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di Benito Olmeo

Quando e come l’arte è entrata a far parte della tua vita?

Subito. Ricordo che già in prima elementare guardavo i disegni dei miei compagni come “disegni di bambini”. Ho sempre saputo che nella vita avrei fatto l’artista, nonostante attorno a me nessuno si dedicasse a cose di questo genere.

Dopo gli studi accademici classici prendi una tua strada che nel tempo è mutata. Ci racconti questo tuo percorso di ricerca artistica?

Il mio percorso artistico è sempre stato altalenante, e credo che lo sarà anche in futuro. Già dai primi anni mi sono dedicato contemporaneamente a cose diverse: da una parte una tecnica tradizionale al servizio di soggetti tradizionali; dall’altra una pittura più intima nei temi e sperimentale nella tecnica. In seguito ho cercato di fondere i due aspetti e per una decina d’anni ho tentato una pittura di tipo “simbolista” ma in chiave intimista, tendenzialmente malinconica. Poi c’è stata la svolta figurativa con le tavole dedicate agli stereotipi della bellezza femminile, che ho portato avanti per diversi anni. Dopo questa lunga parentesi ho svoltato verso tematiche esistenzialiste, cercando un linguaggio figurativo moderno, meditativo e violento al tempo stesso. Infine l’ultima metamorfosi: l’astrazione, con la quale mi sto misurando in questi anni.

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Nella tua ultima mostra per la rassegna “Non rientrate tardi” dal titolo “Revolution” (che si è svolta al liceo artistico nelle aule di Mauro Manca), ho notato diversi tuoi nuovi lavori; c’è una ricerca ossessiva nella liberazione della pittura, come fosse imprigionata dalle cornici e volesse quasi esplodere, evadere. Ci racconti da cosa nasce la tua ultima ricerca a livello pittorico?

Hai fatto bene a parlare di “liberazione”. In molti nuovi lavori assistiamo ad una sorta di “lotta” fra geometrie che cercano di arginare la spinta di forme più “libere” che si aggrovigliano e slanciano verso l’esterno. Cerco di tradurre in maniera chiara la crisi e le tensioni dell’Uomo, perennemente combattuto fra la “regola” che lo rassicura ed il desiderio di infrangerla che lo fa sentire vivo.

Tante volte (se non sempre), si mette su tela ciò che non si può (o non si riesce) a esprimere con le parole, per te dipingere è anche un modo di evadere, di urlare in un forte silenzio che solo la tela può metabolizzare e arrivare agli spettatori?

E’ verissimo, uso la pittura quasi come uno sfogo emotivo, come se fosse un linguaggio diverso, un modo per comunicare (alle volte gridare) paure, desideri e speranze alle persone che sanno e che vogliono ascoltare. Qualche volta capita che la pittura funzioni e che l’osservatore si senta toccato nel profondo, è allora che il mio lavoro acquista un senso.

Cosa significa dipingere per te?

Dipingere mi serve per stare meglio. Mi serve per comunicare con gli altri senza espormi troppo, mi aiuta a condividere emozioni, serve per esprimere me stesso e l’idea che mi sono fatto della vita e del mondo in cui vivo.

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Quale grande maestro (se c’è), ha influenzato maggiormente il tuo gusto pittorico sia a livello estetico, sia gestuale?

Sono talmente tanti i miei amori che indicarne uno solo è impossibile. I primi che mi vengono in mente sono i più “forti”: Munch, Sironi, Bacon, Kiefer, Xavier Bueno e la grande Khate Kollwitz. Ma anche il lirismo di Morandi e Fausto Pirandello è nelle mie corde. Il mio desiderio impossibile è fondere appunto la violenza dei primi con il carattere intimista degli altri.

Secondo me la più grande rivoluzione nella pittura è stato il gesto (la gestualità), tu cosa pensi?

Quando dipingevo le opere più “classiche” spesso mi annoiavo, trovavo stressante inseguire la correttezza delle proporzioni, la credibilità della luce, ecc. Ora dipingo senza ragionare, talvolta in modo convulso, istintivo, e questo sfogo adrenalinico è quanto di più bello la pittura mi abbia offerto finora. Inoltre la pittura gestuale ha sullo spettatore un impatto più diretto, un’efficacia comunicativa che la pittura tradizionale non può avere.

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C’è un momento che ha cambiato la tua vita artistica a livello pittorico?

Non credo che ci sia un momento decisivo. Sono convinto invece che la mia pittura risenta delle letture che faccio, degli spettacoli che vedo o della musica che ascolto di volta in volta. La mia arte segue l’evolversi del mio gusto e
dei miei interessi culturali.

“L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni” diceva Pablo Picasso. Sei d’accordo?

L’arte è una doppia vita che corre parallela a quella “normale”, un po’ ti esalta e un po’ ti deprime, ma è comunque una grande fortuna averci a che fare.

Chi è in realtà Marco Mattei?

Una persona tranquilla, affidabile, un po’ introversa, e un amante della Bellezza in tutte le sue forme.

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