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di Daniele Dettori

Quattro streghe su una scopa, così si presentava il primo logo de Le Ragazze Terribili ideato dall’artista visivo Danilo Sini. Quasi trent’anni sono passati da allora ma la grinta e la forza di queste donne sono rimaste inalterate; anzi, si sono affinate rendendole organizzatrici perfette per qualsiasi evento. «Ma cosa dici», si schermirebbe subito Barbara Vargiu, front-man (pardon, front-girl) del gruppo che abbiamo incontrato per un chiacchierata sulla loro pluridecennale attività eventistica. Per fortuna scriviamo a pochi giorni dall’uscita di questo numero, con il massimo della privacy e liberi di inserire qualsiasi complimento meritatamente celebrativo. Nasce spontaneo farlo, infatti, già mentre scorriamo il folto curriculum che, articolandosi come una pianta di edera dopo i primi eventi datati 1988 e registrando nomi come Massimo Ranieri, Samuele Bersani, Antonello Venditti e via dalla penisola alle isole, rappresenta il miglior biglietto da visita presentabile. Bene, abbiamo sproloquiato abbastanza per lasciare la parola a Barbara e permetterle di condurci dietro le Terribili quinte di questo gruppo tutto al femminile.

Chi sono, e intendiamo proprio all’anagrafe, le Ragazze Terribili?

Barbara e Ida Vargiu, parto da noi perché siamo sorelle, peraltro gemelle. Io ricopro il ruolo di direttore artistico mentre Ida cura la parte amministrativa e burocratica, è la tesoriera e amministratrice del gruppo. Poi c’è Rossana Polo, che cura la parte legata ai contatti con chi lavora per nostro conto; Gabriella Sini, che è il direttore logistico: cura la gestione burocratica dell’evento e quella pratica, nel senso che si smazza tutto il lavoro legato alle pratiche per autorizzazioni e tutto l’aspetto legato alla gestione del palco. Ancora, Carla Bianchina cura l’aspetto legato a ideazione e nuovi percorsi, nel senso che si occupa di progettazione e fundrising.

Le Ragazze Terribili con Max Gazzé

E state tutte qui dentro? (Ci troviamo nei locali della loro sede in via Tempio, a Sassari: tre stanze di cui due dalle dimensioni piuttosto ridotte)

Certo (ride, ndr). Strette, ma ci stiamo. Noi evitiamo sempre di fare il passo più lungo della gamba, è anche per questo che siamo qua da quasi trent’anni. L’anno prossimo saranno trenta effettivi. Sì, perché le difficoltà son tante: si deve fare impresa e allo stesso tempo cultura, un binomio oggi non facile. Penso alla continuità territoriale che non c’è, al numero della popolazione che non può competere con quello della penisola. Fuori, per quanto ci si trovi in una città di provincia, la popolazione dell’hinterland può muoversi facilmente verso i centri, qui è più difficile.

Parliamo degli esordi: cosa ricordi del gruppo dei PMI?

L’era PMI inizia intorno al ’92, ’93; una bella avventura per tutti, sia per noi che per loro. Poi, diciamo che ci sono state da fare delle scelte importanti di vita e non tutti se la sono sentita di farle, questo è stato un po’ il motivo per cui l’avventura è naufragata. Il lavoro discografico era stato davvero un ottimo prodotto, recensito anche molto bene, loro erano una band assolutamente a livello nazionale, spaccavano proprio. In scena avevano un’energia pazzesca. E niente, adesso hanno continuato le loro carriere, chi ha continuato a suonare, chi ha lasciato perdere. È stata una bella avventura, sarebbe potuto esserlo ancora di più. Ci è dispiaciuto perché noi avevamo creduto molto in loro, avevamo investito molto in termini di produzione. I rapporti comunque son rimasti sempre molto belli con tutti. Qualcuno ha continuato a suonare, qualcuno si è dato all’attività imprenditoriale, tra l’altro gestendo un noto bar cittadino anche con grandi risultati. Ciascuno ha preso la propria strada.

Da lì in poi qual è stata la vostra?

I primi tempi della nostra carriera sono più che altro centrati sui gruppi rock e sul cabaret. In quegli anni, per esempio, portiamo a Sassari Aldo, Giovanni e Giacomo (sono i primi anni ‘90). Poi diventiamo Associazione culturale e, nel 2005, ci trasformiamo in Cooperativa, nel senso che facciamo il grande passo e decidiamo che questo è il lavoro che vogliamo fare da grandi. Noi lavoriamo e viviamo di questo: per noi è fonte di vita. La nostra passione è diventata anche la nostra vita professionale.

È stato difficile inserirsi nel giro?

È sempre difficile. Tutt’ora è difficile. La difficoltà maggiore consiste, come dicevo, nel dover fare impresa. Anche se ci sono dei contributi, occorre saperli gestire perché se si organizza un evento che si mangia il totale dei contributi disponibili, dopo non si può programmare altro. Lavoriamo anche con i contributi pubblici, che vengono gestiti in modo adeguato, visto che sono soldi della comunità, servono più che altro per coprire i soldi dell’artista. Il rischio di andare in perdita è sempre dietro l’angolo. Ci tengo a precisare che l’evento culturale è per noi una mission che ha una duplice valenza: da un lato c’è l’aspetto sociale, ad animarci, con la consapevolezza di svolgere un tipo di attività che migliora la qualità della vita delle persone. Il poter fruire di eventi di spettacolo e culturali, infatti, contribuisce a elevare le persone, le fa vivere meglio. D’altra parte è anche importante il processo di creazione che c’è dietro, con le sue fasi di ideazione, di making, di messa in opera e di raccolta feedback quando tutto termina. Ecco, la creazione di qualcosa che poi rimane nella memoria collettiva e nelle emozioni che le persone vivono è un’attività che ci sta sempre molto a cuore e ci dà la forza per superare tutte le difficoltà.

Perché il Festival Abbabula ha questo nome?

Il nome nasce da una canzone dei Cordas et Cannas che amavamo molto, il cui significato è “acqua alla gola”. In più, in quel momento raccontava proprio ciò che noi stavamo vivendo anche perché, pari opportunità o meno, abbiamo iniziato trent’anni addietro e donne organizzatrici non ce n’erano tante. Penso che tutt’ora non ce ne siano molte di compagini interamente femminili in questo settore, in giro per l’Italia e, insomma, era un momento abbastanza impegnativo. Poi è un titolo che ci è piaciuto, è rimasto, e adesso siamo alla diciannovesima edizione.

L’idea della location di Monte d’Accoddi come è nata?

Abbabula nasce nel ‘96, comincia a prendere forma come Festival e acquisisce una sua personalità molto forte con la scelta di fare eventi nelle piazze del centro storico: è nel 2005 che assume questa veste abbastanza vicina ai giovani e diventa, da un lato, una vetrina dove i ragazzi possono ascoltare le nuove band emergenti di un certo livello, sia locale che nazionale, e dall’altro un’occasione per assistere a grandi eventi nei teatri cittadini. Col tempo, però, una simile formula comincia a non essere più una novità: si rianima piazza Tola, gli eventi proliferano in città e, da parte nostra, sentiamo l’esigenza di costruire qualcosa di più localizzato, sul modello dei grandi Festival europei ai quali siamo state da ragazze e dove, contemporaneamente allo spettacolo, è possibile trovare da mangiare, da bere e fare un’esperienza a tutto tondo. Volevamo anche valorizzare alcune location particolarmente suggestive, e così nasce l’idea di Monte d’Accoddi, un luogo che molti sassaresi non conoscevano e non conoscono. Siamo contente di poter contribuire alla promozione di un sito che è parte del Comune di Sassari e che ha una grande forza di suggestione ma anche di respiro; è un posto bellissimo.

Accanto ad Abbabula, quali altri eventi curate?

Abbiamo cercato di convogliare un po’ il tutto intorno al Festival per necessità di fare quadrato, dare una omogeneità all’offerta culturale che proponiamo. Vero è che collaboriamo anche con tante altre realtà, fortunatamente per noi, e la professionalità acquisita in questi anni è al servizio anche di altri organismi: è il caso di Camera a Sud, associazione con la quale collaboriamo già da una decina d’anni nell’organizzazione del Festival letterario Sulla Terra Leggeri; e collaboriamo anche con l’amministrazione comunale di Florinas per il Festival letterario di noir Florinas in Giallo, e ancora eventi di sport, in passato il capodanno a Sassari. Ci piace esplorare nuove collaborazioni e sperimentare progetti. Quest’anno abbiamo fatto anche un’esperienza molto bella organizzando a Riola Sardo il Parco dei Suoni: abbiamo creato una rete con altri organismi regionali, con i quali abbiamo gestito la programmazione di questa location bellissima, un’ex cava riattata anche a livello stilistico da un gruppo di architetti. Ecco, diciamo che la passione per le location e per la ricerca di luoghi suggestivi è aumentata sempre più. Due anni fa abbiamo fatto l’apertura/anteprima di Abbabula a Torralba, nel nuraghe Santu Antine, ed è stata spettacolare. Non escludo, anzi, che questa possa essere una delle strade che seguiremo nel futuro.

Tra gli artisti incontrati in questi anni, c’è qualcuno che vi è rimasto più di altri nel cuore?

Uno dei più bei ricordi risale a quando portammo Fabrizio De André. Tra l’altro fu uno dei primi concerti di una certa grandezza organizzato interamente da noi. Fino ad allora, infatti, avevamo organizzato concerti in collaborazione e per conto terzi, soprattutto per Cagliari. In quell’occasione, invece, decidemmo di buttarci (era l’aprile del 1997) e mettemmo in piedi due eventi: uno fu il concerto degli Articolo 31, che in quel periodo erano esplosi, e l’altro fu De André. Uno dei momenti più belli fu quando lo incontrammo nel camerino piccolo e angusto del Palazzetto e aveva davanti a sé una bella porzione di fainé. Da buon genovese aveva voluto mangiare quella sassarese, per trovare un sapore di casa.

Per il futuro cosa bolle in pentola?

Abbiamo vinto un POR della Regione per organizzare una residenza artistica a Orani, nel Museo Nivola. Un progetto molto bello nell’ambito del quale, per un periodo di tempo di alcune settimane scaglionate in un range di due anni, ospiteremo otto artisti all’interno del museo, appunto a Orani, che costruiranno uno spettacolo vivendo il territorio. Il progetto, infatti, si chiama Escape, nel senso di fuga ma anche di scoperta del territorio e l’obiettivo è quello di creare una produzione che verrà poi proposta al pubblico di Orani ma anche in altre realtà, sicuramente ad Abbabula. Il progetto parte a novembre, fra gli artisti coinvolti abbiamo nomi come Mauro Palmas, chitarrista fra i più importanti in Sardegna; Arrogalla, nome di punta della Sardegna che sperimenta e innova; Chiara Murru, regista tra le protagoniste di Spazio T ad Alghero, e altri nomi di richiamo tra danzatori e drammaturghi, isolani e non.

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