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In quel lontanissimo inverno del 1954, il ritorno alla normalità in Sardegna procede all’insegna della continuità e dell’automatico recupero delle classi dirigenti, dei meccanismi burocratici, delle attività economiche, e dello spirito collettivo del passato. La ricostruzione di Cagliari, città ferita a morte, semidistrutta dai bombardamenti, procede con grande alacrità imprenditoriale. Ma è la situazione economica e sociale dell’isola, aggravata dalle contingenze della guerra, a rendere difficile e faticoso il cammino verso la ricostruzione; anche se l’evento più importante e incisivo, destinato a condizionare positivamente il futuro della Sardegna, è la lotta per liberare le terre dal flagello della malaria, con i fondi della Rockefeller Foundation e grazie alla creazione dell’ E.T.F.A.S., l’Ente Sardo di Trasformazione Agraria voluto dall’Onorevole Antonio Segni, “lu professò”. In questo secondo dopoguerra, Sassari è stata senza dubbio più fortunata del capoluogo sardo. Non essendo stata vittima di bombardamenti aerei, la città torna subito alla normalità e, già nel 1946, saluta l’istituzione del primo corso della Facoltà di Agraria, anche in questo caso protagonista l’On. Segni, sottosegretario all’agricoltura del governo De Gasperi e rettore dell’Università turritana. Nel 1950 arriva finalmente il riconoscimento ufficiale come Facoltà di Agraria, che andrà incontro alle lunghe attese di studenti e professori. Il 1954 si apre in città con un gravissimo lutto: la morte, nella notte di sabato 2 gennaio, di Francesco Sisini, grande figura imprenditoriale che ha dedicato la vita per il progresso dell’Isola. Sono grato a Giuseppe Zichi, giovane sassarese, dottore di ricerca in “Storia delle Istituzioni e delle Società nell’Europa contemporanea” per il suo prezioso lavoro dal titolo “Sisini- Imprenditore di Sardegna”, edito nel 2013 dalla Nexa di Milano. Trecentocinquanta pagine, con ampio corredo fotografico, dedicate alla “cultura del fare”, che ha guidato sempre l’agire della famiglia Sisini. Un libro interessante e profondo, che ricostruisce, come sottolinea l’autore, “le vicende di un nuovo ceto emergente, in un’isola che apre le porte, seppur lentamente, a importanti cambiamenti nell’ambito della mobilità sociale”. Non a caso, Sassari tributa all’ingegner Francesco Sisini, scomparso alla bella età di 86 anni, solenni onoranze funebri nella chiesa di San Giuseppe. È monsignor Michele Loriga, canonico parroco della Primaziale, in rappresentanza dell’arcivescovo Arcangelo Mazzotti, “francescano di ferro”, a celebrare il rito funebre mentre, sulle colonne de “La Nuova Sardegna”, il direttore Arnaldo Satta Branca esprime il sincero rimpianto della cittadinanza “inchinandosi alla memoria dell’illustre concittadino, vero esempio di civiche virtù”. Nel necrologio della famiglia del 3 gennaio 1954 si legge: “Si è spento serenamente ieri alle ore 14.00, munito dei conforti religiosi e della speciale benedizione del Santo Padre, all’età di 86 anni, il conte ingegner Francesco Sisini, cavaliere al merito del Lavoro, cavaliere di Gran Croce, dottore in Agraria “Honoris Causa”. Addoloratissimi lo partecipano i figli Gigina con il marito generale Mario Sacchi, Giorgio con la moglie Ida Breintenfeld, Annetta con il marito Vittorio Baggi, il fratello dottor Pietro, i nipoti e i parenti tutti”. A buon diritto Francesco Sisini resta una delle figure più importanti del mondo imprenditoriale e commerciale della Sardegna. Sarà Enzo Pampaloni, presidente dell’E.T.F.A.S., a ricordare la figura e l’opera dell’imprenditore sorsese, inventore dell’aratro in ferro, che ha favorito lo sviluppo della moderna agricoltura nell’Isola. Nel 1909, dopo aver inaugurato la sede di Sassari in Largo Cavallotti, Sisini apre il “negozio del capo di sotto” a Cagliari, e la stampa locale con “L’Unione Sarda” in testa, ne dà notizia con toni entusiastici, evidenziando le potenzialità imprenditoriali del territorio e il pregevole allestimento del negozio cagliaritano, curato dai fratelli Clemente. La filiale di Cagliari sarà gestita dal fratello Antonio Gavino. Dopo Sassari e Cagliari, saranno inaugurate le filiali di Oristano, Iglesias e Montevecchio. A Oristano la ditta Sisini si insedia nella centralissima Piazza Roma, al piano terra dell’Albergo Industriale, e la filiale verrà gestita ininterrottamente, fino alla definitiva chiusura nel 1979, dal maestro del lavoro Renzo Ricci, di chiare origini sassaresi, che sarà il primo della numerosa colonia turritana ad insediarsi nella città di Eleonora. Nel Campidano di Oristano, del resto, la ditta Sisini con i suoi moderni mezzi meccanici, in primis l’aratro in ferro, grazie all’arrivo del un tecnico americano mister Cannell, instaurerà un fruttuoso rapporto con i proprietari agricoli della zona Antonio Faret e Giuseppe Piras, giovani attivi ed entusiasti. Sperimentarono, nelle campagne di Zerfaliu, la trattrice: una nuova macchina dotata di motore a scoppio, che funziona egregiamente, per la semplicità di maneggio e la facilità di trazione. Il moderno aratro in ferro si avvale della trattrice, realizzando nel terreno solchi più profondi rispetto a quelli del vecchio aratro trainato dai buoi, determinando una più alta resa agricola. Sempre attento ai suoi progetti aziendali, Francesco Sisini ha anche un occhio di riguardo allo sviluppo di Sassari. Tanto che “lo sceriffo”, come molti lo chiamano affettuosamente in città per la sua fierezza e i grandi baffi che gli incorniciano il volto, si dà da fare, nel primo dopoguerra, per far concedere al Municipio un buon finanziamento bancario da parte del Credito italiano, volto alla costruzione del nuovo Palazzo delle Poste e Telegrafi che sorgerà nella centralissima via Brigata Sassari. Nel 1923 viene eletto alla presidenza della Unione Industriali e Commerciali di Sassari, in sostituzione del primo presidente Gervasio Costa. Sono gli anni della nascita della Banca Popolare Cooperativa Anonima di Sassari, e anche quelli nei quali viene affermandosi il regime fascista in Italia. E l’Unione Industriale, sempre nell’aprile del 1923, presenta un atto di omaggio al Presidente del Consiglio e di fede nei confronti del governo fascista. Nel solco delle strutture corporative dello Stato, fatte proprie dal Fascismo, anche la vita delle associazioni locali viene condizionata, perdendo di fatto la loro autonomia organizzativa, finanziaria e sindacale. Tanto che nel 1926 nasce l’Unione Industriale Fascista della Provincia di Sassari, che sarà presieduta dall’ingegner Ermino Carlini. Francesco Sisini si è intanto sempre più convinto che la modernizzazione della Sardegna passa inevitabilmente attraverso lo sviluppo di una nuova agricoltura, così come attraverso il processo di rimboschimento delle zone montane. Il 28 aprile 1924, un lunedì molto mite di primavera, come spesso accade nelle campagne dell’Isola, Francesco Sisini assiste con le autorità all’inaugurazione della nuova diga sul Tirso. Vittorio Emanuele III, il piccolo Re, sembra ancora più piccolo accanto al gigante Giulio Dolcetta, vero artefice di questo autentico miracolo dell’industria italiana. Come ricorda lo studioso cagliaritano Paolo Fadda, che ha scritto pagine indimenticabili sullo sviluppo industriale sardo del primo Novecento, nella nuova diga c’è tutto: storia, politica, tecnica, finanza. Per la Sardegna la realizzazione del nuovo invaso sul tirso è un fatto eccezionale, di portata storica. L’incremento di energia sarà impressionante e testimonierà, dagli anni Trenta in poi, della modernizzazione e dello sviluppo isolano sotto la spinta dei grandi termoelettrici del Tirso e del Coghinas. L’ingegner Sisini vede soprattutto nella politica agraria di Mussolini una grande opportunità per lo sviluppo dell’Isola. Una convinzione che sarà destinata a mutare nel tempo, come annota Zichi, senza però giungere a momenti di rottura. E nei suoi viaggi a Roma trova conforto nel sostegno del deputato sassarese Antonello Caprino, avendo come unico e solo obiettivo la crescita economica della sua amata terra. Poi la tragedia della Seconda Guerra Mondiale, che però non lo distrae dai problemi del settore di vocazione. Anzi, nel 1941 fa pervenire al Ministro dell’Agricoltura Giuseppe Tassinari, uno studio sullo stato dell’agricoltura sarda, cercando, senza però riuscirci, un rapporto diretto con Mussolini. Nel novembre del 1942, infine, ha la conferma definitiva che l’incontro con il capo di Stato Benito Mussolini non ci sarà, anche perché le sorti della guerra volgono drammaticamente al peggio e Mussolini ha ben altro da pensare. Dopo una permanenza a Milano, Francesco Sisini e la figlia Annoetta rientrano a Sassari, nella terra da lui tanto amata che, dopo la lunga e dolorosa parentesi di guerra, di sacrifici, di lutti, sta faticosamente riorganizzando le sue strutture economiche e sociali. Devo ammettere, in conclusione che non è stato facile condensare in poche pagine questo racconto di vita così intenso e ricco, di esistenza operosa e attiva qual è stata quella di Francesco Sisini. Emblematica, in questo senso, una sua riflessione in cui afferma testualmente: “La vita è così: si inizia una nuova lotta per l’esistenza ancora prima che sia finita la precedente! E bisogna lottare per vivere, e bisogna lottare per essere rispettoso, e bisogna lottare per occupare un posto nella società …e lottare, sempre. E lottare per conservare la salute, e così essere sempre pronto a nuove e più aspre lotte. E intanto il tempo passa, l’uomo si rende sempre meno atto a nuove lotte, e così talvolta si è sopraffatti mentre si è alla vigilia della vittoria”. La biografia di Francesco Sisini, nato a Sorso il 9.3.1867 e morto a Sassari il 2.1.1954, frutto di un documentato e interessante lavoro di Giuseppe Zichi, è certamente una narrazione della “cultura del saper fare” ambientata in terra sarda, che anticipa la modernizzazione di un’intera Isola. Un esempio da seguire per i sardi che, dopo decenni di modesta autonomia o di dipendenza durante i quali, loro malgrado o per loro colpa, hanno dovuto o voluto accettare un ruolo subalterno nel contesto dell’unità nazionale, assorbendo valori spesso estranei alle loro esigenze specifiche, possano finalmente diventare soggetto attivo, capace di incidere positivamente, sposando la “cultura del saper fare”, nel proprio presente e nel proprio futuro.

di Giuseppe Zichi e Beppe Meloni
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