il giorno dopo sono partito per il Pakistan. Poi c’è stato l’Afghanistan, la seconda guerra in Iraq, la Turchia… e sono diventato “inviato”. Per diventare inviati non servono raccomandazioni di sorta. Bisogna dimostrare di aver fatto almeno novanta trasferte in due anni. Non si può mentire, devi averlo fatto sul campo e al di fuori della tua regione.»

La vittoria sulla malattia e il presente

Ma la giusta soddisfazione si accantona per dare spazio ad una guerra più privata e personale: quella contro la malattia.

«Ho raggiunto questo mio obiettivo ma nel frattempo si è aggravata la mia situazione di salute. Nel 2011 al ritorno dal Giappone, dove mi trovavo per documentare le vicende relative allo tsunami, mi sono sottoposto ad una delle visite mediche periodiche imposte dall’azienda. Mi è stato diagnosticato un tumore al fegato, conseguenza dell’epatite che avevo avuto anni prima. Nel giro di pochi mesi sono stato sottoposto a trapianto

La grande determinazione di Calvi e il profondo amore per il suo lavoro non vengono però intaccate da questa esperienza dolorosa. Riesce infatti ad ottenere un altro riconoscimento importante.

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«Attraverso un concorso interno ho avuto la possibilità di poter scrivere e chiudere i pezzi da solo, non limitandomi alle sole riprese. Ho lavorato tanto nonostante una devastante cura di interferone che è durata per un anno e mezzo e grazie alla quale ho combattuto l’epatite C e l’ho sconfitta. Sono passato per l’inferno ma senza fare un solo giorno di malattia e alla fine di questa esperienza ho portato dei dati statistici coi quali dimostravo che i pezzi chiusi a voce erano preminenti rispetto a quelli in cui avevo fatto solo l’operatore, con un notevole risparmio anche per l’azienda. Dopo qualche tentennamento, perché non c’erano precedenti di questo tipo, ho ottenuto un’inversione della mia mansione. A causa della mia salute avrei anche potuto rinunciare alle riprese ma ho chiesto espressamente di mantenere anche questa possibilità. Ritengo per la mia esperienza che, soprattutto nel futuro, non si possa prescindere dal linguaggio audiovisivo e che le immagini spesso abbiano una forza maggiore rispetto alle parole. Non potendo più viaggiare, perché sono legato a controlli periodici e cure salvavita, mi sono ritagliato uno spazio nel quale mi occupo di sport, di cultura e di ambiente.»

L’obiettivo di Calvi è ora sempre più puntato sulla nostra isola, raccontandone la bellezza e la storia.

«Conosco la Sardegna molto bene, ho molti contatti e la curiosità necessaria per trovare le storie, avendo il gusto e la capacità tecnica per raccontarle. Oggi come oggi vorrei avere a disposizione un drone per riuscire a rendere più spettacolare l’estetica delle immagini, soprattutto in riferimento ai siti archeologici. Hanno bisogno di luce e di essere ripresi con più amore perché non svelano immediatamente la loro bellezza ad occhi distratti. Viviamo un periodo di forte riscoperta della nostra storia e credo che il merito di questo nuovo senso di appartenenza sia dovuto anche ad internet e ai vari gruppi che stanno svolgendo un ottimo lavoro divulgativo con un amore incredibile. Fino a poco tempo fa si aveva paura che l’orgoglio nuragico si potesse trasformare in orgoglio indipendentista. Siamo abituati a studiare solo la nostra storia romana o fenicia, cioè la nostra storia “di vinti”.»

Il lavoro, il futuro, il giornalismo

Una vita dedicata interamente alla testimonianza di ciò che accade nel presente dà l’opportunità di misurare la propria esistenza attraverso l’importanza del tempo che passa e che lascia tracce profonde nella storia dell’uomo.

Alla luce dei racconti di Calvi, l’inviato di guerra non appare più solo un lavoro, ma quasi un modo per trovare un senso profondo nelle situazioni più estreme: un senso che si dispiega davanti ai nostri occhi e che probabilmente verrà compreso del tutto solo dalle generazioni future.

«Non dovrei dirlo io ma faccio il lavoro più bello del mondo. Non c’è niente, in nessuna cosa, che dia così tanta adrenalina come la guerra perché attraverso la guerra scorre la Storia. Sentire cantare per la prima volta l’inno afghano in parlamento, dopo la caduta dei talebani, è un momento storico. Io ho assistito e so che è irripetibile, una sensazione che non può essere eguagliata. L’ho ripreso, l’ho raccontato, ma essere lì non ha prezzo perché senti che stai vivendo la Storia. Ma per farlo devi rinunciare a tantissimo. Ci vuole una grande testardaggine. Si parla spesso di coraggio ma il coraggio è l’ultima cosa. Ho avuto paura come chiunque altro, non sono uno che va a suicidarsi. Sapevo di avere una malattia incurabile per cui, da un certo punto di vista, ci badavo un po’ meno ma non ne ho mai fatto una questione di coraggio. So che questo lavoro mi ha dato tantissimo e, per poterlo fare come volevo, ho dovuto rinunciare per tanto tempo ad avere una vita privata. Non puoi avere una vita totalmente tua. Quando ti chiamano parti, prendi l’aereo, carichi, arrivi in un albergo a cinque stelle e poi magari dormi in una topaia o su una jeep per poi ritornare indietro e ricominciare ancora. È un viaggio in un altro mondo in cui stacchi completamente. Ho visto posti in cui – come diceva mia madre – la fame è tale per cui anche se hai dei soldi non puoi comprare niente perché non c’è niente da comprare.»

Sapersi muovere in contesti così difficili è stata la chiave che ha dato la possibilità di documentare certe situazioni in modo così articolato e pieno. L’intuizione profonda degli eventi e delle persone creano il solco che separa il semplice racconto dalla Storia che verrà letta sui libri.

«Ci sono luoghi nei quali se non riesci a creare un rapporto con l’altro non puoi fare nulla, non mangerai e non avrai acqua. In alcune zone del mondo se non ti lavi i denti con l’acqua minerale rischi la morte. Si tratta di ambienti ostili che noi non siamo in grado di immaginare, abituati come siamo ad una vita comoda che ci permette di entrare in un supermercato e comprare qualsiasi cosa. Il 70% della popolazione mondiale non dispone di acqua potabile. Dobbiamo aiutarli affinché possano risollevarsi. Dovremmo smettere di dargli un pesce ma insegnare loro a pescare. Solo così si risolverebbe la complicata questione delle migrazioni verso l’Europa.»

Alberto Calvi è testimone del teatro dell’uomo nella Storia, che è quasi sempre un teatro di guerra. Le sue immagini, rilanciate dalle grandi testate giornalistiche, CNN compresa, sono lo sguardo critico dell’umanità che osserva se stessa in un fluire continuo senza tempo.

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