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Il lavatoio comunale, realizzato a partire dal 1912, è dislocato ai margini del centro storico in località “Sa corte”. La vasca centrale, di forma rettangolare con lati corti absidati, è realizzata in blocchi di trachite locale ed è suddivisa in vasche più piccole. Per approvvigionamento idrico viene utilizzata l’acqua di scolo della fonte, opportunamente incanalata in una conduttura sotterranea. Fino alla seconda metà dell’800 un lavatoio si trovava a ridosso della fonte pubblica, ma gli inconvenienti causati dall’uso della cenere per lavare i panni portarono nel 1880 l’amministrazione comunale a deliberare che “dopo pulito […] venga rifabbricato il pubblico lavatoio, otto giorni dopo che sarà scomparso il morbo del vaiolo”. L’incarico fu affidato all’ingegnere sassarese Silvio Gandino e sul finire del 1913 furono apportate delle varianti al progetto: “dividere la vasca in 14 truogli per uno dei lati longitudinali, lasciando pure i quattro truogli delle testate; far chiudere in due sole vaschette gli altri 14 truogli dell’altro lato longitudinale, formando cioè una vaschetta ogni sette truogli; sostituire al pavimento trachitico di trachite di Uri un pavimento in pietrame di cemento e superficie ispida a quadrettini”. I lavori terminarono nel 1914. Nel 1934 venne installato l’impianto di illuminazione elettrica e fu venduto un tratto di terreno comunale retrostante poiché “[…] per lo spirar dei venti, le immondezze vanno a finire dentro il pubblico lavatoio con grave nocumento alla pubblica igiene”. Il lavatoio rimase in funzione sino alla metà degli anni ‘70, divenendo oltretutto importante luogo di incontro e socializzazione per le donne del paese. Versava in stato di abbandono sino al restauro degli anni ‘90. La copertura lignea conserva ancora alcune delle travi originali.  – Testo: Comune di Uri – 

 

La mostra collettiva LAVACRUM, a cura di Dario Caria e Marina Scardacciu, inaugurata nel mese di Marzo 2018 presso lo spazio dell’antico Lavatoio di Uri e patrocinata dal comune, si inserisce nell’ambito degli eventi culturali tenutisi durante il periodo della Sagra del Carciofo, in Sardegna. Il progetto artistico consiste nella rivalorizzazione, il recupero e la riassegnazione degli spazi pubblici a cui si è giunti con l’arte contemporanea. «Attraverso la mostra collettiva – affermano gli organizzatori, si è voluto dichiarare di come un luogo, Mostra Lavacrum nato per essere funzionale alla collettività, torni ad essere centrale aldilà della forma originaria, anche se nella totale diversità di scopo e utilizzo». Ciò che accomuna gli artisti della mostra, che affrontano lo stesso tema con esiti dalle sfumature differenti, è, come sottolineato dal testo dello storico dell’arte Alessandro Ponzeletti «la rievocazione di un clima che trasforma quest’edificio sorto per “contenere” l’acqua in una sorta di “luogo magico” uno spazio che porta la memoria dell’acqua e lo unisce all’arte: acqua e arte hanno in comune la capacità di “generare” e si legano all’inconscio. Si genera e rigenera la vita in senso materiale con l’acqua mentre con l’arte la vita si genera o rigenera in senso spirituale… e si incontrano in uno spazio appartato oggi ma anticamente come lavatoio pulsante della vita sociale della comunità di Uri.» Artisti Partecipanti: Dario Caria, Lorella Comi, Ettore Aldo Del Vigo, Marcello Dongu, Giorgia Fois, Paolo Loi, Davide Manca, Veronica Muntoni, Rossella Pes, Alice Rambaldi, Luca Sanna, Marina Scardacciu, Oscar Solinas, Roberta Vacca, Giuseppe Zichi, Francesco Zolo. – Dario Caria –

«L’acqua in tutte le sue forme in quanto mare, lago, fiume, fonte, è una delle tipizzazioni più ricorrenti dell’inconscio, così come essa è anche la femminilità lunare che è l’aspetto più intimamente connesso con l’acqua.» Carl Gustav Jung

Quanto affermava Jung offre una doppia chiave di possibile lettura per l’esposizione collettiva LAVACRUM: allestita in un edificio appositamente nato per rendere fruibile l’acqua ad un pubblico in prevalenza quasi assoluta femminile, la collettiva si carica di un titolo che rimanda alla Latinità, al Popolo di Roma antica che fu, per eccellenza, un “Civiltà idraulica”, ossia che fu capace di sviluppare una tecnologia adatta a sfruttare questo elemento fondamentale. Il LAVACRUM, termine del Latino tardo, sfogliando il dizionario Treccani presenta due significati: il primo è letterale e con esso si indicava un recipiente, o luogo dove bagnarsi, e anche il liquido che il recipiente conteneva; il secondo significato era poetico ed indicava direttamente l’Acqua o un corso d’acqua (rio, fiume). La mostra collettiva LAVACRUM, con le opere di formato adatto ad essere contenute nell’antico lavatoio di Uri, trasforma questo edificio sorto per “contenere” l’acqua in una sorta di “luogo magico”, uno spazio che porta la memoria dell’Acqua e lo unisce all’Arte: Acqua e Arte hanno in comune la capacità di “generare” e si legano all’Inconscio. Si genera e rigenera la Vita in senso materiale con l’Acqua mentre con l’Arte la Vita si genera o rigenera in senso spirituale. Esteriore e Interiore, Conscio e Inconscio si incontrano così in uno spazio appartato oggi ma anticamente, come lavatoio, pulsante della vita sociale della comunità di Uri: una concatenazione di giornate che per generazioni sono state scandite, a orari, dal vociare femminile di coloro che vi si recavano per utilizzare l’acqua in alternanza ad ore di calma assoluta, con il solo silenzio dell’acqua ferma nei vasconi, immobile o leggermente increspata, con un sommesso, ripetitivo gorgoglio dell’acqua corrente di tanto in tanto. L’interpretazione dell’Acqua di Jung trovò in questo luogo, nei tempi in cui il lavare in comunità era quasi un rito sociale, un piccolo Tempio del quotidiano, dove non risuonavano preghiere ma i racconti e le chiacchiere delle vite di donne di tutte le età e di condizione popolare, intente a lavare. Oggi l’Acqua, senza forma perché capace di assumere qualsiasi forma che la contenga o la supporti, e l’Arte, anch’essa molteplice nelle forme, sono contenute in LAVACRUM per offrire ai visitatori una sosta di riflessione e di rigenerazione. – Alessandro Ponzeletti – 

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