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Guardarsi allo specchio è un’attività piuttosto banale che ognuno di noi fa per un certo numero di volte al giorno. Lo facciamo in modo distratto per controllare il nostro volto e prepararlo all’incontro con altri volti. Spesso ci si specchia per indossare una maschera: quella del trucco, della barba ben sistemata, del sorriso smagliante. Livio Cossu è uno specchio al contrario. Le sue parole strappano le maschere dal viso nel tentativo di mostrare il nostro volto più autentico e reale, costringendoci a guardare all’interno. I suoi libri tolgono il velo e mostrano la cruda poesia dell’essere umano. Benito Olmeo l’ha incontrato per noi regalandoci una lunga intervista in cui l’autore parla di sé e dell’importanza di conquistare la libertà e il privilegio di provare ad essere se stessi.

Francesca Arca

Ci racconti un po’ della tua vita?

Sono una persona normale che ha fatto una vita normale. Ciò che forse mi ha caratterizzato è stato di aver avuto una sorta di “ideale” della mia vita. Ho sempre voluto essere una persona “nuda”, cioè leggibile nel mio rapporto con gli altri. Ho sempre cercato di essere comprensibile. A ben riflettere la mia esuberanza o le mie depressioni possono farmi risultare sgradito o troppo diretto. Io stesso, in una fase di calma, non condividerei certi miei atteggiamenti. Credo di essere un uomo che non ha fatto niente di eccezionale e che non ha subito niente di eccezionale. Ho avuto una vita normale fatta di dolori ma anche di grandi gioie.

Hai condotto una vita molto lineare ma senza mai rinunciare al tuo spirito libero. In te convivono diverse nature che si amalgamano: il lavoratore, il padre di famiglia, il musicista, lo scrittore, l’amico. Come le hai accordate?

In apparenza posso sembrare un uomo “ordinato” ma in realtà mi sento molto “disordinato” dal punto di vista comportamentale. Sono spesso eccessivo nei miei rapporti o nelle mie reazioni emotive. Nella vita ho sempre scelto tutto ciò che più mi piaceva, fermo restando il rispetto per gli altri; cosa che mi è stata insegnata da mio padre a cui devo parecchio. La lealtà è fondamentale. Detto questo mi sono sempre sentito libero di poter fare le mie esperienze di vita e seguire le mie passioni. Mettere insieme lo studio, la musica, il lavoro per una multinazionale, le esperienze politiche, non è semplice. Se dovessi farne un quadro verrebbe fuori “Guernica” di Pablo Picasso. So però che in ogni momento della mia vita ho seguito la linearità che trovavo dentro di me, nel costante rispetto non solo per gli altri ma sopratutto per me stesso. Non ci si può confrontare con gli altri se prima non ci si conosce. Questo atteggiamento porta a trovarsi in situazioni e con persone che sono lontane dal nostro sentire ma rappresenta comunque un arricchimento a livello esperienziale ed affettivo. Si può anche voler bene a qualcuno che la pensa in modo opposto al nostro, è una cosa che trovo entusiasmante! Conoscere davvero le cose e le persone che ci circondano è forse il vero senso della vita. Può comportare delusioni e fallimenti ma è sempre una nuova scoperta che mi lascia soddisfatto. Si può godere anche di una sconfitta quando da essa deriva un arricchimento. Per tutta la vita ho cercato di conoscere la realtà, in tutti gli ambiti. Nei miei libri parlo di religione, di politica, di amicizia, di amore, di sessualità… tutte cose che attengono alla realtà e con le quali mi sono sempre confrontato.

Sei giunto al tuo settimo libro. Quando è nata la passione per la scrittura e la voglia di raccontare e raccontarti?

Da piccolo, più o meno tra le elementari e le medie, vivevo a Monte Rosello e spesso mi isolavo nel cortiletto interno della casa dove abitavo a scrivere poesie o piccoli racconti. A volte facevo anche delle vignette o delle illustrazioni. Volevo fermare il momento, era un istinto. Ho potuto dedicarmi alla scrittura in modo più organizzato solo dopo la pensione, quando ho avuto più tempo e i miei figli erano già grandi. Mi sono sempre definito un “dilettante”, sia nella musica che nella scrittura. Non è falsa modestia. Lo sono realmente. Un musicista o uno scrittore seguono un metodo. Io mi sono sempre affidato solo al mio intuito e al mio istinto. Sono un “dilettante” perché “mi diletto”, voglio divertirmi e averne una mia soddisfazione a prescindere dal giudizio altrui o dal raggiungimento di un fine economico. Non mi è mai venuto in mente di definirmi uno scrittore. Quando mi chiedono di cosa mi occupo dico che sono un pensionato. Allo stesso modo in cui quando suonavo non mi veniva mai da dire:«sono l’organista dei Sigma», rispondevo sempre: «sono uno studente fuori corso». Sono un dilettante a vita.

Il tuo libro “Alla ricerca di un lampo ascendente” è a tratti crudo. Parli di religione in modo critico pur avendo un tuo mondo spirituale evidente. Come si conciliano questi due aspetti?

Ho profondo fastidio nei confronti della religione come regime di vita e non come spiritualità. Tutto ciò che di spirituale si conclude in aspetti burocratici e gerarchici mi disturba. La mia è una visione anarchica della cosa. Non mi piace che mi si dica ciò che devo fare senza darmi una spiegazione. Ho necessità di conoscere il perché delle cose. Sono convinto che il 70% delle decisioni che si prendono siano indotte, cioè frutto di decisioni altrui, non liberamente nostre ma mero risultato di un sistema che ti costringe a comportarti in un modo piuttosto che in un altro. A settant’anni credo di conoscermi abbastanza bene da poter essere davvero me stesso, nella ricerca di uno scambio reale a livello emotivo con il mio prossimo, fuori dai rapporti gerarchici. Nella religione, come in quasi tutti gli altri ambiti, abbiamo dismesso la posizione centrale dell’essere umano, per affidarci ad una scala di valori gerarchica e burocratizzata. La mia rabbia deriva dalla tardiva comprensione che molte cose che ho vissuto non sono accadute perché io lo volevo ma perché erano il risultato di un sistema che, ben lontano da una libera scelta, sono stato costretto a subire. Alla fine quella che stiamo definendo “rabbia” non è altro che semplice voglia di confronto.

Il tuo libro porta inevitabilmente il lettore ad interrogarsi. Quanti dei tuoi interrogativi hanno trovato risposta?

Nel mio libro parlo di situazione pesanti e ho avuto dei riferimenti ben precisi per poterne parlare. In qualche modo ne sono stato partecipe, o come spettatore o come interprete marginale. Ancora non so perché tali vicende siano avvenute. Ciò che so è che il mondo moderno ha trasformato in routine anche la sofferenza. E’ rimasta solo l’apparenza del dolore mentre prima era il dolore che ti costringeva ad apparire in un certo modo. Mi arrabbio quando sento dire che i mali che affliggono il mondo sono il volere di Dio! È solo un modo per delegare ad un essere superiore le nostre colpe, eliminando le nostre responsabilità. Oggi il mondo è eccessivamente superficiale e il dio moderno sono i social network che sembrano l’unico modo per riuscire a comunicare un’emozione. Non voglio farmi usare da strumenti, che devo conoscere, ma voglio mantenere la mia personalità e la mia integrità, Purtroppo sempre più spesso siamo noi strumento dei social e non il contrario.

Nel tuo libro c’è molto di te. Mentre lo scrivevi hai rivissuto il dolore di certe emozioni oppure scrivere ti è servito ad esorcizzare certe ferite?

In tutti i miei libri parlo di me. Racconto di cose che conosco, che mi hanno segnato e che mi sono rimaste dentro. Posso dire che mentre scrivevo le pagine inali, mi sono ritrovato a piangere, da solo, come un cretino. Ci ho sofferto perché cercavo di trovare il colpevole di uno stato di cose e il colpevole era un sistema giudicante. Per la mia mentalità il giudizio non dovrebbe esistere. Dovrebbero solo esserci dei pareri da mettere a confronto. Nel libro discuto essenzialmente la gerarchia che si impone sulle persone e le schiaccia. Ad esempio in una famiglia spesso il primogenito ha un valore diverso dal figlio più piccolo, o il figlio maschio rispetto alla femmina. Non in quanto tale ma in quanto categorizzato in una gerarchia definita da altri, che viene subita dal singolo. Tutto questo non si può che tradurre in comportamenti devianti, nell’alienazione, nella depressione, nella droga o nel social network vissuto come un vuoto. A tutto ciò io ho preferito la rabbia che ho incanalato nella creatività. L’artista è colui che è in grado di trasformare la rabbia creando qualcosa che serva a tutti.

In che posto della tua vita metteresti l’arte?

Bisogna prima capire cosa vuol dire arte. Se artista è colui che segue in modo organizzato un talento che gli è proprio, come un musicista, un poeta, un pittore… non sono certamente un artista. Se invece chiamiamo arte la creatività nel comunicare, cercando un confronto ed esprimendo emozione, allora posso dire che l’arte è al primo posto nella mia vita.

Un antico detto dice che una società cresce e diventa grande quando gli anziani piantano alberi alla cui ombra sanno che non si potranno mai sedere. Con i tuoi libri stai cercando di piantare un seme?

Vivere non vuol dire che questo. Gli onori e le cariche servono a poco ma se sono riuscito a trasmettere qualcosa di positivo o di creativo che possa essere utile alle persone che ho incontrato, posso definirmi un uomo realizzato.

Il tuo libro parla anche di amicizia. Un sentimento che tu descrivi come fortissimo e sacro, quasi superiore all’amore stesso per un compagno o una compagna.

I due protagonisti del libro sono un vecchio, ateo e morente, che ripercorre il proprio passato, e un giovane prete, animato da convinzioni e certezze. La certezza che il giovane porta al vecchio è l’amore per Dio, che il vecchio invece sente come entità lontanissima da sé. Ad un certo punto, mentre parlano, il vecchio dice che tra amore e amicizia certamente sceglierebbe l’amicizia. Perché l’amore, burocratizzato in un legame socialmente accettato e con dei ruoli imposti gerarchicamente, non è più amore ma solo una gabbia. L’amicizia invece è libera e slegata da vincoli di apparenza. Nell’amicizia non c’è gelosia e possessività e quindi ha una purezza incredibile. L’amore riempie tutti gli spazi vuoti ma l’amicizia rende questi spazi infiniti! Sarà forse l’età che mi fa rientrare nella fascia del meditante, sarà che io il mio amore l’ho già avuto, ma preferisco l’amicizia perché può andare oltre tutto ed è sempre un arricchimento. I due protagonisti si chiamano Pietro e Vincenzo, che altro non sono che i miei due ulteriori nomi di battesimo. C’è una parte di me in entrambi, due facce della stessa medaglia.

La libertà di essere te stesso, di esprimere ciò che sei e che pensi, può averti creato dei problemi. Tornando indietro cambieresti qualcosa o credi che la tua vita sia stata piena e non cambieresti nulla? 

Io ho settant’anni, so che è difficile arrivare ai novanta ed arrivarci sani, quindi so di non avere molti anni da vivere. Ecco perché ho fretta e voglio essere così diretto! Non voglio perdere del tempo a mediare, soprattutto con le persone che mi sono care, perché so che indietro non si può tornare. D’altro canto c’è anche il mio lato ancora giovanile, purtroppo non supportato più dal mio fisico. Se potessi farei ancora le corse campestri come facevo da giovane ma non mi è possibile, perciò devo sapermi adattare alla realtà. La cosa fondamentale che posso concedermi nel presente è quella di riconoscere la trasparenza in me stesso e negli altri.

In cosa le persone sono cambiate e perché è così difficile essere trasparenti al giorno d’oggi?

Perché le persone sono vigliacche e pigre! Non c’è altra spiegazione! L’uomo contemporaneo ha molte più possibilità, anche tecnologiche, per arricchirsi culturalmente e umanamente ma invece di utilizzare gli strumenti che ha a disposizione, si fa utilizzare da essi!

Tre brevi pensieri su tre argomenti diversi: droghe, famiglia, amore.

Sulla droga ho un approccio scientifico. C’è una grande differenza, che spesso non fa comodo evidenziare, tra droghe leggere e droghe pesanti. Nicotina e alcol sono droghe forse più deleterie della marijuana e dell’hashish. Sono invece contrario all’impiego delle droghe pesanti. La famiglia è mediamente organizzata in modo sbagliato. Spesso vive in un bunker per dare un’immagine solida di se stessa, cosa che raramente coincide col fatto reale. L’amore è un tentativo perenne.

Chi è in realtà Livio Cossu?

Un essere umano.

di Benito Olmeo
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