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di Daniele Dettori

Sono tanti i limiti e i confini che, nella vita di tutti i giorni, condizionano la nostra esistenza e ci costringono entro schemi di pensiero e di azione. Il razzismo è forse un esempio di ritorno tra i più calzanti in questo momento storico, dove i continui flussi migratori mettono a dura prova le coscienze e le sensibilità di chi vive il fenomeno da spettatore attonito.

Costantino Idini conosce bene i sentimenti di chi emigra perché li ha vissuti in prima persona, come italiano espatriato in Irlanda prima e come cittadino del mondo poi, protagonista di un’esperienza di vita che lo ha condotto a scegliere la fotografia come mezzo di comunicazione per catturare l’attenzione di quelle coscienze intorpidite e lanciare un messaggio che è anche il titolo della mostra, realizzata nell’ambito della scorsa edizione di Ottobre in poesia: “Tutti noi veniamo dal mare”.

L’intervista

Proviamo a tracciare alcune pennellate della tua vicenda. Come fosse un trailer.

Nel 1994 conobbi quella che poi diventò la mia compagna per diciassette anni, Antonella. Stava per partire in Irlanda e io avevo amici a Londra, così decisi di partire a mia volta verso le terre anglosassoni. Prima di partire vivevo praticamente per strada. Ho venduto le ultime cose che avevo e, dopo un’estate in tenda a Porto Conte, sono partito con lei. Mi sono fermato a Londra per sei mesi (un’annata bruttissima il 1995, da quelle parti non c’era proprio verso di trovare lavoro).

Dopodiché mi sono spostato in Irlanda, dove ho lavorato come stalliere in un centro di equitazione. Finita quell’esperienza siamo tornati in Sardegna: qui ho lavorato per un’altra stagione, questa volta come vigile del fuoco, dopodiché abbiamo preso di nuovo tutto ciò che avevamo e siamo ripartiti. È iniziata così la mia avventura di emigrato. Nei lavori che ho realizzato ultimamente mi sono immedesimato in quello che molti migranti provano, dalla preoccupazione del viaggio all’accoglienza fredda nei luoghi di arrivo.

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Quando hai cominciato ad appassionarti di fotografia?

Ho iniziato a fotografare all’età di quindici anni. Mio zio mi prestò una vecchia Fuji tutta analogica, non esisteva ancora l’elettronica su larga scala. In pratica ci si doveva arrangiare. Ho sempre in mente un’immagine: abitavo nella zona tra via Grazia Deledda, via Pietro Micca e il piazzale del Cuore Immacolato. Un giorno mancò la luce, c’era buio totale e per strada passava un vecchio autobus, di quelli con le luci al neon. Nell’ultimo finestrino vidi un uomo appoggiato all’interno, con le braccia larghe: quello è stato il momento in cui ho deciso di fotografare. Quella figura e quelle luci mi hanno colpito.

Com’è stato l’arrivo a Dublino?

Inizialmente trovai lavoro come lavapiatti in una caffetteria del centro. Un giorno la mia compagna, che era in giro per la città, vide un annuncio di lavoro col quale si cercava un fotografo per una galleria d’arte internazionale. Presentai la candidatura e mi chiamarono per un colloquio. Io non parlavo inglese, sudai le classiche sette camicie durante l’incontro. La mia compagna mi preparò per l’occasione, aiutandomi con l’inglese e indicandomi cosa avrebbero potuto chiedermi. Io avrei dovuto intuire dal suono delle parole cosa mi stessero chiedendo. Per fortuna andò bene.

Ricordo ancora che mi assunsero il 3 gennaio 1996 per fotografare una mostra che si sarebbe tenuta da lì a pochi giorni. Con gli ultimi soldi comprai una buona macchina fotografica e in quella galleria ho finito per lavorare dal 1996 al 2001, diventando anche tecnico e poi manager. Quella a Dublino è stata una gran bella avventura e mi manca un po’ come città. Nel 1998, sempre con la mia compagna, iniziammo anche un’altra attività: trasformavamo edifici abbandonati in studi per artisti e cominciammo a farlo presso un’università, il Griffith College, dove il direttore ci mise a disposizione due edifici: circa ventotto stanze che adattammo a studi artistici con tanto di sala di registrazione.

C’è un particolare aneddoto, che ricordi o che ti ha segnato, del periodo di lavoro alla galleria d’arte?

La fiducia che mi hanno dato il direttore della galleria e il curatore. Pur non conoscendomi e non parlando la loro lingua mi hanno dato la possibilità di lavorare senza farsi troppe domande. All’epoca la filosofia irlandese era molto vicina a quella americana: non ci interessa quello che hai fatto ma quello che puoi fare. Mi hanno messo a disposizione la galleria.

Ti ha fatto crescere a livello fotografico ma anche umano dunque?

Come fotografo credo che non si smetta mai di crescere. E a livello umano tantissimo. Intendiamoci, non che a Dublino in quegli anni non ci fosse razzismo, anzi! Però rispetto alla mentalità che si respirava da queste parti era un altro mondo. Dublino era una città con un milione e mezzo di abitanti e tanto da fare.

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Poi hai scelto di fotografare scene di vita, anche diretta e cruda. Sei stato in America del sud.

Sì, a partire dal 2003 ho viaggiato anche in sud America: Patagonia, Brasile, Buenos Aires, Rio de Janeiro, Bolivia e Bogotà, dove ho scattato foto alla realtà locale con diverse tematiche, dai bambini alle prigioni, passando per la quotidianità della vita. Su questa scelta ha influito molto l’ambiente nel quale sono cresciuto. Il quartiere del Monte, all’epoca (negli anni Settanta), era un ghetto. È stato così fino a metà anni Ottanta circa. Aveva, per così dire, una sua legge, una sua identità pericolosa, anche molto dura. Con l’arrivo dell’eroina, sul finire degli anni Settanta, le conseguenze sono state molto pesanti.

Tutto ciò che poteva essere distrutto lo è stato. Quando sono andato in sud America la prima volta, per trovare degli amici, avevo la curiosità di vedere e capire cosa fosse successo in seguito al crollo delle banche e dell’economia; volevo sincerarmi che stessero bene e volevo toccare con mano il disagio che lì si respirava, così è nato il mio progetto fotografico.

Il progetto “Tutti noi veniamo dal mare” com’è nato?

Vivendo su un’isola vedo che chiunque arrivi qui viene dal mare. Vale anche per me, sia quando sono stato in Irlanda che adesso, in Sardegna. C’è sempre il mare di mezzo, qualsiasi cosa fai e ovunque vai. I ragazzi che vediamo oggi magari sono migrati in condizioni di violenza e disagio rispetto a me; tuttavia, nonostante il colore della pelle diverso, sento di avere molto in comune con loro. Come dicevo, io adoro Dublino e mi manca anche, però a partire dalla fine degli anni Novanta ci fu una grande migrazione europea verso quella città che interessò soprattutto italiani e spagnoli.

Ebbene, a un certo momento, nei pub e nei quartieri popolari in particolare, si verificavano vere e proprie forme di razzismo contro di loro (e conto di noi). Se si veniva riconosciuti come italiani, a meno che non si fosse turisti, alcuni inventavano scuse per non farti entrare nel locale. Si sentivano i classici botta e risposta ignoranti: “Venite a rubarci il lavoro e le donne” e “Voi siete sempre ubriachi, noi no”. Vivendo nei quartieri popolari lo si percepiva molto.

Sassari è oggi meta di forti ondate migratorie. Secondo te cosa accadrà

Difficile rispondere. Sto vedendo molto razzismo, troppo. Non è una cosa che si può cancellare dall’oggi al domani, quindi la vedo dura. Molto dura. Ieri ero al supermercato e, in fila alla cassa, c’erano due ragazzi, sicuramente del Bangladesh. Erano davanti a me e dietro di loro c’era un’altra persona. Il sassarese, dietro di loro, aveva due prodotti in mano. Uno dei due stranieri si è spostato e lo ha fatto passare, perché loro avevano molta roba. Il sassarese ha ringraziato ed è passato.

Il rapporto tra la cassiera e il suo connazionale era quasi reverenziale; con gli stranieri ha cambiato completamente espressione. Era diffidente. Per quello dico che Sassari non è pronta. Sarà dura per questi ragazzi che poi sono gentilissimi, sempre col sorriso. Il nostro confine è il mare e ce lo portiamo dietro ovunque andiamo. Siamo isolani e siamo isole noi stessi. Non si riesce ad andare oltre questi confini. Per quello ho cercato di viaggiare il più possibile e abbatterli, i confini.

Quando scatti una foto cosa cerchi di catturare?

La realtà: ciò che in quel momento sta vivendo la persona alla quale mi sto rapportando. Cerco sempre di non impostare o programmare i miei scatti. Sono tutte fotografie che catturano il momento, al naturale.

Cosa vedi nel tuo futuro?

Penso sempre al futuro ma poi, alla fine, concludo che si vive giorno per giorno e con quello che si ha. Non posso pensare a cosa farò tra una settimana o dieci giorni, perché non lo so. So che la fotografia è una costante: è il mio modo di raccontare la realtà e la vita. Non faccio grandi lavori di modifica ai miei scatti perché non stravolgo le mie foto. Mi capita di fare delle sovrapposizioni di immagini ma sempre sulla realtà. Nel progetto “Tutti veniamo dal mare” sono rimasto fedele a questo principio.

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