Pietro Antonio Manca (in dialetto: Preddu Antoni), nacque a Sorso (SS), da una famiglia, benestante, di proprietari terrieri, l’11 gennaio 1892; morì a Sassari il 19 ottobre 1975. Giovanissimo, partì volontario per la guerra di Libia, partecipò alla prima guerra mondiale, col grado di ufficiale, e venne decorato. Pittore e grafico, fu cognato di Remo Branca che ne sposò la sorella, Lucia. Pittore sensibilissimo e di raffinata cultura, egli si è rivelato vero artista ed autentico cristiano: la sua arte, infatti, riflette il sentimento della propria fede. Nella sua vasta produzione appaiono numerose le opere di carattere religioso, raffiguranti specialmente scene di storia sacra. Nel 1920 fu a Milano con Giuseppe Biasi, pittore che egli amava ed ammirava tantissimo, più grande di lui di sette anni. I suoi modi stilistici e la sua formazione si compirono, inizialmente, alla scuola artistica di Biasi, ma, ben presto, egli se ne distaccò completamente per giungere a uno stile personale. È proprio nei primi decenni del Novecento che egli ottenne notorietà e prestigio: soprattutto negli anni Trenta, a Roma e a Venezia. Pittore rappresentativo dell’arte religiosa, egli espresse una pittura innalzata a Dio manifestando, con il suo animo devoto, la sua fede in Cristo, ben lontano dal misticismo di certi neo-idealisti di maniera, appartenenti alle scuole tradizionali ed accademiche, di arte unicamente celebrativa.Nella cappella del cimitero di Sassari si può ammirare un suo affresco. Nel rinnovamento stilistico che domina l’arte moderna Pietro Antonio Manca espresse, altresì, un timbro pittorico spiccatamente personale in forma espressionista, pur sempre mantenendo egli vivi i costumi isolani caratteristici della Sardegna; nelle cavalcate, nelle danze, nei bivacchi notturni, nelle figure di donne e pastori. L’umanità della sua pittura si può definire “puro espressionismo”. Rinascimento religioso, dunque, nel messaggio morale, ma anche di peculiare originalità ed impegno intellettuale. Rifacendosi alle teorie del filosofo austriaco Rudolf Steiner, egli sostenne nell’arte la tematica della spiritualizzazione, l’intuizione immaginativa della realtà concepita in modo diverso dalla percezione sensoriale. Si impose come innovatore, sostenendo un rinnovamento artistico, superando l’arte tradizionale e diffondendo la teoria filosofica della “antroposofia”, propugnata anche dal poeta romano Arturo Onori, che egli conobbe e di cui divenne amico. Pietro Antonio Manca definì la propria concezione della pittura come “immaginativa”, vale a dire: arte intesa come “pura intuizione”. Le radici della sua opera sono affondate profondamente nel sentimento. La sua ricerca, seria e rigorosa, è basata su una intenzionalità creativa più che su motivazioni descrittive. Con studiata attenzione egli propose originalmente un ricco snodarsi di sintassi pittorica, lirica e idealistica, nel presentare una visione estatica dell’esistenza con immediatezza e vigore impressionanti. La realtà intimamente elaborata, la leggiadria di certe delicate immagini, lasciano largo spazio all’amore terreno sentito come interiore, sublime espressione di forza struggente. Nelle opere di Pietro Antonio Manca si leggono finezza, equilibrio, forza interiore, percezione suggestiva, ma anche tensione drammatica, come nella nota composizione “I miserabili”. Pittore mistico per la sua predilezione per l’arte sacra, per quella sua particolare tematica, orientata verso motivi biblici, il grande maestro di Sorso espresse, come già è stato detto, non solo la sua fede in Cristo ma anche l’amore profondo per la sua terra d’origine: nei ritratti dal costume tradizionale, nelle scene di carattere storico, nelle nature morte policromiche e luminose, coi tipici fichi d’india, egli espresse, in tal modo, la sua sardità. Ma fu, fondamentalmente, un maestro del colore o meglio un luminista. Assimilando la lezione del post-impressionismo, la sua gamma cromatica esprime vitalità attraversata da dolci trasparenze e da effetti luministici. Appunto codesti effetti luministici predominano senza, peraltro, soffocare l’espressività. Egli manifestò un temperamento di poeta, leggermente malinconico. Le sue tele, specialmente i notturni, sprigionano una schietta malinconia, non disperata ma tranquilla, trasognata, insolita. Le sue opere sono caratterizzate da una certa semplicità che potrà riuscire sconcertante, alle prime, ma che poi si fa, sempre più, suasiva ed avvincente. Espressioni tranquille, le sue, ed anche alquanto sentimentali. Nei rapporti cromatici misurati con passaggi tonali di estrema eleganza e notevole sensibilità, egli rivela un’atmosfera di sogno, con una finezza davvero singolare, prediligendo colori soffusi quali gli azzurri, i verdicci, i gialli luminosi, i rosati, i grigi, molto frequenti, gli sprazzi di rosso acceso, ma pur sempre sobrio e controllato. Davvero sensibilità eccezionale di colorista la sua. La fusione dei colori con le luci porta ad una tenerezza rara e del tutto squisita. Sotto tale aspetto questi originali lavori sono le migliori cose che egli abbia dipinto. Se nel disegno osserviamo l’artista a cogliere i particolari, sia pure in modo schematico, nel dipinto il dettaglio si libra, la natura sembra perdere consistenza, assorbendo la luce per elevarsi ad atmosfera lirica di trasparenze e di dissolvenze. Limpida e intensa e di colori distesi, la sua pittura rappresenta un linguaggio ricco di stati d’animo e di emozioni. Il disegno si semplifica, volontariamente, nell’attenuarsi di riflessi, esprimendo tutta la sottile qualità del colore, affidandosi al gioco delle masse cromatiche tendenzialmente tonali. Il lirismo dei suoi colori possiede una dimensione interiore, una forza suggestiva, la semplificazione degli effetti di luce è inquietante. Paesaggi e figure esprimono un emblematico carattere quale riflesso di stati emozionali di un’atmosfera di meditazione e senso di raccoglimento. Una sorta di equilibrio e di armonia che ci invita alla riflessione. Le sue opere rappresentano un elemento di vita intensa, d’amore per la sua terra, e d’impenetrabile segreto. Un significato mistico che va a suggerire un sentimento d’evasione. Pur mantenendo il contatto con il reale il pittore è pervenuto, con la sua opera, con la sua sensibilità, alla porta del fantastico, dell’immaginario più assoluto. Pittura da visionario, la sua, che dà l’effetto del mistero, con una ricerca tenace ed intelligente. Le sue opere rappresentano, inoltre, un elemento di vita intensa, d’amore per la propria terra, d’impenetrabile segreto. Vi è una lunga serie di autoritratti bellissimi, da quelli in costume sardo, a quelli più recenti di età avanzata. È nel dopoguerra che l’artista si dedica, in particolare, ai ritratti. Ricordiamo, tra gli altri, l’autoritratto con pigiama a righe (o in vestaglia), ricco di efficacia smagliante, vivide luci e ampie gamme cromatiche. L’autoritratto con tavolozza, austero e rigoroso, così come quello in divisa. Autoritratti che egli eseguiva con un grande specchio di fronte a sé, che lo ritraeva per intero, come ricorda Remo Branca. Il fulcro dell’arte di Pietro Antonio Manca è relativo a una cultura millenaria, nel carattere antropologico ed etnico, che ha come linguaggio l’immediatezza e come caratteristica la ricerca continua. In occasione di una sua personale ordinata nelle sale della galleria “Il Cancello”, nel 1967, a proposito della precisa collocazione della sua pittura, Pietro Antonio Manca afferma: «Essa affonda le sue radici nello spirito creativo dei protosardi, nelle loro ragioni ancestrali, nella loro mitica suggestiva, nel fenomeno nuragico che resta l’espressione basilare di tutto un popolo e di una schietta civiltà». Numerosi i critici che si sono interessati alla sua espressività pittorica, tra cui Corrado Maltese, di cui riportiamo un breve passo del testo critico di presentazione della mostra retrospettiva tenutasi nelle sale della Provincia di Sassari, alla quale lo scrivente partecipò con Remo Branca, il 18 febbraio del 1983: «Se forma e colore si frantumano, anche la luce entra in crisi: Pietro Antonio fu attratto ben poco dal compatto luminismo di Caravaggio, ma molto dalla luce misteriosofica di Rembrant, talvolta curiosamente rivestendosi di colori variegati e squillanti come quelli di Delacroix. Così tutti i temi sardi di Pietro Antonio hanno sempre finito per assumere l’inafferrabile accento di una epopea sacra anziché di un’epopea guerriera o barbaricina». Nella sua intensa attività, lavorando con tenacia e passione, realizzò 31 mostre personali e partecipò a 39 mostre collettive. Per ricordare la sua opera, successivamente, sono state ordinate quattro mostre retrospettive, compresa la mostra in commemorazione del centenario della sua nascita, esposizione poi allestita, presso i locali del Circolo Ufficiali della Brigata Sassari, il 26 giugno 1992. In seguito a queste mostre, l’ultima, la più recente, è stata organizzata dalla Fondazione di Sardegna, con un’esposizione a Sassari e Cagliari, il 20 maggio 2016. Pietro Antonio Manca è stato un pittore figurativo, padrone assoluto di uno stile che può essere considerato “progettazione”, in permanente evoluzione creativa, e la sua opera rappresentò, non soltanto nel panorama artistico locale, una presenza di notevole rilievo.

di Giovanni Fiora
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