STORIA DI GIOVANNA

Di Giovanna si vede il sorriso. Ed è un sorriso bellissimo. Ci sono persone che sorridono solo con la bocca mentre Giovanna sorride con ogni cellula del suo corpo delicato e minuto. La sua risata è contagiosa perchè è naturale e autentica, come tutte le cose che la riguardano. Giovanna Caggiu è una donna giovane, intelligente e molto bella. Ha sempre lavorato, dedicandosi alla sua professione con tutta se stessa. Lavorare in uno studio medico non è una cosa semplice, Giovanna lo sa e per questo ha saputo modulare la sua spontanea empatia. È una figlia, è una moglie, è una madre. E’ una donna che ha raggiunto con caparbietà tanti degli obiettivi che desiderava raggiungere. È una Donna e come tutte le Donne che portano la maiuscola davanti, Giovanna sa perfettamente quanto ognuna di noi, in modo diverso e con ragioni sempre differenti, combatta ogni giorno una propria battaglia per cercare di avere una vita migliore. Il destino di ogni donna è quello di combattere silenziosamente. Storicamente non portate alla guerra, le donne lottano sempre per costruire e mai per distruggere, combattono per ciò che è vita salvifica. In questo momento della sua esistenza Giovanna sta lottando come solo una Donna può fare; una Donna che sorride e che sa che il suo percorso è accidentato ma non vuole perderne il senso e la bellezza.

In realtà è tutta la vita che Giovanna lotta. Più o meno consapevolmente, questa creatura così sorridente e così forte ha combattuto fin da ragazzina. È strano accorgersi che il proprio corpo, seppure giovane, ha qualche cedimento. La debolezza, la stanchezza, le gambe che mancano… si associano ad un’influenza, ad un periodo stressante. Ma quando le cose perdurano per troppo tempo, forse anche dei sintomi in apparenza banali possono nascondere qualcosa di più grave. Il problema più grosso si presenta quando la consapevolezza che qualcosa non stia andando per il verso giusto non si associa ad una diagnosi precisa. Sentire sulla pelle lo schiaffo nel ricevere la notizia di avere una malattia anche grave è sempre traumatico ma – per quanto la consolazione possa essere magra – si sa che nome possiede il nemico oscuro da combattere. Accade però che non sempre sia semplice capire dove indirizzare le forze e quindi gli anni passano tra un «non si preoccupi» e un «forse è questo…», e il tempo scorre nel tentativo di sentirsi meglio, nell’abitudine ad una vita più faticosa di quella altrui, nella caparbietà dei ritmi di lavoro, nel terrore – celato sempre agli occhi di chi guarda – di accorgersi che ogni giorno il proprio corpo diventa più debole, più stanco e che anche le cose più normali, camminare, deglutire, parlare, muoversi, appaiono sempre più complicate e la fatica e la frustrazione aumentano. Parlare con Giovanna è un’esperienza segnante. La prima cosa che si percepisce è di avere a che fare con una donna dall’intelligenza brillante e vivida e dal cuore pulito e saldo. Scherza Giovanna. Con l’autoironia di chi sa che è sempre meglio ridere che piangere, racconta i suoi momenti più difficili: anni di dubbi, anni pesanti, di tentativi, di diagnosi errate, di delusioni, di burocrazia, di sguardi e di incomprensioni. Anni di viaggi nel tentativo di arrestare l’avanzata di un male senza ancora un nome che ha minato il corpo esile e dolce di questa donna così bella e intensa.

Giovanna parla con dispiacere del dolore dell’obbligo impostole dai medici di abbandonare il lavoro. La sua voce esita un attimo prima di tornare al cerotto dell’ironia. «Non volevo fermarmi. Una volta sono stata costretta a trascinarmi su per delle scale a quattro zampe ma non volevo cedere. Il mio lavoro era davvero importante per me!» E quando finalmente giunge una diagnosi attendibile, Giovanna sente il peso dei “se” e dei “ma”. Con tutta probabilità, se si fosse capito prima, il decorso sarebbe stato più lento, più controllato, e forse il corpo di Giovanna sarebbe stato oggi più forte. Ma è inutile pensare a ciò che è stato quando c’è tanto a cui pensare per il presente. “Canalopatia”, questo è il nome del nemico da fermare, da rallentare il più possibile per continuare a vivere il bello di una vita piena di affetti e di progetti. Giovanna non ci sta a farsi abbattere, né ha voglia di sopravvivere guardando tristemente il tempo che scorre. Parlandole ribadisce spesso l’importanza della “qualità” della vita, come un dovere verso se stessa e verso la sua famiglia. «Non voglio che mia figlia mi veda piegata dalla malattia. Voglio che da grande si guardi indietro e ricordi l’infanzia come qualcosa di bello e di normale e che le rimanga l’immagine di una madre sorridente e presente.» Ed è proprio per Alessia, la sua “piccola guerriera”, che Giovanna si è lasciata ritrarre dall’occhio empatico e attento di Mariano Marcetti che ha saputo fermare nel tempo la dolcezza e la bellezza di una madre e della propria figlia. Raggianti nell’amore che le lega, Giovanna e Alessia sono lo specchio l’una dell’altra. Gli occhi teneri, divertiti e sereni di questa bambina che gioca a posare davanti all’obiettivo del fotografo sono l’immagine più grande della vittoria di Giovanna sulle difficoltà di una vita faticosa. «È difficile far comprendere che si soffre anche quando si sorride, anche quando non si ha voglia di lasciarsi andare, anche quando si cerca di vedersi curate. Alcune persone sono convinte che se non ti abbatti, se non ti presenti agli altri in modo dimesso, forse non sei così in difficoltà come dici di essere. Non capiscono che invece è un modo di reagire e di non cedere.

Una volta mi presentai ad una visita e, sebbene fossi in sedia a rotelle, mi fu chiesto il perché io portassi i tacchi, quasi ad insinuare il fatto che forse stessi esagerando i miei sintomi. Mi chiedo se questo sarebbe accaduto se mi fossi invece presentata in pigiama e ciabatte…» Giovanna non vuole pietismo, non desidera essere compatita. Il suo legittimo desiderio è solo quello di riuscire a trovare un medico che sia disposto ad indagare sulla sua malattia in modo da provare a vedere garantita quella qualità della vita che le permetterà di godere pienamente di una esistenza lunga e compiuta accanto a suo marito e sua figlia. La “canalopatia” è una malattia degenerativa e Giovanna vuole trovare il modo di bloccarne l’avanzata. Lo sta facendo con forza e con determinazione. Lo fa sorridendo ogni giorno, ridendo, amando, comunicando attraverso una pagina Facebook in cui parla di sé e che ha chiamato “La mia piccola guerriera” in onore della dolce Alessia. Giovanna Caggiu abbraccia ogni giorno la propria vita, non ne nasconde le difficoltà, non cerca conforto ma condivisione. Conoscerla è un privilegio, perché Giovanna ci ricorda che c’è una linea netta che separa il “vivere” dallo “stare al mondo”. Stare al mondo non basta mai, vivere davvero e rivendicare questo diritto è l’unico modo per dare al tutto un senso. Giovanna lo fa e noi lo facciamo al suo fianco!

Potete seguire la pagina “La mia piccola guerriera” cliccando QUI.

di Francesca Arca

Un particolare ringraziamento a Mariano Marcetti per la concessione di utilizzo delle foto.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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