azzena4Abbiamo avuto il piacere di raccogliere l’interessante intervista dal “Patriarca Odierno” degli Azzena Mossa, Pasquale – detto confidenzialmente in famiglia “Papo” – oggi ottantacinquenne.

Alla morte di suo nonno, Salvatore Azzena Mossa (1948), lei era già un giovanotto di 17 anni, quali ricordi conserva di lui ?

Sono tanti i ricordi che conservo nella memoria che, in definitiva, completano la storia attuale della nostra famiglia, ma ciò che tengo ad evidenziare è la figura di un nonno rispettato in tutta la Sassari-bene di allora per le sue capacità imprenditoriali, per le cariche pubbliche che aveva saputo conquistare con slancio, prime fra tutte quelle di Consigliere Comunale e di Presidente Della Camera di Commercio, dopo esserne stato consigliere per anni. Un uomo che nell’intimo familiare poteva sembrare anche “severo” ma che non perdeva occasione per dimostrare un affetto smisurato per la propria discendenza, anche se “parco di smancerie”, come era nel costume di allora, in cui ciascuno doveva restare nell’ambito del proprio ruolo.

Quindi lei, attraverso l’attività di suo nonno prima, e di suo padre poi, ha conosciuto anche le attività imprenditoriali familiari. Che ricordi ha del complesso di Santa Maria?

Sui miei contatti con la realtà del mulino e degli altri impianti, debbo premettere che avvennero nel periodo in cui ero ancora un semplice studente, quindi non in grado di entrare nei particolari delle varie lavorazioni. Non per questo mi sono mancati i contatti con quella realtà, perché mio nonno, pur avendo ceduto la gestione ai figli nel 1935, prediligeva ritornare spesso in tutti gli stabilimenti “Azzena-Mossa” ed in particolare al mulino, dove io lo accompagnavo spesso, una volta superata l’età infantile. Di questo particolare periodo ricordo l’affetto, il rispetto, la riconoscenza e la devozione che portavano le maestranze al cosiddetto Patriarca.

E se le parlo della “borgata Stintino”, allora ricadente in Comune di Sassari, quali ricordi preziosi conserva?

azzena3Quella dell’amore tra la nostra famiglia e Stintino è una lunga storia che risale a pochi anni dopo la sua stessa fondazione, nel 1885, per dare ospitalità agli ex abitanti dell’Isola dell’Asinara trasformata, con Regio Decreto, in zona di Isolamento Sanitario prima ed in Colonia Penale poi. Nel 1899, dopo la sua elezione in Consiglio Comunale di Sassari, a soli 42 anni, mio nonno ricevette dal Consiglio stesso l’incarico di recarsi a Stintino per controllare le condizioni di vita delle 45 famiglie sfrattate dalla loro isola, oltre che riferire su quali interventi comunali potessero essere adottati per migliorarne le condizioni di vita. Di slancio, il giovane Salvatore prese il treno per Porto Torres dove scoprì che non esistevano strade che conducevano al nuovo insediamento, perché i collegamenti venivano assicurati solo via mare e solo saltuariamente, proprio nello stesso modo in cui avvenivano con l’isola di origine. Per poter raggiungere la destinazione, mio nonno fu costretto a noleggiare, in loco, un cavallo, con il quale dovette costeggiare la riva del mare fino all’entrata del centro abitato dove molte case erano ancora un cantiere. Sempre a dorso di cavallo, visitò anche le zone circostanti rimanendone folgorato per la bellezza e la balneabilità dell’intero compendio peninsulare. Nelle estati che seguirono, infatti, convinse l’amico fraterno Luigi Berlinguer, (nonno del futuro Segretario del PCI), a trascorrere le vacanze estive nella casa di famiglia e sulle spiagge limitrofe, che raggiunsero in carro a buoi, insieme al comune amico Pietro Satta Branca, costituendo, in realtà, la prima “invasione turistica” di Stintino. In ogni caso, comunque, il fatto contribuì a cementare il legame del terzetto e dei loro familiari con la gente del luogo.

Ma quali ricordi conserva, ancora oggi, delle vacanze stintinesi, il “ragazzo” Pasquale?

azzena2Senza ombra di dubbio ricordi fantastici. Basti pensare che a Sassari, specialmente nei periodi scolastici, sui ragazzi di allora venivano esercitati controlli molto attenti sia sul rendimento scolastico, sia dal punto di vista comportamentale, mentre durante le vacanze a Stintino, complice la quasi totale assenza di pericoli, i ragazzi potevano assaporare la “completa libertà” in un ambiente naturale favoloso che favoriva qualsiasi tipo di gioco e di scorribanda all’aria aperta. Anche per me la vacanza nella Borgata aveva il sapore della “libertà” nel senso più ampio della parola. Inoltre alle nostre famiglie in vacanza restava più tempo per ricoprirci di attenzioni, così come dal punto di vista alimentare, durante il periodo estivo si aggiungevano alle comuni scorte che non sono mai mancate, i frutti della caccia e della pesca, allora particolarmente abbondanti.

Ricorda, in particolare, qualche semplice gioco vacanziero che vi faceva divertire?

Sì ed è semplicissimo. Poiché ogni spiazzo della borgata veniva occupato da cumuli di sabbia finissima e pulitissima che serviva alla costruzione delle nuove case ed era prelevata dalle chiatte dalla spiaggia della Pelosa, (mentre quella più granulosa proveniva dalla spiaggia delle Saline), il divertimento preferito dai ragazzini era quello di rotolarsi dalle montagnette più alte. Una volta ricordo di aver partecipato anche io in un cumulo abbastanza elevato, ma ci beccammo anche un severo rimbrotto del Parroco che, per farci desistere disse: «Smettetela immediatamente perché quella è sabbia benedetta che servirà alla costruzione della Chiesa!»

Ha qualche altro episodio importante da offrire alla curiosità dei nostri lettori?

azzena1Sì, ne ho uno veramente importante per la famiglia e che portò mio nonno Salvatore a conoscere Giuseppe Garibaldi. L’Eroe dei Due Mondi era particolarmente ghiotto di “stoccafisso”, (il merluzzo essiccato al sole fino a indurirsi come una pietra e gemello del baccalà, che è ugualmente merluzzo ma viene indurito con il sale), ma per quante scorte potesse fare il Generale nei suoi numerosi viaggi, durante il soggiorno a Caprera le scorte di “stoccafisso” finivano per assottigliarsi, per cui diede incarico a un committente di rivolgersi al mio bisnonno, Giovanni Antonio, per chiedergli se poteva procurare la preziosa merce per l’illustre personaggio. Naturalmente, Giovanni Antonio Azzena si attivò immediatamente e nel giro di poco tempo, (compatibilmente con la velocità dei mezzi di allora) e grazie alle amicizie che aveva tra i mercanti genovesi, riuscì a far giungere a Tempio la “merce” richiesta. Restava il viaggio per la consegna fino a “Casa Garibaldi”, a Caprera, per il quale il bisnonno si avvalse della collaborazione del figlio Salvatore in veste di aiutante. Tanta fu la gioia di Garibaldi quando li vide giungere con il prezioso carico che, nonostante un carattere abbastanza schivo, li volle rendere partecipi del trattamento per la trasformazione di quel carico in prelibata vivanda. Prima ogni singolo pesce rinsecchito doveva essere battuto sull’incudine con una mazzetta particolare, poi lasciato in ammollo nell’acqua dolce per una certa quantità di giorni, quindi cucinato in pentola con la sola aggiunta di un pizzico di noce moscata. Da allora mia nonna, Teresa Ponzi, il giorno di Venerdì Santo, (giornata di “magro” come si diceva allora), ha sempre cucinato questo piatto per tutta la famiglia.

Mi toglie un’ultima curiosità? Che collegamento c’è tra Stintino e Fertilia, dove oggi trascorre i periodi estivi?

Assolutamente nessun collegamento, se si esclude che sono due belle località di mare della nostra Sardegna, ma quella di Fertilia è tutta un’altra storia. Vede, io sposai Maria Clotilde Rovasio, (in famiglia semplicemente detta “Clò”), figlia dell’Avvocato Enzo Rovasio, grande estimatore della Riviera del Corallo, al punto tale che proprio a lui si deve la realizzazione della villa di Fertilia dove oggi trascorro i periodi estivi sia perché è “fronte-mare”, sia per la vicinanza a complessi ospedalieri importanti, in relazione alla mia “non più tenera età. Pertanto, la sistemazione estiva nella “frazione dei Giuliani”, come la casa in cui vivo ora a Sassari, sono derivate dal patrimonio di mia moglie, deceduta purtroppo due anni fa. Nessuna relazione, quindi, con “l’epopea” degli Azzena-Mossa.

di Gianni Zara
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                              foto dei dipinti: Giovanni Fiora

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