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di Paola Piana

Le mie domeniche al mare iniziavano tutte allo stesso modo: sveglia all’alba al profumo di gnocchetti al sugo, colazione con sfrigolio di fettine impanate e odore di frittura. Il tempo di infilarsi il costume e lavarsi i denti e già mio padre aveva riempito la Seicento – non pre-nuragica ma quasi – fino all’inverosimile.

Ebbene sì, una Seicento grigio topo che, ogni volta che dovevo salirci, mi guardavo attorno come se ci fossero i cecchini appostati alle finestre! E i cecchini c’erano davvero: c’era sempre una vicina che ci beccava mentre ci infilavamo dentro l’auto tra sedie, tavolino, asciugamani, pentole e bidoncini d’acqua. Sì, perché chi non ha avuto una Seicento non può capire l’importanza del bidoncino dell’acqua: dovete sapere che la Seicento, in gergo tecnico, “scalda”, cioè già al bar Graziella ha consumato tutta l’acqua del radiatore e devi aggiungerla! Ecco noi già eravamo in cinque, io per fortuna ero magra allora, aggiungete le vettovaglie e i bidoncini d’acqua e vi lascio immaginare come stavamo stipati. Per fortuna babbo, che non aveva fatto il militare a Cuneo ma ne sapeva una più del diavolo, conosceva ogni angolo di Sardegna e aveva le sue tappe fisse di rifornimento d’acqua che neanche al Tour de France erano così precise!

La partenza era sempre molto rumorosa, il motore della Seicento doveva essere un incrocio tra quello di un trattore e una ruspa. Quanto invidiavo chi aveva una moderna e silenziosa 127 con un bel cofano in cui poterci mettere anche nonna, volendo! Comunque si partiva, appuntamento al solito posto, la pineta all’ultimo pettine, quello prima del fiume, vabbè prima di quel rivolo d’acqua che poi, non si sa come, finiva in mare. Chi arrivava per primo occupava il posto. Eravamo sempre almeno dodici: noi cinque, la famiglia di mia cugina composta da tre adulti e due bambini e poi arrivava mia zia, quella senza figli, col marito. Non so se avete avuto la fortuna di avere una zia senza figli, io sì: ho conosciuto e mangiato le cose più strane grazie a lei, cose che adesso possono avere tutti ma che io, bambina negli anni settanta, non avevo ancora mai visto. La mattina, quando veniva a farci visita, arrivava presto e ci portava il pane con l’uvetta, un panino per ciascuno, noi lo sapevamo e aspettavamo con ansia il suo arrivo! Un giorno ci portò il karkadè, ci disse che era come il tè ma rosso, che meraviglia! Era una accumulatrice seriale di merendine, solo per avere i punti che le avrebbero permesso di collezionare servizi di piatti o pentole o accappatoi o lenzuola che regolarmente ci regalava, insieme alle merendine. Ma torniamo in pineta. Una volta arrivati, inutile dire che con l’auto ci si poteva inoltrare fino al luogo di destinazione, iniziavamo a scaricare tutti i bagagli.

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Babbo sceglieva un tronco abbastanza alto sul quale appendere il thermos dell’acqua, quello grande da cinque litri con il rubinetto, e mamma preparava il tavolino con le sedie. Poi arrivavano alla spicciolata tutti gli altri. Il marito di mia cugina era addetto ad accompagnare noi bambini al mare ma, prima che questo avvenisse, dovevamo aver digerito non solo la colazione ma anche la cena del giorno prima che pare che una notte non fosse sufficiente! Iniziava così la nostra sofferenza, i più piccolini iniziavano a piagnucolare, noi più grandetti mettevamo il broncio finchè Giovanni, mosso a pietà, alle undici non ci portava in spiaggia. In spiaggia avevamo giusto il tempo di fare il bagno e asciugarci , tanto che la figlia aveva coniato il termine “biscottino”, ecco in spiaggia facevamo come il biscottino nel latte, che viene appena inzuppato e subito tolto fuori. Un’asciugatina veloce e poi tutti in pineta perché il pranzo non poteva aspettare.

Il pranzo! Gli gnocchetti, non si sa perché, arrivavano a tavola ancora tiepidi, le fettine impanate anche; quando andava proprio male c’erano “solo” le melanzane alla parmigiana di mia cugina come contorno. Non mancavano mai, invece, le lumachine preparate da mia zia, con patatine novelle, aglio e sale, tanto sale, così tanto che quei cinque litri d’acqua neanche li vedevamo! Inutile aggiungere che non mancava mai l’anguria, anche quello era compito di mia zia. Alla fine del pranzo non mancava mai il caffè, rigorosamente preparato nel fornellino a gas, che noi piccoli potevamo assaggiare. Poi iniziava la digestione, tre ore abbondanti di digestione durante le quali ti assaliva la noia più assoluta! Il mio divertimento più grande era quello di andare a cercare bastoni da intagliare con un coltellino, toglievo la corteccia, li pulivo e allisciavo ben bene, intagliavo le mie iniziali e li usavo per passeggiare senza meta. Poi la sera, prima di andar via, li lasciavo lì, sperando di ritrovarli la domenica successiva. Non ne ho mai ritrovato uno! Se per caso vi capiterà di vederne uno con sopra inciso P. P. sappiate che è mio! Quando finalmente arrivava l’ora del bagno, più o meno verso le sei, altro “biscottino” veloce “che poi c’è freddo e non vi asciugate” e via di nuovo in pineta! Verso le otto di sera, caricata l’auto, riempito d’acqua il radiatore, salutata la zia, si ritornava a casa, stanchi, sudati, assonnati e bianchi come mozzarelle. Tutto questo ogni domenica, ogni estate, ogni anno della mia infanzia!

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