PADRE MANZELLA E LE SUORE DEL GETSEMANI

di Daniele Dettori

In un’epoca desolata, di povertà profonda, di chiusura e di difficoltà come gli inizi del 1900, non era facile amare la Sardegna nella sua asprezza e nel suo bisogno. Eppure Padre Giovanni Battista Manzella, che arrivava da quel “nord” percepito così lontano, amò la nostra terra e fu ricambiato con lo stesso amore. Uomo di intelligenza acutissima e di fede incrollabile seppe lasciare un ricordo nitido in tutti coloro che lo incontrarono. Precursore, dalla mentalità e dal cuore aperto, sembra quasi anticipare alcuni degli odierni temi, cari a Papa Francesco. Una figura modernissima di sacerdote, missionario, uomo, che ancora oggi rimane vivida nelle opere di chi continua a portare avanti il suo messaggio, principalmente le Suore del Getsemani. Daniele Dettori ha incontrato per noi Suor Carmela Tornatore che ci ha regalato uno spaccato della storia e della vita di una congregazione da sempre vicina ai più bisognosi.
Francesca Arca

Suor Carmela, iniziamo parlando un po’ di lei. Di cosa si occupa?

Io sono un medico, sono una pediatra, anche se da quando sono entrata in comunità ho capito che non avrei potuto portare avanti la professione come facevo prima perché mi avrebbe portato via troppo tempo. Però, già da circa tre anni, mi è stata chiesta una collaborazione con la Caritas. Coordino l’ambulatorio immigrati in convenzione con la ASL. Siamo una decina di volontari tra medici e infermieri. È una bellissima esperienza che mi dà la possibilità di vivere il mio carisma di Suora del Getsemani stando vicino alle persone che soffrono. E poi anche come manzelliana la trovo una grande opera di carità, per cui porto con me la presenza di Padre Manzella, Madre Angela e della mia comunità.

Come nascono le Suore del Getsemani? E che ruolo hanno avuto Padre Manzella e Madre Angela?

Le Suore del Getsemani hanno una storia lunga 90 anni. Il nostro carisma è contemplativo e missionario così come lo sono stati i nostri fondatori, che hanno condiviso quest’unica spiritualità pur nella distinta vocazione: il Servo di Dio Giovanni Battista Manzella – perché c’è in corso una causa di canonizzazione e beatificazione – e Madre Angela Marongiu, che era una mistica sassarese. Padre Manzella, missionario vincenziano, era un uomo geniale e molto estroso che ha dedicato la propria vita alle opere di carità ma soprattutto aveva una grandissima capacità di venire incontro a tutte quelle che erano le necessità altrui, anche più nascoste. Era una realtà difficilissima, paragonabile a quella dei paesi che ora definiamo “in via di sviluppo”. Quando sono stata nella missione che abbiamo in Madagascar mi sono resa conto di cosa ha significato davvero la presenza di Padre Manzella in quel periodo storico! Stiamo parlando dei primi del ‘900 quando venne in Sardegna, arrivato da una realtà molto più evoluta e sviluppata. Era lombardo di origine e vissuto successivamente in Piemonte. La Sardegna all’epoca era una terra paludosa, ancora molto chiusa – tutt’ora lo è ma allora ancora di più – una terra che non aveva ancora sviluppato la lingua, c’erano numerosi dialetti ma non c’era l’italiano. Padre Manzella ha dovuto affrontare davvero tantissime difficoltà. Nonostante questo però andava, scovava e sapeva cercare e vedere tutte quelle realtà di grande povertà, di sottosviluppo alle quali poteva portare conforto. La sua genialità caritativa lo portò in modo particolare a cercare di promuovere innanzitutto la persona, da un punto di vista umano, sociale e cristiano. E di cristiano, all’epoca, c’era ben poco. Andava negli stazzi e trovava persone che non avevano ancora ricevuto il battesimo, persone che convivevano da tanti anni e che non avevano ricevuto il sacramento del matrimonio. E non come ai giorni nostri, dove tutti abbiamo ricevuto tanto e portiamo avanti le nostre scelte consapevolmente. Allora non si poteva parlare di scelte, erano situazioni che si creavano conseguentemente all’ignoranza. Ecco perché Padre Manzella si rivolse ai più poveri, perché aiutarli voleva dire portare soccorso da un punto di vista sociale ma anche e soprattutto cristiano. Per lui portare le anime a Dio era la forma di carità più grande. Diceva sempre che bisognava infiammare il cuore delle persone dell’amore di Dio. Poi, chiaramente, l’aiuto per i poveri doveva anche essere concreto, non poteva sfuggirgli se qualcuno aveva bisogno di un pezzo di pane, di un abito o di qualsiasi altra cosa. Le Suore del Getsemani sono nate da questa intuizione di Padre Manzella nel voler portare un aiuto con le opere di carità. Ma non sarebbe stato sufficiente questo senza l’azione spirituale divina di Angela Marongiu. Era una donna del popolo, sassarese pura, ed era una mistica, una persona di spessore spirituale elevatissimo! Già dai primi anni della sua giovinezza aveva dei colloqui spirituali con Gesù. In uno di questi colloqui Gesù le mostrò delle ragazze vestite di bianco e le disse che quelle sarebbero state le Spose del Getsemani. Lei non capì, passarono molti anni prima che potesse comprendere che cosa Gesù le stesse chiedendo. Accadde quando incontrò Padre Manzella, che diventò il suo padre spirituale, il quale iniziò a rendersi conto che madre Angela era sicuramente un’anima da seguire. Per questo motivo la spinse in qualche modo ad iniziare una comunità religiosa che si occupasse delle opere di carità. Il carisma delle Suore del Getsemani si incarna nel contesto sociale ed ecclesiale attraverso una attualizzazione continua, “seguendo i segni dei tempi e le indicazioni dei Fondatori” (Costituzioni delle SdG, art. 11), realizzando, attraverso la loro testimonianza di vita fraterna e l’apostolato nelle diverse forme la carità manzelliana e nell’attitudine orante e contemplativa la spiritualità getsemanica di Madre Angela, in modo particolare con l’adorazione eucaristica quotidiana e con l’Ora Santa. L’ispirazione divina dalle Suore del Getsemani arriva quindi tramite Madre Angela, ma questo grande progetto di Dio non si sarebbe sicuramente realizzato senza la collaborazione di Padre Manzella. Madre Angela da sola non aveva gli strumenti per comprendere la portata del disegno e poi ricordiamo che era una donna e, all’epoca, anche nella Chiesa le donne non avevano molta influenza. Padre Manzella anche in questo aveva avuto un’intuizione formidabile, di grande apertura mentale, direi quasi profeticamente avanzata se pensiamo alle parole che il nostro Papa spende per il ruolo femminile. Padre Manzella diceva che le donne che non desideravano sposarsi potevano comunque portare avanti la loro vita da consacrate ma anche da non consacrate, dedicandosi comunque a Dio e agli altri. In questo è stato veramente un grande anticipatore!

Come è cresciuto l’Ordine e come è diventato ciò che è oggi?

La Congregazione era nata in risposta ad una esigenza locale, per offrire alla Chiesa un reale servizio pastorale, testimoniando e diffondendo il carisma attraverso opere di evangelizzazione, educazione alla fede cristiana, devozione, propagazione del culto, dell’adorazione eucaristica e promozione umana dei poveri e degli ultimi. I primi anni della fondazione sono stati anni di grande povertà. Le prime tre suore furono Madre Angela Marongiu e altre due sue amiche, Speranzina Secchi e Veronica Delogu. Padre Manzella seguiva in tutti i sensi la comunità e si adoperò perché potesse crescere numericamente ma anche perché potesse avere una casa propria. Qui, in Via Matteotti, non c’era niente, solo campagna. Pian piano si costruì il cosiddetto “conventino” e le suore iniziarono a crescere numericamente. Si ebbe così la possibilità di iniziare a fare delle opere di carità che non fossero soltanto all’interno della casa. Per mantenersi si facevano anche dei lavori di laboratorio, maglieria, cucito, le ostie, ma la congregazione dei religiosi chiedeva che le suore si spingessero al di fuori. Dovevano “uscire”, direbbe oggi Papa Francesco, e far conoscere la loro opera anche fuori dallo spazio circoscritto del convento. Ecco che le suore iniziarono a seguire Padre Manzella negli stazzi.

Come si svolse la loro opera di carità in quel frangente?

Le suore si spingevano fino nella periferia e in tutte quelle zone in cui non c’era davvero nulla, solamente campagna. Insieme a Padre Manzella cercavano di offrire conforto, istruzione, catechismo. Le suore dormivano per terra, vivevano come tutti gli altri. Gli inizi furono davvero difficili. Poi Padre Manzella si rese conto della necessità di aiutare le donne – pensate quanto era all’avanguardia – a trovarsi un lavoro. La promozione della donna anche nella vita lavorativa era importante, significava la capacità di poter contribuire anche economicamente alla famiglia. Ma si trattava di madri e c’era la necessità di dar loro un supporto anche con i bambini. Venne l’idea, quindi, di far nascere gli asili infantili. Il primo asilo lo abbiamo avuto a Torralba, poi qui a Sassari e pian piano è nata anche questa importante opera di carità. Le scuole continuano ancora ad esserci, anche se ovviamente il clima di bisogno degli albori non è più lo stesso. Lo Stato adesso è venuto incontro a questa necessità ma ai tempi di Padre Manzella e Madre Angela non c’era niente. Fu un’opera di grande significato, si viveva una realtà di forte bisogno di assistenza sia per i bambini che per le famiglie. Oggi la nostra presenza come insegnanti ha per forza di cose un ruolo diverso. Chi desidera iscrivere i bambini alle nostre scuole deve anche accettare che ci sia una metodologia e una impostazione – che non è comunque mai di imposizione – di condivisione dei valori e principi cristiani dai quale, ovviamente, non possiamo prescindere. Posso dire che i nostri bambini sono seguiti davvero nel migliore dei modi.

Sempre vicine ai più poveri e bisognosi. Come si adatta questo al cambiamento dei tempi?

I tempi sono cambiati, è vero, ed è cambiato anche il modo di venire incontro alle povertà. Se si può parlare di “evoluzione della povertà”, la povertà cui si veniva incontro prima era una povertà molto materiale, oggi possiamo certamente continuare a parlare di povertà materiali – perché entriamo in contatto con realtà di disagio o famiglie disastrate – però dobbiamo andare incontro anche alle povertà “morali”. Ed è qui che entra in gioco la nostra spiritualità, che è la spiritualità del Getsemani. Gesù al Getsemani vive un’agonia, una forte lotta interiore perché vede davanti a sé l’autodistruzione dell’umanità. Ecco, Gesù chiede alle Suore del Getsemani di aiutarlo in questa missione di “riparazione”. Forse è un termine desueto ma dobbiamo riparare ciò che gli altri distruggono. Concretamente parlando, oggi il nostro Carisma viene vissuto così. È una missione di riparazione. Se una famiglia, ad esempio, viene distrutta, per diversi motivi, la serenità di un bambino viene intaccata. Una Suora del Getsemani deve dedicarsi con amore, con carità, ad aiutare questo bambino a ritrovare una sua serenità, a ripararla!

Lei prima ha detto di essere stata in Africa. Ci parla della vostra Missione in Madagascar?

Le Suore del Getsemani sono presenti con la “missione ad gentes” in Madagascar, nella diocesi di Yoshi; con questa attività apostolica e missionaria si vuole aprire un nuovo varco per la diffusione e la conoscenza del carisma, perché altri destinati a riceverlo possano avere la possibilità di accoglierlo e viverlo in altro contesto sociale ed ecclesiale, e dedicarsi al servizio verso i più poveri e bisognosi. Siamo presenti in Madagascar da circa 15 anni. Anche lì la scelta è stata una scelta difficile perché abbiamo deciso di andare nel sud del Madagascar, la zona più povera, meno evoluta e più disastrata, dove anche le comunicazioni con l’Europa sono più difficoltose. Arrivare al villaggio è difficile perché la viabilità è terribile, sono tutte strade sterrate e ci vogliono diverse ore di viaggio anche solo per percorrere una quarantina di chilometri. La realtà del villaggio è quella che uno si aspetta, con tantissima povertà! Però la gente è buona e accogliente! Lì c’è il nostro Dispensario, una sorta di ambulatorio di prima assistenza, guidato da Suor Leonarda che è anche un’infermiera professionale. Il Dispensario presta le prime cure non solo alle persone del villaggio ma anche dei villaggi vicini. Ci sono persone che fanno anche 10 chilometri a piedi per ricevere assistenza medica. Molti sono ammalati di tubercolosi e d’estate c’è la malaria.

Oltre alla prima assistenza sanitaria come aiutate quelle popolazioni?

C’è la nostra scuola materna e anche la scuola elementare dove abbiamo tantissimi bambini. Anche in questo caso non solo bimbi del villaggio ma di tutta la zona. Poi c’è la Parrocchia frequentata da molte persone. Anche se non tutti sono battezzati, la domenica la Chiesa si riempie e questa è una cosa bellissima! Abbiamo poi aperto una casa in una grande città, sempre nel sud, scegliendo di abitare nella parte più povera, in periferia, dove c’è più bisogno d’aiuto e collaboriamo con la parrocchia dei Salesiani.

È possibile consultare il vostro sito internet www.suoredelgetsemani.it nel quale reperire molte informazioni utili. Come nasce quest’idea?

Il sito è nato 6 anni fa proprio per promuovere la conoscenza della Congregazione. È una congregazione piccola, presente soprattutto in Sardegna, quindi volevamo far conoscere i nostri fondatori anche a coloro che magari vivono in realtà lontane. C’è anche la possibilità di scrivere al sito per poter avere una sorta di contatto diretto con le persone. In molti lo hanno fatto, anche dal Sud America, per chiederci preghiere per Padre Manzella ma anche per Madre Angela.

Madre Angela è una figura spirituale altissima. Eppure era una donna schiva…

Sì, Madre Angela è sempre stata una figura molto nascosta. L’abbiamo tirata fuori noi da qualche anno grazie ai suoi scritti. Scriveva dei diari che sono i suoi scritti spirituali, nei quali riportava esattamente tutto quello che Gesù le diceva, le sue preghiere e l’Ora Santa, l’ora di spiritualità che noi abbiamo ogni giovedì. Madre Angela è rimasta molto in secondo piano. Si può dire che anche le suore non la conoscessero così bene finché non sono stati trovati i suoi scritti. In quel momento abbiamo capito pienamente la grandezza di Madre Angela. L’abbiamo conosciuta poco, non si faceva mai vedere. Era una donna schiva e molto sensibile, che prima di dare inizio alla comunità viveva nella sua casa in via San Carlo, dietro le Monache Cappuccine, e frequentava la parrocchia di Sant’Apollinare. La sua vita era tutta lì, dedicata interamente ai poveri.

Sul sito vengono trattate anche numerose testimonianze di fatti prodigiosi accaduti grazie all’intercessione di Padre Manzella. Può parlarcene?

La gente si esprime usando il termine “miracolo” ma noi ricordiamo che qualsiasi accadimento, per poter essere considerato miracoloso, debba essere documentato e passare al vaglio di una commissione che decide in base a determinati criteri che non possiamo stabilire noi. Bisogna invece parlare di “grazia ricevuta” e in questo caso le testimonianze sono tantissime. Di recente mi è stata riportata una grazia fatta ad una signora che aveva subito una brutta frattura ad una spalla. Durante la notte, la donna sognò un uomo vestito di nero, con gli occhi chiari, che la invitava a togliere la fasciatura che le costringeva la spalla. La mattina raccontò il sogno a suo marito, che riconobbe nell’uomo descritto la figura di Padre Manzella e convinse la moglie a liberarsi della fasciatura. La spalla era completamente guarita. Di testimonianze simili a questa ne arrivano molte. Quasi sempre si tratta di persone che non conoscono Padre Manzella e che lo riconoscono solo dopo aver visto una foto. Ma ci sono testimonianze che risalgono addirittura a quando Padre Manzella era ancora in vita. È chiaro che senza una documentazione medica e senza il vaglio di chi di dovere, noi non possiamo pronunciare la parola “miracolo”.

Per conoscere più da vicino le attività e le opere delle Suore del Getsemani vi invitiamo a visitare il sito www.suoredelgetsemani.it

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