Parlaci di come e quando ti avvicini all’arte in genere, per poi decidere di consacrarti al Surrealismo.

Devo dire, innanzitutto, che sono stato un bambino molto solitario e che pur non conoscendo il significato della parola “Arte”(in senso stretto), mi ci avvicino in età molto precoce: a 2 anni, a quanto pare, avevo già una matita in mano con la quale eseguivo “strani geroglifici”, in una sorta di scrittura. All’età di 4 anni, anziché avvalermi della parola, mi ritrovavo a disegnare per comunicare agli altri tutto ciò che io, attraverso il mio “Amico Immaginario” vedevo. Ai tempi delle elementari ero il disegnatore ufficiale del giornalino della scuola per la sezione “Storia”, e mi ricordo che disegnavo battaglie incredibili, mentre viceversa nel periodo delle scuole medie avevo sempre il voto più basso nella materia “disegno” (in verità mi davano proprio zero). Il motivo era molto semplice: non disegnavo mai ciò che gli insegnanti volevano che si disegnasse (faccio un piccolo esempio, se c’era da disegnare un bicchiere colmo d’acqua, io lo disegnavo con i chiodi in modo tale che nessuno potesse avvicinare la bocca ad esso, e il motivo per cui lo facevo era cercare di risvegliare la coscienza di tali insegnanti, che mettevano in questo caso un bicchiere colmo di acqua in bella mostra di sé, ma non comprendendone assolutamente né l’anima, né la poesia). A tal proposito ricordo quella volta che, durante una esposizione artistica a Basilea, con l’aiuto di un amico portammo un water e lo piazzammo in mezzo alla sala per osservare il comportamento delle persone verso di esso. Appariva evidentissimo come il pubblico, pur sapendo che si trattava di un water, non lo osservasse per la sua funzione più comune, ma iniziasse a guardarlo con un occhio diverso proprio perché non era collocato nel suo ambiente consono. Tutti iniziavano a vederlo come un oggetto artistico quando in realtà rimaneva un semplice water, ed è questo il compito dell’“Arte”: insegnare a “VEDERE” ciò a cui, purtroppo, la nostra società non adempie ma che anzi, al contrario, tende ad annullare.

Sappiamo che sei un artista poliedrico, hai praticato sport a livello professionistico, sei stato musicista e, per un periodo, anche un biker.

Sì, prima di dedicarmi completamente alla pittura praticai calcio a un buon livello (a 14 anni giocavo in serie D nel ruolo di “libero” che, per allora, era molto inconsueto perché questo ruolo era riservato agli atleti molto più anziani e con una certa esperienza. In seguito abbandonai per dedicarmi alla musica e, in particolare, alle percussioni. Avendo però un carattere solitario e non volendomi legare ad alcuna regola, facevo il “session man” ovvero ero un freelance che veniva chiamato in caso di mancanza di batterista da diversi gruppi musicali. Non sono stato invece un biker: diciamo che ho vissuto 3 mesi in un campo di bikers (i noti Hells Angels di Zurigo). Era un mondo tutto particolare, fatto di assenza di regole se non quelle loro, che mi incuriosiva e dal quale ho tratto una serie di disegni. Tra le altre cose, ho fatto comunque anche teatro ed in particolar modo cabaret.

Il Surrealismo è un movimento culturale che prende forma nel Novecento, evoluzione naturale del Dadaismo. C’è qualcosa, in particolare, che ti ha spinto ad avvicinarti a questa forma d’arte?

La mia fortuna (e aggiungo “destino”) in questo senso è stata quella di esser nato a Basilea, vera e propria città d’arte. Basti pensare che è stata la prima città al mondo ad aver avuto un museo d’arte, questo nel Quattrocento. Ricordo che, da piccolo, pur non capendo il perché, venivo attratto da questa struttura così austera che mi incuteva un senso di sgomento misto a paura, ma sentivo che dovevo fare di tutto per poter entrare, e così per la prima volta in vita mia vidi e scoprii un mondo incredibile, al quale sentivo di appartenere. Era un mondo che, nonostante non avesse lingua, mi parlava e comunicava in un modo ritenuto per me sino ad allora, al di fuori di quella struttura, MUTO. Per tornare alla domanda, frequentando quotidianamente il museo avevo modo di vedere opere di artisti (solo molti anni dopo avrei capito che erano artisti di fama mondiale) di svariate tendenze e movimenti, ma quello che avevano tutti in comune era il fatto che comunicavano e parlavano a me, a prescindere dalle etichette assegnate. Ricordo comunque che ero particolarmente colpito da due opere: Il “San Giovanni Battista” di Caravaggio e, soprattutto, “L’isola dei morti” di Arnold Böklin (mio compaesano). Pur non capendo la parola, all’epoca lo trovavo così SUR–REALE.

Il primo manifesto Surrealista diceva così: «Automatismo psichico puro, attraverso il quale ci si propone di esprimere, con le parole o la scrittura o in un altro modo, il reale funzionamento del pensiero. Comando del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica e morale.» Quindi un automatismo psichico, ovvero quel processo in cui l’inconscio, quella parte di noi che emerge durante i sogni, emerge anche quando siamo svegli e ci permette di associare libere parole. Cosa puoi esprimere in merito a questo concetto?

Da premettere che iniziai a interessarmi alla parola “Arte” in più tarda età, leggendo vari libri in tal senso, e quando per la prima volta lessi il “Manifesto Surrealista” devo ammettere che riuscì a rubarmi un sorriso complice. Per rispondere alla domanda vorrei far leggere quello che scrissi all’età di 12 anni, dopo un fatto accadutomi, che però non vorrei raccontare qui. «Se il corso della Storia è da attribuire alla saggezza degli stolti, non è importante sapere se la demagogia quotidiana si manifesti attraverso percezioni visive, è importante viceversa saperne usufruire, perché la costante ribellione eterogenea si percepisce attraverso stereotipi preclusi. La differenza la fa il pazzo immaginario la cui normalità tende ad esplicare l’anormalità delle cose. Noi lo amiamo, gli siamo grati, perché tramite lui si rafforza la nostra brutale pseudonormalità, e siccome la nullità tende ad annullare il nulla, nulla esiste e viceversa esiste il nulla e mi chiedo come riesca a pensare che nulla esista se io non esisto. Per fortuna la percezione quotidiana di un clandestino sdraiato sulla ringhiera in attesa delle scale, fa si che io apprezzi ancor di più la mia viva nonnullità. Invidio le antenne sui tetti per la loro straordinaria capacità di ricevere e di dare senza pretendere nulla in cambio. Ammiro la carta igienica per la sua costante lotta contro la merda. Water… tu che vieni costantemente umiliato giorno dopo giorno sei pronto a perdonare e ad attendere pazientemente a bocca aperta…giorno dopo giorno.» All’epoca non capivo cosa stessi scrivendo, ma la cosa straordinaria è che io non sapevo scrivere in italiano. Questo è un tipico esempio di “scrittura automatica” (automatismo psichico puro attraverso il quale ci si propone di esprimere con le parole o la scrittura o in un altro modo, il reale funzionamento del pensiero). Una piccola nota: in concomitanza con questo mio scritto feci il mio primo autoritratto intitolato “Autoritratto Anziano”, non una proiezione della Materia, ma una proiezione dello Spirito.

Il Surrealismo racchiude alcune tematiche principali: amore, sogno, follia e liberazione. Concetti che andrebbero approfonditi e che, per come ti presenti, ti rispecchiano a pieno.

Sono concetti fondamentali nella tematica Surrealista, correlati tra loro, che hanno come solo scopo arrivare alla “Conoscenza”. Nell’uomo è insita una distinzione tra l’amore e la conoscenza, mentre nella ricerca sur-realista questa polarità è superata e unificata, affermando non che la conoscenza trovi la sua esaltazione nell’amore, ma al contrario che l’Amore (cosa individuale), trova la sua sublimazione nella conoscenza pura dell’essere. Ed è attraverso il sogno e la follia, descritta così magistralmente da Jung come la nostra parte in “Ombra”, che il Sur-realismo si avvale di questi mezzi per individuare e combattere la “razionalità” insita in ognuno di noi, ma oppressa dal “Sistema”, un Sistema che attraverso determinate trappole tende ad annullare la non razionalità dell’individuo a proprio favore. Ed è solo attraverso la “Propria Conoscenza” che si arriverà alla Liberazione dell’essere da tutte le convenzioni sociali.

Come nasce una tua opera?

Nasce esattamente nello stesso modo descritto sopra, attraverso il meccanismo della scrittura automatica. Mi ritrovo a dipingere soggetti insiti nel mio subconscio, perfettamente conscio di non esser conscio di ciò che sto rappresentando, in una sorta di delirio o se vogliamo esser più precisi in una sorta di estasi totale. E questo vale anche per i titoli che assegno ai quadri una volta eseguiti. So che devo dar loro quei titoli ma non ne conosco il motivo. Solo a distanza di tempo mi rendo conto che la vera opera d’arte è il titolo (Il Pensiero Individuale) e non tanto il quadro rappresentato, che è semplice Materia.

Circa un anno fa nasce la tua mostra “Animalia” (di grande successo e critica) presentata alla EX Tappezzeria Dettori. Cosa bolle nel calderone in questo momento a livello artistico?

Ho appena terminato una serie di dipinti intitolata “Rembrandt’s Delirium”, una complessa rilettura del genio Rembrandt, un calarsi nelle vesti dell’autore sconvolgendone il “portato linguistico” in una sorta di delirio. A questo proposito, uscirà un libro e probabilmente un cortometraggio.

Hai parlato delle tue origini svizzere. Ci racconti alcune differenze culturali nel modo di intendere l’arte (se ci sono, naturalmente) tra le nostre parti e oltralpe?

L’arte è universale e in quanto tale non esistono differenze geografiche, posso solo dire che la differenza che ho potuto constatare è basata piuttosto su un livello culturale educativo della massa. Per farti un esempio, il Comune di Basilea fece a suo tempo sloggiare una intera caserma di militari per metterla a disposizione di giovani artisti locali di talento, dove ognuno aveva il suo studio e la sala esposizioni. Oppure posso dirti che un’intera popolazione si autotassava per avere una sala del museo d’arte dedicata a Picasso, e tutte le volte che andavo in visita al museo notavo intere famiglie con bambini che stavano sedute, per ore, davanti alle opere contemplandole e discutendone. Purtroppo questo manca nella nostra società attuale, troppo presa da logiche clientelari.

Ettore Aldo Del Vigo artista e Ettore Aldo Del Vigo uomo, ci racconti questo dualismo imprescindibile?

Nel 2010 dipinsi il mio terzo autoritratto, dal titolo “Lo strano caso del dottor Jekyll e mister Hyde”, in cui viene spiegato questo dualismo. Ettore Aldo Del Vigo uomo, Ettore Aldo Del Vigo artista, il Buio e la Luce, l’uno Materia, l’altro Spirito, in contrasto tra di loro, ma due principi complementari e inscindibili. È il principio dell’integrazione degli opposti. Solo attraverso il Buio, la Luce prende forma. Solo attraverso il Male, il Bene viene esaltato così come maschile e femminile. Son sempre stato convinto che solo attraverso l’esperienza del Buio, della Paura, si arrivi a partorire stelle danzanti. L’uno ha bisogno dell’altro per arrivare alla Conoscenza totale e alla Luce.

Chi è in realtà Ettore Aldo Del Vigo?

Uno gnostico perfettamente conscio di non essere ancora a conoscenza di esserlo.

di Benito Olmeo
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