di Daniele Dettori

Nove domande a un Nello Rubattu che è capace, con le sue risposte, di ricordare, ipnotizzare, far riflettere e smuovere le coscienze in un viaggio tra la Sassari che non c’è più, quella che c’è oggi e quella che potrà essere.
Quanto spesso assistiamo, oggi, agli interventi di quelli che in gergo giovanile vengono definiti grammar-nazi? Sono le persone integerrime che sul web, in tv e – più in generale – sui mass media, intervengono per correggere in chi parla l’uso di forme grammaticali o sintattiche non sempre perfette. Nello Rubattu ha scelto di fare di queste “imperfezioni” della lingua tradizionale un suo cavallo di battaglia, infischiandosi della forma ma badando (e con molta attenzione anche) al contenuto del discorso.
Sono tutt’altro che imperfette, naturalmente, le espressioni di cui si serve Nello Rubattu. Mescolano con sapienza la lingua italiana a forme popolari e parole dialettali, in un cocktail che arriva dritto alla mente e al cuore di chi ascolta. Il suo passato di addetto stampa e viaggiatore qua e là per l’Europa gli ha permesso di maturare una cultura e un’apertura mentale delle quali abbiamo chiesto di poter godere, sotto forma di una sua risposta a domande dedicate alla Sassari andata e a quella ancora ben presente sotto i nostri piedi che, insieme con i suoi abitanti, barcolla ma non molla.Come un flusso di coscienza, quindi, è quanto ci apprestiamo a sottoporvi; quasi una meditazione ad alta voce da profeta dormiente. Ma questo non diteglielo, a Nello Rubattu. Potrebbe sentirsi trascinato via dalle strade strette della sua vecchia Sassari per vedersi attribuito il ruolo del guru che, decisamente, non sopporterebbe.

Cosa ricordi della prima volta che hai lasciato Sassari e in che occasione fu?

Era il 1972. Mi ero iscritto all’università a Bologna. In quella università avevano aperto proprio quell’anno il Dams (disciplina delle arti della musica e dello spettacolo). Eravamo appena 450 iscritti e a nostra disposizione avevamo il meglio che in quel momento si poteva trovare sulla piazza culturale italiana: Umberto Eco, Alfredo Giuliani, Gianni Celati, Giuliano Scabia, Tomas Maldonado, Luigi Squarzina, Luigi Gozzi. Era tutto molto informale. Umberto Eco, a casa sua, organizzava piccoli concerti di musica medioevale. Lui sapeva leggere la diteggiatura, una forma di scrittura musicale in voga fino al duecento e suonava con un flauto dolce; con Gianni Celati, una parte delle lezioni si facevano in strada camminando e Giuliano Scabia aveva messo tutti a lavorare per realizzare “Il gorilla quadrumano”; Gozzi ci portava nel suo teatrino dove rappresentavano commedie dada, surrealiste e testi contemporanei; Camporesi ci parlava della storia dei cibi e della civiltà occidentale sviluppatasi intorno all’allevamento dei maiali; Leydi conosceva i canti sardi e personalmente mi sfotteva sparandomi parolacce in barbaricino. Insomma, se dovessi dire quello che ho fatto in quegli anni di corso sarebbe troppo lungo. Posso solo ricordare che, quando ancora non se ne parlava, si discuteva di archeologia industriale, di semiotica e di fumetti. La facoltà era un porto di mare. Ogni tanto passavano a trovarci i grandi delle bande dessinée, a cominciare da Pratt. D’altronde uno dei seminari era su “la fenomenologia di Tex Willer”. Argomenti di studio che allora avrebbero terrorizzato i docenti delle paludate facoltà di lettere. Quando si arrivava in facoltà non mancavano le sorprese: una volta Joan Baez, di passaggio in Italia, ci fece una lezione in spagnolo suonando dei pezzi che aveva registrato nel great village con Bob Dylan. Alcune lezioni estemporanee sul significato dell’arte le ho ascoltate direttamente da Salvator Matta. Voglio dire che sono stati anni molto particolari, fuori dalle norme di insegnamento che allora andavano per la maggiore. Oggi il Dams non è lo stesso che ho conosciuto in gioventù: ha diecimila iscritti e le lezioni le fanno in aule super affollate con un prof che spara le solite quattro fesserie al microfono.

Sembra che tu abbia abbondantemente provato (e provi tuttora) quel mal di Sardegna che colpisce chi lascia l’isola. Come si manifesta in te?

Quello non si può davvero descrivere. Il mal di Sardegna non è un fatto legato all’emigrazione, è qualcosa di più profondo. Posso chiamarlo esistenziale, o è troppo? Ti racconto solo un episodio: nei primi mesi a Bologna dormivo male e spesso la notte mi svegliavo leggermente malinconico. Non sapevo perché e lo associavo al fatto che forse facevo brutti sogni. Una notte ho invece dormito da Dio. Che diavolo era successo? Prendendo il caffè del mattino ho cominciato a rifletterci. Allora mi sono ricordato che quella notte era stata di temporale e di vento. Addirittura, fuori alcuni alberi, proprio sotto la mia finestra, erano stati sradicati. Allora ho capito cosa non mi faceva dormire: mi mancava il vento. A Bologna non sanno cosa sia… e d’estate i campi rimangono verdi. Da noi il vento ti accompagna per tutto l’anno. È una presenza costante. E poi, vedere il giallo e l’ocra dei campi e il verde della macchia che rimane tale anche d’inverno, mi mancava. Ecco, penso che il mal di Sardegna di cui tu parli sia in buona parte questo. Tanto per dirne una: quella che noi chiamiamo campagna non esiste nell’Italia del Nord. La loro è una terra di pianura iper popolata, piena di case. Solo sull’appennino i borghi e la terra hanno spazi sufficienti. La mancanza di spazio è una riflessione che bisognerebbe ogni tanto fare. La nostra testa deve cancellare l’accumulo di immagini, deve resettare, ha bisogno di grandi spazi e di silenzio per farlo. In Sardegna tutto questo non manca.

Quando torni tra le strade della città vecchia trovi dei cambiamenti da una volta all’altra? Di che tipo?

Di quelli quanti ne vuoi. I ricordi di uno che ritorna non sono gli stessi di chi dalla sua città si è mosso poco. Io mi ricordo quando in via Rosello, di giorno, si faceva fatica a camminare e trovavi tutti i negozi di cui potevi avere bisogno. Come mi manca Piazza Tola: le grida e la teatralità degli ambulanti. In piazza Pescheria, arrivavano i giocolieri, i macchiettisti napoletani che piazzavano i microfoni e gli altoparlanti confidando sulla tenuta delle batterie della loro macchina e vestivano come Totò; ho avuto l’onore di vedere le performances dell’uomo più forte del mondo che spezzava le catene. Era di Sassari. Poi ho scoperto che frequentava una palestra di pugilato e non era fra i migliori. Ma il suo dovere di farmi sognare lo eseguiva alla perfezione. La mia generazione era quella che ha conosciuto negli angoli delle cantonate del centro storico i venditori di lumache, di finocchietti selvatici, di capperi. In via Turritana i contadini esponevano i loro prodotti in grandi canestri di vimini e d’estate i vicoli di mezza Sassari si riempivano di famiglie che preparavano per la cena pentoloni di lumachine insaporite con grosse cipolle bianche e patate che sembravano monumenti al bengodi. Certo che la città è cambiata; in via Torre tonda, due sorelle vendevano gioddu che potevi mangiare nei quattro tavolini che avevano con un po’ di zucchero e qualche grissino; Mario Alberti faceva panini con la mortadella e sottaceti che avrebbero soddisfatto una intera famiglia; e in via Roma un giorno, me lo ricordo ancora, un romano aprì un forno per la vendita di pizza al taglio; sempre in via Torre tonda e all’angolo di via Turritana con le poste, si potevano acquistare i migliori panini ai polpi della città; in giro d’inverno passavano i carrettini con la fainé e d’estate, se volevi un gelato esagerato, lo trovavi in un bar, quello di Flavio, quasi all’angolo con la piazza del Duomo. Però, voglio dire: il centro storico sta ancora al centro e nonostante i nostri cari amministratori ci tentino, proprio non ce la fanno a distruggerlo.

Ci regaleresti un bel flusso di coscienza sulla Sassari che hai conosciuto da ragazzo? Luoghi, persone, ammentos.

A me piaceva girare con le greffette di altri bambini che non giocavano solo con le spade o a Ottaviu lu gobbu. Si osservava e si cercava di capire come era fatto il mondo: la regola educativa era molto semplice: ti dovevi arrangiare. Si imparava prendendole e dandole. A undici anni ancora non sapevamo come nascevano i bambini e, mi ricordo, in una lunga riunione fra noi ragazzini ci siamo messi il problema. Quello che fra di noi arrivò ad una mezza soluzione fu uno che con un “probabilmente”, dimostrò che i bambini “forse” venivano fuori dall’ombelico. Quella spiegazione per un po’ di anni ci bastò. Eravamo sguarniti di informazioni: al Fosso della noce non c’era il parcheggio e il giardino del Banco di Sardegna era un posto per coppiette. Arrivavano in lambretta o in vespa e si infilavano dentro i bassi tunnel che si erano formati fra i doppi filari di bossi. Quei tunnel erano stati attrezzati con cartoni e le coppiette si appartavano con un plaid che il maschio estraeva da sotto il sellino della moto. Noi aspettavamo nascosti che i due entrassero e dopo una decina di minuti, armavamo i nostri tiraelastici con pallottole di bacche di cipresso. Al via sparavamo una mitragliata di quegli affari e scappavamo. Da quei tunnel ne spuntavano subito fuori soprattutto i maschietti che ancora si reggevano i pantaloni e ci sparavano tutte le maledizioni del loro vocabolario. Ma per la verità non sapevamo per quale oscuro motivo andavano a nascondersi lì dentro. Percepivamo qualcosa di proibito, ma finiva lì. Per noi l’importante era dimostrare chi era più furbo. In quegli anni, per esempio, i ragazzini come noi, oltre le figurine e i giochi con i ballocci, collezionavano gli stemmi delle macchine: Fiat, Lancia, Bmw, Prinz, Mercedes, una vera mania. Per procurarceli ci appostavamo vicino a un’automobile con un cacciavite e per staccare quegli stemmi danneggiavamo mezza carrozzeria. Io avevo una discreta collezione in parte ottenuta in quella maniera oltre che con gli scambi… Fino a quando non sono stato beccato. Ero così intento a staccare lo stemma di una Prinz che non mi sono per un accidente accorto di due mani che mi hanno letteralmente sollevato da terra. La faccenda si risolse con un una abbondante gragnola di calci in culo e tirate di orecchie. Da quel giorno ho smesso con l’azione diretta e mi sono limitato a rinnovare la collezione semplicemente barattando i pezzi.

Una Sassari che rivive anche nei tuoi romanzi. Cosa hai cercato di trasmettere all’interno dei tuoi lavori, di questa città?

Non ho una morale da segnalare. Voglio solo dire che non ho la televisione. Non l’ho mai avuta e la radio la ascolto quando sono in macchina con un mio amico. Non ho neanche la patente e non me ne fotte per un beneamato. Non amo i salottini borghesi, i divani in pelle e le argenterie. Se mi chiedono se voglio un The dico che sono intollerante alle tazze di porcellana e tutti quelli che mi rompono le scatole con lunghe disquisizioni sui cibi e sulle virtù teologali dell’aragosta mi stracciano i santissimi. Amo la vita dei vicoli perché la gente ha bisogni essenziali: il male, il bene, la povertà e i vizi si vedono e nessuno li nasconde dietro una cravatta regimental e un abito di buon taglio. I problemi del fashion la gente li risolve con il chinastyle e tutti coloro che parlano di chilometro zero, mi sembra si dimentichino che in metà della nostra città la base finanziaria familiare non raggiunge le seicento svanziche. Non frequento i corridoi del potere. Se è possibile li annuso da lontano ma non sono interessato all’articolo. Ci convivo. Mi sembrano poveri culi che “per non essere da meno”, come diceva Jannacci, hanno necessità di parlare di cose “Alte”, di Trump, della destra che avanza, perché sono così barrosi che anche il fatto di inchinarsi per guardarsi se le loro scarpe hanno schiacciato una merda lo percepiscono come un gesto di umiltà che non fa bene alla loro immagine. Anche per questo, io preferisco quelli che sparano cazzate a ruota libera e hanno dei problemi con i congiuntivi. Almeno so chi sono e non mi devo sbattere per capire cosa c’è sotto. Di certo non passo il mio tempo a sapere chi metteranno a capo di una municipalizzata o in un consiglio di amministrazione. Forse la penso così perché amo Brassens e De André e so che da questo impasto umano possono nascere dei fiori. Non è sempre vero ma solo vederne spuntare uno mi consola.

Tra le tante città dove sei stato quale trovi più vicina, più affine a Sassari e perché?

Genova, Marsiglia. Leggetevi Izzo e lo capirete “a fiaggo”. Andate a farvi un giro fra gli angiporti della vecchia Genova e non farete molta fatica a capirlo. Sassari è un porto di terra, dove nei suoi vicoli si respira la stessa aria di via Pre, di via canneto lungo o di Le Panier, il quartiere più antico di Marsiglia. Certe cose, però, le troverete anche a Barcellona o in certi vicoli di Spalato. Il Mediterraneo ha tante cose in comune: Quando vedete la gente che parla sulla porta delle case, i panni fuori a prendere vento e sole; quando le strade si fanno strette e torte come ginepri o la gente si prende un caffè e sembra abbia solo una gran voglia di chiacchierare mentre i bambini vengono lasciati a pascolare indisturbati, allora vuol dire che siete in una città del Mediterraneo che ha storia da vendere. Ho abitato a Bruxelles per decine di anni, e i bambini li trovi solo nei parchi attrezzati: come a Milano dove ho avuto casa per molti anni, o a Bologna, a Varese o a Pavia. Il Mediterraneo ha i suoi ritmi e quei ritmi li trovate a Sassari. Noi siamo un popolo che anche se non va al mare ha bisogno di vederlo, di sapere che esiste e fa parte dei suoi orizzonti. Io penso di essere compiutamente mediterraneo. Sono stato in molti posti, ci sono stato bene, ho fatto carriera e non me ne pento, ma è stato per curiosità, per necessità, per calcolo. Capisco Ulisse. La mia isola so di averla.

La nostra città vive crisi su più fronti: economico, politico, sociale. Secondo te perché? Quale suggerimento daresti e a chi, per avviare una ripresa?

Le crisi economiche hanno andamenti molto strani e spesso sono solo psicologiche. Un economista un giorno sorprese i suoi studenti dicendo: “Secondo voi, gli indios dell’Amazzonia hanno mai avuto la percezione di una crisi?”. Gli studenti risero pensando a una boutade, ma poi l’economista ricordò che nella maggior parte dei casi le crisi esistono perché sono funzionali al modello di sviluppo. I processi economici si reggono sulle crisi. Ogni atto legato allo sviluppo è portatore di crisi. I giornali sono in crisi perché lo sviluppo delle tecnologie li ha messi all’angolo. Il vero problema è capire se lo sviluppo, quindi il modello che produce di fatto le crisi, è conveniente o meno. Intanto bisogna dire chiaramente che più si modellano i consumi sugli sprechi industriali e più si aumentano le situazioni di crisi. I modelli industriali che si basano sui consumi producono scarti, lo scarto produce i ricicli, il riciclo aumenta i danni ambientali, i danni ambientali spingono verso l’impoverimento della catena alimentare… e senza cibo l’uomo, la razza umana e buona parte della catena biologica ad essa collegata finirà inevitabilmente nel grande bang. Il modello legato al consumo è una catena diabolica. Ormai non esiste un economista decente che non parli di questo pericolo: quando ero piccolo le scarpe duravano anni, così pure i vestiti e in nessun negozio ti davano sacchetti di plastica. Ora gli Oceani sono pieni di plastica che sminuzzata sta uccidendo buona parte della fauna ittica. Per adesso non ce ne accorgiamo e in Occidente stiamo rastrellando le risorse dei paesi subalterni ai nostri. Ma quanto durerà? La popolazione mondiale sta aumentando a differenza di quanto sta accadendo da noi: in India sono un miliardo e duecento milioni, in Cina un miliardo e quattrocento. Quando ero piccolo la Nigeria non aveva neanche 50 milioni di abitanti, oggi è già a 200 milioni, fra vent’anni 300 milioni. Il ciclo del consumo distrugge. Certo rifiutare le innovazioni è impossibile oltre che stupido, solo che bisogna saperle guidare. Sempre quell’economista rispondeva ai suoi alunni: “Ogni volta chiediamoci cosa è per noi compatibile e agiamo di conseguenza”.

Qual è il tuo punto di vista sull’hotel Turritania? Sei un “demolitore” o un “conservatore”? E sul lido Iride?

Io credo che l’hotel Turritania sia una delle tante fesserie moderniste che hanno attraversato la città. La borghesia sassarese ha sempre odiato la città vecchia. È dall’Ottocento che si sognano un Haussmann locale che come a Parigi costruisca “ampi” viali alberati dove andare a passeggiare con le loro carrozze flanellando fra le botteghe del lusso. È dall’Ottocento che si va avanti così. Sarebbe anche ora di smetterla. La nostra borghesia ha sempre fatto fatica a stare nella nostra città: il fatto di scavarsi e andare a disturbare da un’altra parte non sarebbe male. Quell’hotel è uno schifo, costruito da un architetto che il suo mestiere lo aveva imparato quando c’era il testa pelata al potere e nelle scuole del ventennio insegnavano che si doveva svecchiare: Piazza colonna Mariana è nata così e le famiglie “bien” di allora sono le stesse che hanno voluto i quartieri ottocenteschi che partono da Piazza d’Italia per arrivare a Porcellana. Più tardi si sono divertite a costruirsi “il Grattacielo”, che già chiamare così un edificio di diciannove piani vuole dire avere gli occhi foderati a lardo. Comunque, quando ne avete voglia, andate vicino al Grattacielo e beccatevi i mulinelli di vento che si creano per colpa di quell’edificio. I nostri antenati, quelli che nel medioevo avevano messo su la città, sapevano che la stavano costruendo proprio di fronte al mare di Nord Ovest e che, a 220 metri di altezza, da queste parti si beccano Maestrale e Tramontana a pacchi. Allora le costruzioni le avevano pensate basse, con vie più strette, intercalate da slarghi. Invece questi uccelli del malaugurio dei costruttori modernisti, hanno preferito darsi alle strade larghe dove il vento a prendere velocità non ci sta neanche un attimo. Per mettere su quelle fesserie architettoniche non si sono dati pensiero di distruggere i percorsi sotterranei delle acque. Oggi se una parte della città risulta umida è per colpa di questi intelligentoni, bravi solo a scimmiottare “los hombres buenos” in paglietta e bastone da passeggio. Ignoranti come capre, bravi solo a mangiare con l’edilizia.
Il lido Iride è la maceria di un sogno. Lo volevano costruire perché al mare, negli anni Cinquanta, bisognava sfoggiare l’abito buono mentre si faceva finta di ascoltare Marino Barretto o si beveva un drink con Mike Bongiorno. Ma a cosa serve oggi? Le nostre spiagge dovrebbero ospitare solo strutture leggere, essenziali che non disturbino più di tanto. D’estate bastano piccoli esercizi e posti attrezzati per mangiare e finirla ballando. Tutte le strutture del lusso, normalmente finiscono in rovina. I ricchi sono sempre alla ricerca dell’esclusivo, appena trovano una novità la vogliono: costruiranno le loro ville, ormeggeranno le loro barche e si daranno in pasto ai gossipari per riviste da parrucchiera. I loro riti sono sempre gli stessi. Vi ricordate la Costa Azzurra con Brigitte Bardot che faceva sci acquatico? Non esiste più. Brigitte difende gli animali perché odia gli umani e vota Le Pen e sulle ville della Côte d’Azur, ormai ci pascolano russi cafoni della greffa dei gerarchi, dei mafiosi e le uniche donnine che partecipano alle loro feste sono starlet di secondo piano o escort da 5 mila a botta per una notte. Il lusso non produce niente e distrugge quello che è di tutti. I barrosi con la voglia di essere i primi della classe che sognano la villa più bella o la barca più grande che vadano a casino. In Sardegna ci basta e avanza la Costa Smeralda.

Immagina di aver ricevuto l’incarico di promuovere Sassari, insieme con pieni poteri amministrativi per darle, all’occorrenza, un assetto diverso ed effettuare tutte le modifiche necessarie. Come agiresti?

A Sassari la gente sta perdendo la capacità di sognare. Cerchiamo di capirci su cosa voglio dire: sognare vuol dire pensare ad un mondo diverso, a una economia diversa, ad un modo di amministrare diverso. Sembra stupido ricordarlo ma Sassari, come tutta la Sardegna, non è in un angolo di mondo povero: siamo ricchi e abbiamo molte risorse finanziare alle quali possiamo accedere. Solo che le nostre risorse sono distribuite male. In maniera illogica. Si spendono soldi per imprese che non hanno senso e in settori di mercato decotti e senza futuro: pensate ai petrolchimici o alla chimica verde. Follie. Sassari ha una ricchezza che si è accumulata nei secoli e neanche la vede. Basta pensare alla cultura degli orti, agli uliveti. Non esiste nessun investimento in ricerca che si possa dire tale in questi settori e buona parte del patrimonio immobiliare lo si lascia marcire. E il nostro mare come viene trattato? Quali sono i progetti sul litorale? E i sistemi dei trasporti come funzionano? Io da quando sono ritornato in città, gli unici dibattiti che sento sono sulla necessità del territorio metropolitano, sull’ospedale. Quei dibattiti nascondono le solite fesserie: posti e consulenze per i soliti noti. Ma progetti non ne hanno. Vogliono distribuirsi quella poca carne che è rimasta attaccata all’osso. Se fosse per me dirotterei i soldi verso le campagne, l’agroalimentare; ristrutturerei il centro storico e sbatterei giù quelle fesserie architettoniche da pezzenti in salsa modernista. Metterei al loro posto dei parchi. Ricominciano tutti a sognare.

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