MARIO PISCHEDDA

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di Eugenia Da Bove

Una mostra fotografica è per Mario Pischedda un evento più unico che raro, non perché la sua attività sia limitata, tutt’altro: la sua produzione di immagini è fluviale ma passa perlopiù attraverso i social network, dove le sue fotografie vengono pubblicate senza soluzione di continuità, per poi essere rimosse poche ore dopo. Un modo di divulgare l’arte non convenzionale, come del resto accade per i libri, le performance, i corto e i lungometraggi, le interviste e tutto quanto il poliedrico artista di stanza a Tempio Pausania produce, senza prevedere mai forme canoniche e ripetitive per dialogare con il pubblico.

Parigi non finisce mai” – titolo della mostra che si è svolta allo Spazio Domo de Arte di Sassari dal 24 al 31 maggio 2019 scorsi, tratto da una frase di Hemingway in “Festa mobile”, poi ripresa dallo scrittore Enrique Vila-Matas – è stato un evento apprezzatissimo dai fan ma anche da chi non conosceva Mario Pischedda.

Le immagini, stampate in uno splendido bianco/nero, alcune anche a colori, oltre che un omaggio alla Ville Lumière – che Mario Pischedda frequenta con spirito da autentico flâneur e che ama per il senso di libertà che gli ispira – rappresentano un tributo ai grandi street photographer come Doisneau e Cartier-Bresson.

Ai grandi della fotografia del ‘900, Pischedda può senz’altro accostarsi senza troppi timori reverenziali. Le sue fotografie hanno uno stile autoriale molto forte con il valore aggiunto di essere contemporanee e di fissare in un istante emblematico, con freschezza e ironia, il fluire della vita nelle strade e nelle piazze di una città che non smette mai di affascinare.

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Così il bacio di una coppia di innamorati, immortalato nei pressi del Louvre, riporta alla mente il celebre “Baiser de l’Hotel de Ville” di Robert Doisneau. Con la differenza che il fotografo francese confessò a posteriori di avere ricostruito la scena con l’aiuto dei protagonisti e di non averla colta al volo, come è stato invece nel caso del fotografo sardo. Molte altre le immagini di “Parigi non finisce mai” che attingono allo stile più classico degli street photographer del ‘900. Come quella dei tassisti che riempiono le ore di sciopero con una partita a scacchi in cui la scacchiera è poggiata sul cofano di un’automobile. Un’immagine che testimonia dell’esistenza di una Parigi che conserva ancora nicchie di autenticità, nonostante la globalizzazione da cui la capitale francese, come altri luoghi iconici del Pianeta, è assediata e stravolta.

Tuttavia Mario Pischedda gioca anche con il contemporaneo più spinto, come quando coglie un gruppo di fotografi assiepati con i loro teleobiettivi su un marciapiede, in attesa dell’arrivo di una qualche “celebrity” non meglio identificata. O come quando, in una delle poche immagini a colori, inquadra lo schermo dello smartphone di una visitatrice di una mostra dedicata a Magritte che, a sua volta, fotografa la celebre opera “Ceci n’est pas une pipe”: un ironico inno all’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, ben oltre le più audaci previsioni di Walter Benjamin.

Altre immagini sono più direttamente connesse al mondo interiore dell’autore, come quella dell’acrobata che si esibisce a testa in giù davanti al Centre Pompidou fra gruppi di giovani seduti per terra. Per Pischedda è una metafora del suo ruolo di artista che guarda il mondo da un personale e diverso punto di vista. Fra queste immagini più intimiste è da annoverare anche quella scattata al Jardin du Luxembourg, luogo in cui Emil Cioran – filosofo di riferimento per Pischedda – amava passeggiare per smaltire le sue angosce esistenziali.

“Parigi non finisce mai”, anche per questa sua capacità di “presa diretta” sulla realtà contemporanea, ha registrato un ottimo successo di pubblico; un pubblico variegato per età e formazione culturale che ha potuto incontrare e conoscere un artista che non esponeva a Sassari dalla fine degli anni ’90, e che negli ultimi anni ha prodotto solo un’altra mostra fotografica similare, la serie My Muse esposta a Londra nel 2017 alla Pocko Gallery. Si è trattato di un evento importante anche per lo Spazio Domo de Arte, diretto dall’artista Francesco Zolo; un luogo che si connota sempre più come vivace e interessante punto di divulgazione di una serie eterogenea di artisti, accomunati solo dalla qualità della loro opera.

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