di Benito Olmeo

Cominciamo questa chiacchierata parlando del tuo percorso.

Mi sono diplomata presso l’Istituto Statale d’Arte Filippo Figari in Decorazione Pittorica nel 1998. Sono stati anni speciali, nel corso dei quali ho appreso le tecniche pittoriche e plastiche. Ho avuto professori come Salvatore Coradduzza, ed era un piacere ascoltare le sue lezioni sul colore. Poi, una volta terminata l’esperienza dell’Istituto d’Arte, mi sono iscritta all’Accademia di Belle Arti M. Sironi di Sassari, in Decorazione. Il primo anno ho avuto come docente di Decorazione Claudio Peotta che, col suo carattere forte e determinato, era riuscito a fare una scrematura naturale di tutti i ragazzi i quali, pur provenendo da un istituto d’arte, non erano sicuramente pronti ad un cambio di marcia, perché quello che chiedeva era una crescita a livello personale e quindi l’elaborazione di un proprio progetto senza che il professore di turno assegnasse un compito specifico. Mi ritengo fortunata perché, nel mio percorso accademico, ho incontrato docenti preparati come Marco Brandizzi e Sergio Miali, il primo un artista concettuale che aveva alle spalle esposizioni importanti come la Biennale di Venezia e contatti con artisti romani assodati. Ricordo ancora le sue lezioni teoriche dove arte e filosofia s’incontravano felicemente attirando l’attenzione di tutti i ragazzi, anche quelli dei laboratori di pittura, facendo nascere dibattiti e interrogativi che non potevano che arricchire il bagaglio culturale di ognuno di noi. Sergio Miali aveva invece piacere di infondere le tecniche pittoriche, con lui era possibile apprendere le metodologie antiche: dal disegno preparatorio con fusaggine alle tecniche dell’affresco. Durante gli anni accademici ho avuto modo di fare le mie prime comparse in esposizioni in Sardegna e a livello nazionale a Milano, Roma, Mirano (Ve), Cosenza, Torino. Nel 2007 vengo selezionata da Giuliano Santini per una mostra a Berlino, alla Galerie Carlshorst, intitolata “Arte Grafica all’italiana”, a cura dell’Istituto Italiano di Cultura di Berlino e del KAUS di Urbino. Sempre in quell’anno vengo selezionata dalla Fondazione per l’arte Bartoli Felter per “Gemine Muse” – Il Viaggio al Museo d’Arte Siamese S. Cardu, a cura di Alessandra Menesini, un progetto che vede protagonisti oltre cento artisti di età inferiore ai 35 anni invitati a esporre le loro opere ispirate ai capolavori delle collezioni museali italiane ed europee. Un’esperienza importante che celebra il legame tra presente, passato e futuro per continuare a fare dell’arte e della cultura un fondamentale fattore di sviluppo della società contemporanea.

Quando è nata e come si è evoluta la tua passione per l’arte?

Da bambina ho avuto un nonno fantastico che mi ha trasmesso il piacere e la curiosità della rappresentazione grafica di viali alberati e palazzi in prospettiva. Lui aveva frequentato, in gioventù, Costantino Spada. Una passione, quella sua verso la pittura, che poi lasciò per la famiglia. Ma la passione va coltivata e sicuramente il fatto di aver avuto durante gli anni accademici uno studio d’artista che ho condiviso con Dario Caria, artista e compagno di vita, dove poter sperimentare varie tecniche – dalla pittura alla scultura all’ incisione calcografica – e interiorizzare la ricerca artistica, mi ha permesso di portare avanti questa passione a costo di rinunce di altro tipo.

Noto con piacere nella tua biografia che, nonostante sia presente nella tua isola a livello di personali e collettive, il tuo curriculum pittorico è molto più di respiro nazionale. Ci parli un po’ di questa scelta?

Ho iniziato nel 2002 con una mostra collettiva curata dal docente di Incisione calcografica Benito Trolese a Milano, precisamente al Centro Alzaia Naviglio Grande, ma già l’anno successivo ero presente in collettive al Mas.Edu a Sassari, poi a Olbia e a Castelsardo presso le sale del Castello. Nel 2003, con altri giovani artisti, sono stata selezionata dall’allora docente di Storia dell’Arte, Andrea Zanella per la mostra Babelfish a Berchidda, per il Time in Jazz in quanto il tema era “Del Segno, del suono e della parola”. In quel periodo portavo avanti una ricerca artistica sull’identità con una serie di lavori che vedevano l’individuo (uomo) come un numero/codice con cui essere identificato e lo esprimevo con delle catene alfanumeriche che andavano a formare strutture labirintiche. Lo spazio che ci fu assegnato era una struttura dei primi del ‘900 denominata Casa Pianezzi, su tre piani, dove ognuno di noi ebbe la possibilità di avere una stanza per la propria installazione. Fu un’esperienza unica, non sempre c’è la possibilità di gestire in toto la propria mostra. Comunque, il fatto di esporre fuori dai confini isolani mi ha dato modo di confrontarmi con altri linguaggi e ritengo opportuno e necessario portare ad altri le proprie ricerche poetiche. Ho avuto la possibilità di conoscere organizzatori, critici, artisti che con fatica cercano di farsi strada in ogni modo.

Pittura classica, contemporanea, moderna, post moderna, astratta, espressionista, impressionista, surrealista.
La …lista (scusami il gioco di parole) sarebbe infinita. Mi dai una tua opinione sull’arte e sui punti in
comuni fra queste correnti?

Più che un’unione fra le varie correnti o movimenti artistici, ho notato che in ogni periodo c’è stato l’alternarsi di filoni tendenti al classico e poi al distacco da tutto ciò che per altri non apportava nessuna innovazione. L’arte viene influenzata soprattutto dal sociale e dalla politica. Quasi mai gli artisti del passato, “immortali”, hanno avuto la libertà stilistica di cui oggi possiamo godere anche perché sono cambiate le regole di mercato e di richiesta (la committenza).

C’è qualche aneddoto artistico che ricordi con piacere?

Ho avuto il piacere, nel 2004, di essere finalista per il Premio Nazionale di Pittura dell’Accademia Nazionale di San Luca a Roma, a cura di Pietro Cascella, Agostino Bonalumi, Eugenio Carmi, Achille Perilli, con cui ho avuto modo di scambiare due chiacchiere. Dopo il vernissage della mostra, ho avuto il piacere – insieme con gli altri artisti presenti – di andare a cena con Eugenio Carmi, un altro grande artista di un’umiltà straordinaria.

Dopo due prime personali isolane, a Berchidda nel 2003 e al centro Kairos nel 2005, nel 2012 esponi subito a Ravenna al Mar (Museo Arte Città di Ravenna) con la mostra intitolata “Orficonirico” curata da Ivan Quaroni che tra l’altro sarà anche il tuo curatore artistico. Lui scrive su di te parole molto belle e, secondo la mia personale opinione, molto calzanti ma su questo torneremo dopo. Raccontaci i tuoi ricordi e cosa ha significato vedere i tuoi lavori sbarcare fuori dalla Sardegna.

Per me era già stata una vittoria essere finalista al Premio essendo un evento internazionale e con una storia che parte dal 1955. Quando stavano annunciando i vincitori su un mega schermo, ad un certo momento ho letto il mio nome e subito dopo ho visto l’immagine del quadro con cui stavo partecipando. Panico! In una piazza gremita di gente, mi sono fatta forza e sono salita sul palco, emozionata, a ritirare il premio. La soddisfazione più grande è stata la motivazione della giuria: “Vari sono i motivi del fascino segreto del suo dipinto: una pittura solo apparentemente “ingenua”, ma in verità intrisa di motivi espressionisti propri della pittura nordica; il bosco che fa da quinta, luogo perenne di misteri e di incontri rivelatori, con la prigione degli alberi spogli, esito di una devastazione causata dal fuoco o da un evento che sulla terra sta spegnendo la vita; le due ragazze nella radura con un fiore in bocca, apparentemente unite da una gemellanza siamese; i segni del mistero inscritti sul loro corpo e sulle loro vesti. Tutto concorre a restituirci una visione abitata da un’inquietudine e da una febbre che si trasmettono a chi guarda questo dipinto, cui non si può passare semplicemente accanto”. Ai primi di dicembre sono stata invitata dalla CAPITRA alla presentazione di un volume Storia del Premio di pittura Marina di Ravenna (1955-2016) a cura di Pericle Stoppa, un’altra piccola soddisfazione per il lavoro e l’energia messi.

Torniamo alla critica di Ivan Quaroni. C’è un passaggio che dice: “Quelle di Orficonirico, sintomatico titolo delle opere più recenti, sono immagini perturbanti, ambigue, che sgrovigliano i riti iniziatici dell’infanzia e dell’adolescenza nel teatro di una natura infiammata di cromie irreali e sottilmente pervasa da un senso di imminente tragedia. La memoria corre alle venature drammatiche dell’Espressionismo”. Trovo questa parte in perfetto accordo con quello che penso di te a livello artistico, ma aggiungo che contestualizzarti in una corrente pittorica specifica sia difficile. Cosa puoi dirmi in merito?

L’Espressionismo appartiene ad un periodo storico ben delineato (1905 circa), dove le opere erano caratterizzate da una pittura veloce, colori violenti e linee di contorno ben marcate, forme spigolose, ma questo non è il mio campo d’indagine, non è principio per il mio lavoro. Può essere una conseguenza apparente, in quanto per poter esprimermi lego in maniera indissolubile tema, disegno e colore, quindi semmai si può parlare di espressione, se per essa intendiamo anche il tentativo di dire il “non detto”, cercando l’equilibrio tra contenuto e forma. La corrente artistica Espressionista contrappone quella d’una realtà spirituale che si proietta sull’immagine pittorica piegandola, e talora deformandola, alla propria soggettività (alla propria “espressione”). Ecco, io intendo in senso pratico il termine espressionismo. Un tuo lavoro mi ha colpito molto e mi riferisco a Eco cerca Narciso, dove vediamo due ragazzine a braccia aperte e con una benda sugli occhi, quasi un atto surreale (per chi conosce la storia di Eco e Narciso) alla folle ricerca di qualcosa che ovviamente non troveranno mai. È realizzato con colori molto forti e una predominanza di rosso, che tutto fa presagire fuorché qualcosa di buono.

Mi dai la tua visione del dipinto?

Eco che cerca Narciso, nel titolo e nell’iconografia, ripropone un tema mitologico ampiamente analizzato dai pittori di ogni epoca ma la mia attenzione si focalizza sulla figura della ninfa Eco piuttosto che su Narciso. Lui è il grande assente in quanto, essendosi consunto nella sua immagine riflessa, si è perso nel senso estetico, cioè nel bello. La ninfa invece sopravvive nel suono, quindi è bendata poiché è l’opposto di Narciso e vuole affermare l’importanza della ricerca interiore, il viaggio più importante è quello che ognuno fa dentro di sé. Volevo un’opera che si potesse ascoltare.

Qualche mese fa nelle sale di “Spazio Turritana” hai presentato la mostra personale Aulì Aulè, con notevole successo di pubblico e critica e con diversi dipinti già presenti alla mostra “Orficonirico” più altri intitolati “Giochi Proibiti”. Vorrei tornare sul fatto che il tuo mondo pittorico è come che stravolto: sembra quasi che i bambini abbiano preso il ruolo degli adulti e gli adulti non esistano o, se lì abitano, non presenzino. 

Diciamo che con la mostra Aulì Aulé ho voluto presentare il progetto di “Giochi proibiti”, in cui i protagonisti sono bambini che giocano ed abitano sempre lo stesso identico paesaggio. La composizione svela l’ambientazione fiabesca e surreale dove anche i colori ne sottolineano l’irrealtà: un prato verdissimo e un cielo scurissimo, un luogo della mente, interiore e non identificabile con nessun altro. Siamo portati a riflettere sebbene il tema del gioco dovrebbe condurci ad evadere con la fantasia, ma questa non è certo la mia intenzione. Il gioco è elemento simbolico, come un rituale primigenio contro le forze ostili; è esorcizzare la morte.

Su progetti futuri in cantiere puoi dirci qualcosa?

Dipingere, dipingere, dipingere.

“L’oggetto dell’arte non è riprodurre la realtà, ma creare una realtà della stessa intensità.” Questa frase è di Alberto Giacometti. L’ho citata per la nostra discussione perché trovo che sia il punto focale di quello che ci siamo raccontati, sei d’accordo?

Pienamente! Troverei noioso l’atto della riproduzione mimetica della realtà. Ho un trasporto totale in quello che faccio, mi piace, mi ha sempre affascinato la forza che un’immagine ha sulle persone; è come scrivere una storia. Attraverso la pittura ho la possibilità di creare scenari improbabili dove può succedere qualsiasi cosa, come mettere in scena le proprie paure, incertezze e debolezze.

Marina Scardacciu, se dovessi farti un autoritratto e raccontarti, cosa uscirebbe fuori da una tua tela?

Un paesaggio.

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